a cura di   Giuseppe Castellucci

 



















INTRODUZIONE

INCONTRI:

RECENSIONI:

- AFRICA PARADIS - Sylvestre Amoussou
- DARATT - Mahamat Seleh Haroun
- EL REY DE SAN GREGORIO - Alfonso Gazitua
- EL VIOLIN - Francisco Vargas
- MAKING OF - Nouri Bouzid
- TENDRESSE DU LOUP - Jiladi Saadi
- WWW - WHAT A WONDERFUL WORLD - Faouzi Bensaidi
- LA CIUTAD DE LOS FOTOGRAFOS - Sebastian Moreno

 

 

 

 

PREMI

Miglior film: El Rei de San Gregorio di Alfonso Gazitùa (Cile).
Menzioni speciali:
El violin di Francisco Vargas (Messico);  Daratt di Mahmat Saleh Haroun (Ciad).
Miglior documentario la Ciutad de los Fotografos di Sebastian Moreno (Cile);
Miglior documentario africano: Saturdays are for the Dead di Lee Ann Cotton e Lies Niezen (Sudafrica).
Miglior cortometraggio africano: Menged di Daniel Taye Workou (Etiopia).
Miglior film africano: Tendresse du loup di Jilani Saadi (Tunisia);
Premio città di Milano:  a Ezra di Newton Aduaka (Nigeria)  un importante riconoscimento è andato inoltre a Making of del tunisino Noury Bouzid e a Unni del giovane regista indiano Murali Nair.

 

Il Cinema Invisibile

Jean Luc Godard, in una delle sue tante veridiche profezie, ha detto che sarebbero stati i registi del terzo mondo a offrire argomenti al cinema del futuro. Nel 2007 dopo aver riconosciuto che aveva perfettamente ragione, ci sembra necessario e doveroso sostituire l'antipatica locuzione “terzo mondo” con una che sia più geograficamente precisa e che non faccia riferimento ad una classificazione qualitativa, parleremo quindi di sud del mondo.
 
Il festival del cinema Africano di Milano, arrivato ormai alla diciassettesima edizione, da due anni ha allargato la sua programmazione all'intero emisfero australe divenendo il festival del cinema africano d'Asia e d'America latina, attualmente è la più importante vetrina italiana dedicata a queste cinematografie, oltre ad essere l'unico posto in Italia in cui film di grande valore ed interesse, la cui unica pecca è di essere prodotti al di fuori del circuito cinematografico dominante, trovano un minimo di visibilità altrimenti negata .

Grazie al festival di Milano questi ed altri film hanno trovato una via di distribuzione, sia pure non commerciale, gireranno infatti nel circuito dei festival nostrani e saranno distribuiti nelle scuole, il cammino che condurrà queste ed altre opere simili alla normale distribuzione commerciale è ancora lungo e problematico.
Il festival ha proposto oltre alle opere in concorso, la retrospettiva completa di Idrissa Ouédraogo presente a Milano e protagonista di due interessantissimi incontri con la stampa e con il pubblico nei quali il regista burkinabè ha avuto modo di parlare del suo cinema ma anche delle urgenze sociali, politiche, culturali ed economiche del suo paese e di tutto il continente Africano. Altra importante presenza, il musicista Wasis Diop, fratello del compianto Djibril Diop Mambety (uno dei maggiori talenti cinematografici del secolo scorso), nel doppio ruolo di membro della giuria e autore della colonna sonora del film
Africa Paradis.
Sempre fuori concorso, la sezione Extr'A dedicata alle opere, perlopiù documentari, di registi italiani che si sono confrontati con culture, realtà e territori altri.
La visione di un film è sempre un metodo di conoscenza e un'occasione di crescita, quando il film è bello s'intende, ma quando un film ci mostra qualcosa che è molto lontano dalla nostra porta di casa o meglio quando ci mostra un mondo altro visto e raccontato con uno sguardo molto diverso dal nostro, o da quello di un regista con un background simile al nostro allora le occasioni di crescita e comprensione, ma anche le sole informazioni che ci giungono tramite i nostri sensi si moltiplicano.
In un mondo globalizzato si, ma in maniera così disomogenea lo sguardo della gente dell'emisfero sud è, spesso, per necessità o per fascinazione, rivolto verso nord, verso l'occidente, e facile e naturale quindi se non doveroso rivedersi in quello sguardo per imparare a conoscere e a conoscersi meglio.
Ma è ormai giunta l'ora di abbandonare anche questo sguardo ancora suggestionato da curiosità e metodologie antropologiche per riconoscere noi stessi, nei protagonisti dei film di ogni provenienza, e per riuscire ad emancipare i cinema da spesso fasulle e fittizie  specificazioni nazionali o continentali che ne pregiudicano la visione e la circolazione.

 

 

Idrissa Ouedraogo

Trascrizione dell'intervista a Idrissa Ouedraogo del 22 Marzo 2007 presso la FNAC di via Torino  a Milano, in occasione del Festival del cinema Africano d'Asia e d'America Latina

Non bisogna dimenticare che il cinema soprattuto in Africa significa potere, potere significa avere una determinata posizione sociale.
È un problema avere delle idee che vanno ad una velocità superiore a quelle degli altri, bisogna pensare alle critiche che vengono poste come a delle critiche costruttive; bisogna sempre ricordarsi che si impara solo facendo; è vero bisogna anche considerare che abbiamo pochi mezzi, io per esempio faccio molte cose sperimentali, ma sono convinto del fatto che ci siano dei film nella storia del cinema africano che siano degli ottimi film e che nonostante le critiche, e penso ai film di Ousmane e di kaborè, sono film che rimarranno comunque nella memoria del nostro cinema e dei nostri paesi.
I giovani cineasti, oggi, conoscono poco il loro passato, sicuramente ricordo, abbiamo pochi mezzi, è come se il cinema fosse diventato un campo di guerra, però è un campo molto vasto in cui si può fare molto e si può fare molto insieme.
Oggi il problema fondamentale in Africa e in particolare in Africa occidentale è che ci sono molte guerre, non c'è stabilità politica, non ci sono soldi, un'altra cosa che ritengo devastante è la presenza di tutte le immagini satellitari che propongono alle popolazioni africane una vita molto diversa da quella che conducono. Non dobbiamo impedire a queste immagini di giungere nei nostri paesi, ma è molto grave il fatto che noi non siamo presenti in questa scena e questo significa per l'Africa una perdita di tutte le sue identità specifiche, questo significa uniformizzazione.
L'Africa ha una grande ricchezza e sarebbe un peccato perderla, sarebbe importante, anche in Europa, visto che si parla tanto di Africa, che esistessero delle politiche che permettessero di trasmettere una determinata quota obbligatoria di film e documentari africani, questo permetterebbe agli autori africani di ottenere maggiori mezzi di produzione, infatti, per molti, il cinema in Africa è solo un lusso; dovrebbe esserci una sorta di solidarietà internazionale quindi.
Oggi l'Africa, con la presenza di tutte queste immagini satellitari perde i suoi punti di riferimento e la sua cultura. È fondamentale riflettere su questa nuova forma di imperialismo, forse dobbiamo vedere la presenza della televisione come una nuova colonizzazione, un nuovo modo di colonizzare le idee; oggi in Africa milioni di persone possono accedere alla televisione che è diventata in qualche modo il nuovo cinema.
Ora dovremo osservare gli sviluppi del cinema a confronto con le nuove tecnologie, non dimentichiamo che c'è molto da fare, dobbiamo far sopravvivere il nostro cinema e c'è urgenza di dire molto, altrimenti ci sarebbe la perdita di molte culture e sarebbe davvero un enorme peccato. 

La frase più importante del film è forse la frase finale:
Guarda quel coglione che scappa e si fa catturare da qualcun altro se si fosse fatto catturare da noi almeno quei cinquemila dollari sarebbero rimasti in mano nostra. Peccato!

La cosa strana è che inizialmente avevamo pensato, per questa parte, ad un attore arabo, inizialmente erano tutti d accordo, ma, non appena capivano che si trattava di interpretare Bin Laden tutti si rifiutavano, così abbiamo scelto un francese.
Abbiamo preso questo francese l'abbiamo truccato, l'abbiamo vestito, appena abbiamo iniziato a girare per le strade di Quagadogu tutti scappavano pensando che si trattasse davvero di Bin Laden.
Insomma in Africa funziona un po' così Bin Laden è diventato un idolo, un eroe, ci sono foto dappertutto, si trova la sua faccia sulle T-shirt e quello che succede è che i giovani si identificano in lui perché è una persona di cui si parla molto, così Bin Laden da carnefice si è trasformato in vittima, noi registi invece non siamo degli eroi per i nostri giovani.

Pensiamo ai diritti essenziali che non vengono rispettati; ultimamente faccio parecchi film, non faccio più lungometraggi ma opere più brevi, e faccio anche opere di sensibilizzazione, l'ultima che ho realizzato è stata per l'Unicef, e lavorando su questo tipo di progetti mi sono reso conto di una cosa pazzesca: 17 milioni di uomini e donne dell'Africa occidentale sono nati crescono e moriranno senza un'identità civile. Questo significa non avere nessun diritto: al voto, alla sanità, all'istruzione, a contribuire alla crescita del proprio paese; questa è una cosa gravissima, una volta che si capisce questo gli altri problemi diventano nulla a confronto; c'è una grande necessità di parlarne, ma nessuno ne parla mai, è strano dopotutto sono 17 milioni di persone, una quantità enorme di persone senza diritti e senza doveri. Io stesso per lungo tempo ho vissuto all'oscuro da questo problema, ma adesso che ne sono a conoscenza penso anche del potere delle immagini, a quanto le immagini possano dire , a quanto io possa dire, a patto che il mio lavoro possa risvegliare delle coscienze.
L'80% degli africani vive senza elettricità, vive per esempio senza la possibilità di vedere dei film, ma forse con le nuove tecnologie sarà un pò diverso, potremo avvicinarci di più alla popolazione.
Pensiamo all'immagine, l'immagine è una cosa che attrae, che fa capire molto, che definisce il nostro ruolo all'interno della società, deve quindi svolgere un ruolo fondamentale nella comprensione delle cose. Le nuove tecnologie, la televisione, che sono così diffuse oggi, ci offrono un'opportunità straordinaria.
Abbiamo da poco fini to di girare un film Catò-Catò, tutto in digitale, in sole due settimane, è una nuova fase del cinema, le nuove tecnologie offrono enormi possibilità di esprimersi.
Senza possibilità di esprimersi nascono le violenze.

Per far cambiare le cose in Africa ci vogliono delle armi, in due giorni con armi e mercenari tutto cambierebbe.
Naturalmente scherzavo; Prima di dedicarmi al cinema ho fatto molto teatro, il teatro e il cinema sono quello che Ousmane Sembene Chiamò i corsi serali del popolo.
Ho inizialmente seguito l'istituto di cinema a Quagadogu poi ho continuato gli studi a Parigi, e col passare del tempo sono diventato consapevole del fatto che nel mio paese si parlano 42 lingue diverse e ci sono 42 culture diverse, ho cominciato a volerle raccontare con i miei cortometraggi.
Ho cominciato con quelli che si definiscono docu-fiction e mi sono dedicato anche a studi teorici, poi non essendo un amante dello studio in generale, ho abbandonato il progetto del dottorato per proseguire nella realizzazione di cortometraggi
Mi sono divertito molto nelle mie prime esperienze, e mi sono subito confrontato con l'importanza dell'inquadratura, del saper tagliare le immagini.
Ho riflettuto molto sul ruolo della parola e sono giunto alla conclusione che è l'immagine ad essere più importante.
Facendo film ci si ritrova ad essere riconosciuti, ad essere amati, ma allo stesso tempo si è lontani dalle persone, perchè il cinema che facciamo anche se è importante per il paese e per il resto del mondo è comunque un cinema elitario.
Ci sono milioni di persone che nascono senza avere un atto di nascita, persone che muoiono per la malaria o l'A.I.D.S.  

In Africa si deve parlare di cambiamento e i film di sensibilizzazione sono molto importanti, soprattuto se ben fatti, e non c'è nessun motivo affinché non siano ben fatti, visto che chi li fa, impiega tutte le sue capacità nella loro realizzazione, bisogna farli visto che ci sono milioni di persone che non possono andare a scuola, che non sanno leggere e il cinema diventa l'unico modo per aiutarli ad avere un'istruzione, l'immagine può diventare per queste persone una scuola può addirittura aiutare dal punto di vista della salute, tutto ciò può costituire una sorta di risveglio delle coscienze, di cambiamento collettivo, che porta una forza collettiva, che crea una generazione di nuovi cittadini che sono gli unici che possono cambiare la situazione del nostro continente.
L'istruzione della popolazione è quindi a mio parere la cosa più importante e credo che non si faccia abbastanza a livello cinematografico per interessare direttamente la popolazione, bisogna essere militanti nel senso di capire quali sono le aspirazioni del paese, quale è la posta in gioco, per permettere le trasformazioni sociali, i nostri paesi sono paesi in grande crescita e in grande cambiamento, ma ricordiamoci che un paese senza prospettive costituisce un grave problema anche per l'emigrazione che in queste condizioni non potrà che aumentare.

In tutto il mondo l'educazione è la cosa più importante della società, i bambini che sono gli esseri più malleabili, più veri, più sani, sono anche i portatori dei valori più nuovi.
Non dobbiamo dimenticare che l'Africa ha subito la colonizzazione, una sorta di balcanizzazione dove sono passate le influenze di inglesi, francesi, italiani, non dimentichiamo il suo percorso, un continente diviso nella sua unità, e bloccato nella sua crescita, un continente diviso a livello linguistico e a lungo frenato nelle sue ambizioni.

Da due o tre anni è cresciuta nelle campagne e nei villaggi africani una certa consapevolezza, grazie ad una politica di decentramento, grazie a questa fase si può apprezzare una nuova opportunità di cambiamento per l'Africa. Dando ai comuni e ai villaggi un maggiore potere decisionali si alimenta negli abitanti la responsabilità di essere padroni del proprio destino

La violenza e le armi permettono dei cambiamenti solo a breve termine, ma solo l'educazione permette di arrivare alla consapevolezza delle proprie scelte e della propria responsabilità nel cambiamento.

Il mio continente è un continente in cui ci si conosce poco, in cui ci sono tantissime lingue diverse, dove la presenza del petrolio porta allo svilupparsi di un'enorme violenza, un continente difficile da gestire, ma è un continente di speranza, e i bambini ne sono la dimostrazione, sono il nuovo sguardo sul mondo, forse sono dei bambini che cresceranno portando con loro lo sguardo della violenza che hanno subito e che non avrebbero dovuto subire, pensiamo a ciò che accade in Liberia, in Guinea, in Costa D'Avorio, in Burkina Faso, gli esempi di focolai di tensione che si creano nel nostro continente sono tanti, ma come già detto, le persone non sanno leggere, non hanno accesso al cinema, come sarebbe bello che fosse nei paesi democratici, forse il mezzo che ci aiuta di più è la radio, noi tentiamo di fare tutto il possibile per far sì che l'Africa possa cambiare e crescere.
Ci sono tante cose da dire e da fare e sicuramente l'Africa ha un grande contributo da dare all'intera umanità, io personalmente ho tanti amici di colore, lingua, culture diverse, ma i sentimenti sono sempre qualcosa che si può condividere e capire, il cinema ne è la dimostrazione. Io per esempio vedendo i film di Chaplin capivo senza bisogno di dover essere americano, lo stesso mi è accaduto con i film di Orson Wells , ne ho capito immediatamente  la forza, e questa è la forza del buon cinema, l'amore e la speranza, sono sentimenti ancora possibili e il cinema della speranza è il cinema che resta, Il cinema della violenza passa in fretta.

Noi africani disponiamo di una bicicletta, non possiamo andare alla Velocità a cui vanno gli altri con un aereo. 
Insomma, come si dice anche da noi, tutte le strade portano a Roma ed è con la nostra velocità che potremo arrivarci, grazie alla nostra capacità di comunicazione, grazie a ciò che possiamo trasmettere tramite le immagini, solo così si potrà arrivare ad un mondo più giusto, senza violenza, in cui la distribuzione dei valori sia più equa, e così anche la distribuzione delle ricchezze.
L'Africa è un paese in grande cambiamento e le ripercussioni di questo cambiamento potrebbero essere avvertite anche in Europa e in Asia.

Sarebbe Bello se la prossima volta che mi invita te si potesse organizzare un incontro con dei bambini in modo che si possano avvicinare non solo ad una nuova tecnica, ma anche a nuovi valori.

 

Intervista a Nouri Bouzid

 

Ho notato delle analogie tra il suo film e Paradise Now, ci sono realmente dei punti di contatto? Si tratta anche qui di una storia vera?

Non mi sono ispirato ad una storia vera, tutto il racconto è completamente inventato ed è stato girato a Cartagine mentre il film è ambientato a Tunisi, anche se durante le riprese sono stati (per fortuna) sventati vari attentati e uno degli attentatori era proprio un ballerino, cui, presumibilmente, era stato fatto il lavaggio del cervello.
Per i nove mesi in cui il film è stato fermo per problemi economici, continuavo a pensare al fatto che la mia storia fosse realmente successa.
Sfortunatamente non ho visto Paradise Now, la sceneggiatura del mio film è stata scritta prima che  Paradise Now uscisse, ho dovuto inoltre attendere tre anni dopo l'ultimazione della sceneggiatura per raccogliere tutti i finanziamenti necessari, comunque il mio film era finito prima dell'uscita di Paradise Now, è stata quindi una coincidenza, ma una buona coincidenza poiché abbiamo bisogno di molti film che ci aiutino a riflettere su questi argomenti, con la differenza che i palestinesi vivono questa condizione quotidianamente e non hanno bisogno di cercare ulteriori motivazioni per fare quello che fanno, come invece fa il mio personaggio.

Riguardo alla produzione e alla distribuzione del film?

Il film è una produzione totalmente tunisina, il produttore è un imprenditore di Tunisi, ho ricevuto dei fondi da Found du Sud e da la Francofoni che finanziano normalmente tutto il cinema Tunisino,  non abbiamo trovato nessun produttore indipendente francese come era invece accaduto per gli altri miei film, la postproduzione e i macchinari per la produzione sono stati sovvenzionati da un ente cinematografico marocchino che si è occupato poi della distribuzione televisiva. Tutto il film è costato sessantamila euro.
Su internet il film è stato criticato dagli integralisti islamici che ravvisavano sopratutto errori dal punto di vista tecnico, forse non avendo il coraggio di criticare il tema di fondo del film, hanno invece usato parole inquietanti nei miei confronti dipingendomi come una persona di potere, proprio io che sono refrattario ad ogni forma di potere, dalla famiglia alla religione, alla politica. Proprio per questo voglio continuare a fare tutti i film che voglio.

L'idea di introdurre il Making-of nel film, e quindi l'idea del titolo erano già nella sceneggiatura, o è un'idea nata durante le riprese?

Il titolo che è stato deciso prima di girare il film, chiarisce già da solo questo doppio linguaggio di fiction e di documentario su cui si dipana il film, inizialmente però il regista nel making-of non avrei dovuto essere io bensì un attore, su questo punto le cose sono andate diversamente rispetto al previsto.
Prima di girare ho stretto un accordo col protagonista dicendogli che sarebbe rimasto all'oscuro della sceneggiatura e dello svolgersi del racconto, che sarebbe stato così come nella vita reale in cui fino ad una certa età il tuo destino, le cose che fai e che farai sono come segnate, imposte, dalla normalità che la società e la famiglia creano intorno al bambino, poi arriva il momento delle scelte e tutto diventa più complicato poiché non sai come andrà a finire e cosa diventerai.
Gli ho chiesto: sei d'accordo? Lui ha risposto di si e sembrava anche eccitato dalla novità.
Siamo stati quindi costretti ad una cosa eccezionale nel cinema, quella di girare nell'ordine cronologico della sceneggiatura, siamo andati e venuti dalla stessa location, la casa del protagonista, dieci volte, tutto per non svelare all'attore la continuazione del film.
Ho scelto un attore che reagisse facilmente alle provocazioni, io stesso e gli altri attori del cast provocavamo di proposito le sue reazioni nei momenti opportuni, tutte le discussioni e gli screzi che si sono succeduti durante le riprese sono stati filmati e sono tutti reali anche se provocati, su due ore di film ho “manipolato” soltanto 12 minuti.
La realizzazione di questo film è stata una cosa molto importante e avevamo bisogno che il governo e gli organi di controllo ci lasciassero in pace è per questo che non traspare il problema della repressione in Tunisia.
La lotta all'integralismo va di pari passo con la lotta per la libertà d'espressione.

 

Conferenza stampa WASIS DIOP

 

Innanzitutto vorrei parlare del viaggio, del fatto che gli africani sono dei viaggiatori, che ritroviamo ormai in tutto il mondo, a volte sentiamo di qualche tragedia legata a questi spostamenti, che non sono solo spostamenti legati alla ricerca di qualcosa, bensì talvolta rispondono ad una esigenza interiore di viaggiare, di conoscere il mondo.
Io mi sono spostato dal Senegal alla Jamaica, da qui al Giappone, e in Giappone ho trovato molte analogie con l'Africa, checchè se ne possa pensare, se pensiamo alla tradizione animista, al rapporto col mondo degli animali, questa relazione è ancestrale e contemporanea in Giappone come in Africa.
Ho lavorato con musicisti Giapponesi ed ho potuto notare come in Giappone ci sia un legame fortissimo col mare, e come il blues del mare entri in rapporto con la musica giapponese, un rapporto che avevo già conosciuto in Africa.

C'è qualche compositore del nord del mondo che ti ha influenzato nel tuo lavoro?

Morricone è alla base di chiunque faccia questo mestiere, è lui che ha dato dignità alla colonna sonora, che prima era semplice accompagnamento delle immagini, poi è divenuta una creazione in sé, un'opera d'arte. 
Ricordo la famosa aria dell'armonica che rende la sua musica universale. Io penso che chiunque faccia musica per film, in un modo o nell'altro tenti di imitare Morricone, anche per i musicisti africani è così.

C'è un film che hai visto da spettatore e di cui invece ti sarebbe piaciuto essere il compositore della colonna sonora?

Per un musicista poter immaginare la musica di un film che si ama rappresenta il compimento di qualcosa, mi è quindi successo milioni di volte di vedere un bel film e di desiderare di costruirne la colonna sonora e di crearla quindi nella mia testa.
Una delle cose più straordinarie che mi sia successa: ho molto amato da spettatore
The Thomas Crown Affair (1968), quattro anni fa quando hanno fatto il remake del film mi hanno chiesto di comporne la colonna sonora e hanno usato una mia canzone per la scena centrale del film. Questa è stata la dimostrazione per me del fatto che i sogni si realizzano.

Il tuo rapporto con il cinema. Hai iniziato non come musicista ma come attore, nel primo film di tuo fratello Djibril Badou Boy del 1970?

Djibril Diop Mambety era il mio fratello maggiore, ha iniziato a girare film molto presto, da giovanissimo, e io non potevo far altro che seguirlo in ciò che faceva, talvolta mi toccava anche saltare la scuola per girare i suoi film. Purtroppo lui adesso non c'è più ma io spero che stia facendo ancora dei film in un altro mondo.
Questo bagaglio di esperienze fa si che il cinema sia sempre presente nella mia musica, anche quando non è fatta appositamente per il cinema, ho sempre nella mente un sottofondo di immagine cinematografica che mi aiuta a comporre.

Il tuo debutto come musicista per il cinema è sempre legato al nome di tuo fratello ma ad un film di qualche anno dopo?

Si tratta del film Hienes, un film che abbiamo fatto insieme cercando di curare tanti particolari, la musica è la parte primordiale all'interno del film.
È stato un lavoro molto interessante poiché Djibril ha voluto che io componessi la musica prima che lui iniziasse a girare il film. Djibril si è quindi impregnato di questa musica che ascoltava tutti i giorni ed ha dato poi vita al film successivamente.
A quel tempo non avevamo molti mezzi, e io avvertii Djibril di stare attento col magnetofono, ma purtroppo perse tutta la musica e sono stato costretto a ricomporre tutto. Alla fine è stato meglio così, poiché rifacendo il lavoro è venuto ancora meglio. Da quel momento ho iniziato a fare musica veramente per un film che è stato presentato a Cannes nella selezione ufficiale, Hienes appunto

Arriviamo al tuo ultimo film, presente qui in concorso, speriamo che venga distribuito in Itatlia, Africa Paradis; Un tuo parere sul film. Come è stato lavorare con un vulcano come il regista Sylvestre Amoussou?

Come spesso succeda ai registi africani, non ci sono molti soldi per realizzare film, lui però è venuto ugualmente a cercarmi poiché voleva la mia musica per il suo film e dicendo che era una cosa a cui teneva molto, io ho letto la sceneggiatura che mi è piaciuta molto, così gli ho detto di non preoccuparsi, che avrei fatto la musica per il suo film e che mi avrebbe pagato quando avrebbe potuto.
Noi compositori ci ritroviamo spesso coinvolti in progetti di film importanti, e questo film mi è sembrato così originale e così importante per noi africani che veramente mi è venuta voglia di farlo.
Credo che la musica debba comunque obbedire a qualcosa di naturale, sempre esprimere qualcosa di profondo, di emotivo, di legato alla vita. Non so di preciso cosa sentano i bambini ma sicuramente sentono più di noi.

A Dakar ci sono attualmente circa tremila gruppi hip-hop come si rapporta lei con questa realtà?

Credo sia naturale che ci siano tanti gruppi musicali, i giovani della mia città amano tanto la musica che sono pronti a prendere tutti i treni di passaggio, quello che mi piace dell'Hip-Hop è l'utilizzo della lingua, grazie all'Hip-Hop i giovani africani che avevano la tendenza a mischiare il wolof con il francese, volendo scrivere dei testi hanno dovuto affrontare una ricerca sulle lingue africane, una ricerca molto efficace e produttiva.

Il suo ultimo album, il terzo, risale all'autunno del '98 e si avvale di prestigiose collaborazioni, tra le altre quella di David Burn. Ci sarà un prossimo album?

Si, c'è un quarto album che è finito ma non è ancora uscito, perchè in questo momento mi stò occupando di un'opera africana, sulla quale stò lavorando da due anni, un'opera come l'opera italiana che si avvale di 60 componenti. So che la prima opera è stata fatta in Italia quattrocento anni fa e che si trattava del 17 febbraio, quindi la prima della mia opera è stata il diciassette febbraio scorso a Bamako, questa opera sarà rappresentata ad Amsterdam nel mese di giugno, poi avrà inizio una tournè europea e sono sicuro che verremo anche in Italia.
È per questo che non faccio uscire il mio album, perchè non posso contemporaneamente occuparmi di tutte queste cose, e son molto più entusiasmato da questo progetto che dall'uscita di un mio album personale.

 

 

AFRICA PARADIS
(Sylvestre AMOUSSOU
)

Regia: Sylvestre Amoussou
Sceneggiatura:
Pierre Sauville
Fotografia: Guy Chanel
Suono: Julien Chaumat
Musiche: Wasis Diop
Interpreti: Stéfane Roux, Eriq Ebouaney, Sylvestre Amoussou,Charlotte Vermeil
Formato: 35mm, col.
Durata: 86'
Versione originale: Francese
Produzione e distribuzione: Métis productions (Costa D'avorio-Francia)
Premi: Fespaco 2007 (Premio migliore scenografia, Premio speciale per l'integrazione, Premio speciale Sembène Ousmane

Sylvestre Amoussou
Nasce nel 1964 in Benin, vive in Francia da molti anni, arriva al cinema come attore, passa alla regia nel 1997; alle sue spalle numerosi cortometraggi, Africa Paradis è il suo primo lungometraggio.

Filmografia:
Les Scorpiones 1997, Achille (tre episodi) 1999, Africa Paradis 2001, L'Argent Sale 2003, Africa Paradis 2006.


Un mondo capovolto; una grave crisi ha colpito tutto il mondo occidentale, Il fallimento dell'Unione Europea ha generato una recessione economica senza precedenti in tutti gli stati che la componevano: fame, disoccupazione, guerre civili, delinquenza, malattia, inquinamento, incapacità e corruzione della classe politica sono i problemi che affliggono tutti i paesi europei, Francia in testa. Unica soluzione, unica speranza per tutti i cittadini è l'emigrazione verso i ricchissimi ed altamente democratici Stati Uniti d'Africa, la cui bandiera a stelle rosse e strisce gialloverdi è  simbolo di democrazia e progresso per chi vi abita e miraggio di salvezza per chi spera di andarci. 
Una voce off racconta questo antefatto, mentre sullo schermo scorrono foto che ritraggono le rovine dei maggiori monumenti storici e artistici e dei più importanti centri di potere del vecchio continente.

Questo lo scenario in cui si svolge la storia di Pauline e Olivier, una coppia di giovani Parigini, insegnante lei, programmatore informatico lui, che armati solo di amore reciproco e disperazione per la loro condizione di vita in una terra che non ha nulla da offrirgli decidono di investire tutti i loro risparmi in un pericolosissimo viaggio che li condurrà clandestinamente sulle coste dell'agognata Africa.
I due si ritroveranno a vivere nelle terribili condizioni di immigrati irregolari: polizia, centro di permanenza temporanea, razzismo, impossibilità di trovare un lavoro adeguato alle proprie capacità e competenze, segregazione, assenza di diritti politici e civili e su tutto l'uso strumentale della realtà dell'immigrazione ad opera della classe politica dello stato ospite.

I destini dei due protagonisti, ex inseparabili e teneri amanti, si dividono irreversibilmente, Pauline diverrà la moglie del politico illuminato che l'aveva scelta come collaboratrice domestica, Olivier sarà rimpatriato dopo il tragico epilogo di una manifestazione per i diritti dei bianchi sabotata dal partito che si oppone all'uguaglianza e al riconoscimento dei diritti degli immigrati.
Questa commedia amara porta lo spettatore, bianco o nero, europeo o africano che sia dall'altra parte della barricata. Costringe a mettersi davvero nei panni di quello che siamo abituati a considerare altro.

L'ironia della narrazione, il ribaltamento dei ruoli, rende necessaria e facile l'immedesimazione, alleggerendo la problematica dell'immigrazione e dell'accoglienza dalla sua realtà documentaristica rendendo  paradossalmente ancora più evidenti e comprensibili le intricate e terribili dinamiche che ad essa sottendono.

 

DARATT - Siccità
(Mahamat Saleh HAROUN)

Regia: Mahamat Saleh Haroun
Sceneggiatura:
Mahamat Saleh Haroun
Fotografia: Abraham Haile Biru
Montaggio: Marie-Hélène Dozo
Suono: Dana Farzanehpour
Interpreti: Ali BacHa Barkaї, Youssuf Djaoro, Aziza Hisseine, Djibril Hibrahim
Formato: 35mm, col.
Durata: 95'
Versione originale: Francese e Arabo del Ciad
Produzione: Chinguitty Films, Goї-Goї (Ciad)
Premi: Venezia 2006 (Premio speciale della giuria e menzione speciale della giuria SIGNIS, Premio La Navicella); Giornate cinematografiche di Cartagine 2006 (Tanit d'Argento); Fespaco 2007 (Prix de la meilleure immage, Prix Union Européenne, Etalon de Bronze de Yennenga)
Distribuzione: Lucky Red-COE

Mahamat Saleh Haroun
Nasce nel 1960 a Abéché (Ciad), Studia Cinema e giornalismo tra Parigi e Bordeaux, dopo una brevwe carriera come giornalista dal 1994 si dedica totalmente al cinema.

Filmografia:
Maral Tanié
1994;  Goї-Goї 1995; Bord'Africa 1995; B400 1997; Un thè au Sahel 1998; Bye Bye Africa 2000; Letter from New York City 2001; Abouna 2002; Kalala 2005; Daratt 2006.


Nel 2006 Il governo del Ciad concede l'amnistia ai criminali di guerra, Atim un orfano di sedici anni riceve dal nonno una pistola e un compito: trovare e uccidere il carnefice di suo padre.
 Atim non ha difficoltà a trovare l'ormai anziano e acciaccato Nassara  nella città di
N’djamena dove è diventato un abilissimo fornaio. Si fa assumere come assistente e grazie a lui impara la preziosa arte del pane. L'odio e il rancore che prova nei suoi confronti è grande ma non più grande della naturale e umana esigenza di affetto, protezione, istruzione.
Il ragazzo è fortemente deciso a portare a termine la sua missione, ma tra i due si sviluppa presto un singolare rapporto per cui Atim trova in Nassara il padre che non ha mai conosciuto e lo stesso Nassara preso da sentimenti paterni verso il giovane aiutante, decide di adottarlo, gli chiede così di portarlo dal suo vero padre per chiedere il permesso per l'adozione.
Atim Conduce Nassara al cospetto del vecchio nonno cieco; l'epilogo è sorprendente sia sul piano della narrazione che su quello della fotografia, il deserto in cui i personaggi si muovono  diventa simbolo eclatante dei loro sentimenti.
Rabbia e perdono, vendetta e necessità di vivere, il pane, simbolo di vita condito dal sudore della fatica, la capacità di cambiare, il bene e il male compresenti nello stesso individuo, nella stessa società.

Questo film è un inno alla speranza e alla vita. La comprensione degli errori della generazione precedente porta ad una crescita, mediata dalla conoscenza e dalla consapevolezza delle necessità reali, dalla quale scaturisce il perdono.

 

EL REY DE SAN GREGORIO
(Alfonso GAZITÚA)

Regia: Alfonso Gazitúa
Sceneggiatura:
Alfonso Gazitúa, Christian Morales
Fotografia: Álvaro Cortés
Montaggio: Soledat Salfate
Suono: Pablo Pinochet
Musica: Edoardo Cantòn Aguirre
Interpreti: Pedro Vargas, Marìa José Parga
Formato: 35mm, col.
Durata:85'
Versione Originale: Spagnolo
Produzione e distribuzione: Allegro Films (Cile)
Premi: Viña del Mar International Film Festival, Cile 2006 (Premio Miglior Attrice protagonista a Marìa José Parga); Festival del cinema Africano d'Asia e d'America Latina, Milano 2007, (Miglior Film).

Alfonso Gazitúa
Nasce nel 1965 a Santiago de Cile, studia cinema all'Istituto Professional Argo, realizza vari cortometraggi con uno sguardo impegnato ed attento alle fasce sociali più deboli e svantaggiate, dal 1994 lavora come volontario con un gruppo di Disabili a San Gregorio, da questa esperienza in cui lui ha creato un gruppo teatrale, trae lo spunto per questo suo primo lungometraggio.

Filmografia:
Fiesta de la Virgen de Candelaria de Caspana
, 1994, doc.; Allegro, 1995,cm; Fundation Nuestra Señora de Guadalupe, 1997, doc.; Manos de Mujer, 1998, cm; Siempre Jòvenes, 2000, doc; Quédate commigo, 2002, doc.; El Rey de San Gregorio 2006, lm;


Una storia delicata e commovente, senza buonismi né pietismi, una storia d'amore fra due ragazzi disabili Pedro e Cati, ma anche tra questi e le loro rispettive madri.
il film magistralmente interpretato da un gruppo di ragazzi disabili, narra di come diversi tipi d'amore possano entrare in conflitto tra loro.
Pedro e Cati dovranno superare molte difficoltà prima che il loro amore possa essere accettato dalle loro iperprotettive famiglie.
Quando i due ragazzi vengono forzatamente divisi Cati non riesce a sopportarlo e dopo un periodo di depressione decide di fuggire, Pedro grazie alla sua intraprendenza e con l'aiuto di una brigata di amici nei panni dei personaggi del mago di Oz, occasionalmente indossati per uno spettacolo teatrale, riuscirà a ritrovarla, dimostrando a se stesso e a gli altri di saper provvedere non solo a se stesso ma anche a chi sceglie di amare e proteggere.

Questo film che ha vinto il massimo premio al Festival di Milano forse non era il migliore tra quelli in concorso ma ha di sicuro molti meriti, tra cui quello, non da poco, di affrontare un tema tutt'altro che semplice in un modo molto lineare e corretto.
I ragazzi disabili trovano in questa sceneggiatura come nella recita che stanno preparando un ruolo che si addice ad ognuno di loro, riuscendo, insieme, a superare le difficoltà pratiche e sentimentali di ogni singolo.
Alla fine del film il processo di crescita dei protagonisti è evidente, ma ancora più evidente è quello dei normodotati che ruotano intorno a loro,i quali impareranno a loro spese quanto sia labile il confine tra l'amore liberatorio e la morbosità oppressiva e castrante.

 

EL VIOLIN
(Francisco VARGAS)

Regia: Francisco Vargas
Sceneggiatura:
Francisco Vargas
Fotografia:Martìn Boege Paré
Montaggio:  Francisco Vargas, Ricardo Garfias
Suono: Isabel Muñoz Cota
Musica: Cuauhtémoc Tavira, Armando Rosas
Interpreti: Don Ángel Tavir, Dagoberto Gama, Fermín Martinez, Mario Garibaldi
Formato: 35mm, b/n-Col
Durata: 98'
Versione Originale: Spagnolo
Produzione: Càmara Carnal Films, S.A. De C.V. (Messico)
Premi: Cannes 2006 (Premio miglior Attore a  Don Ángel Tavir; San SebastianFilm Festival 2006 (Menzione Speciale)
Distribuzione: Memento Film International  

Francisco Vargas
Nasce in Messico nel 1968, studia cinema e scienze della comunicazione, lavora in radio in un programma per ragazzi sulla musica tradizionale messicana, dal 1997 dirige cortometraggi e spot pubblicitari.

Filmografia:
Hay momentos
, 1998, cm; Canejo, 1999,cm; Tierra Caliente... Se mueren los Que la Mueven, 2004, doc.; El violin, 2005, cm; El Violin, 2006, lm.


Tre generazioni di: uomini, musicisti, combattenti, campesinos messicani. Il vecchio Plutarco è un bravo violinista, il figlio, un pessimo chitarrista ma un coraggioso guerrigliero e un affettuoso padre, del nipote di appena 10 anni i due dicono tra loro: «Quello è peggio di noi due messi insieme».
Quando il terzetto fa ritorno sulle montagne, dopo essere stati in città per racimolare qualche soldo suonando per strada e per stringere accordi per l'acquisto di armi indispensabili alla guerrilla, l'esercito ha appena occupato e saccheggiato il loro villaggio; la moglie, madre e nuora dei protagonisti è stata violentata e uccisa  insieme ad altre donne, molti uomini sono morti durante e dopo gli interrogatori-tortura che il bianco e nero e l'ombra della capanna in cui si svolgono rendono atroci e insopportabili pur negando alla vista i particolari cruenti.

Messi in salvo il vecchio Plutarco e il figlioletto, il giovane guerrigliero si unisce ai suoi compagni di battaglia. Plutarco, dopo essersi procurato una mula, col solo aiuto del suo violino riesce a recuperare le munizioni dal nascondiglio del villaggio e ad intrattenere i soldati e il loro capitano mentre i guerriglieri preparano il contrattacco.
L'epilogo lo si può immaginare non trattandosi di un film di Hollywood ed essendo le forze in gioco equipaggiate ed addestrate in modo così impari, ma la resistenza non muore.
Il vecchio Plutarco riesce ad insegnare al nipote  e così a tramandare alle future generazioni i canti di lotta, allo stesso tempo il coraggio e l'amore del giovane padre verso la sua gente e la sua terra attecchisce anch'esso nel fertile terreno dell'animo del bambino che nell'ultima scena canta con una splendida voce ed un'ottima perizia da chitarrista le canzoni del suo popolo che reclamano terra, diritti, uguaglianza e libertà.

 

MAKING OF
(Nouri BOUZID)

Regia: Nouri Bouzid
Sceneggiatura:
Nouri Bouzid
Fotografia: Michel Baudur
Montaggio: Karim Hamouda
Suono: Michel Ben Saïd
Musica: Néjib Charradi
Interpreti: Lofti Adbelli, Lofti Dziri, Afef Ben Mahmoud
Formato:35mm, col.
Durata: 120'
Versione Originale: arabo
Produzione: CTV Service (Tunisia)
Premi: Giornate cinematografiche di Cartagine (Tanit d'oro)
Distribuzione: CTV Service, COE

Nouri Bouzid
nasce a Sfax nel 1945, Studia All'INSA di Bruxelles, lavora come aiuto regista e cosceneggiatore, di molte produzioni internaionali, nel 1986 il suo primo lungometraggio vince il Tanit d'oro a Cartagine. Insegna Cinama e sceneggiatura a Tunisi, è attualmente uno dei maggiori esponenti del cinema maghrebino

Filmografia:
L'homme de cendres
, 1986, lm; Les sabots en or, 1989, lm; Beznass, 1992, lm; Bent Familia, 1997, lm; Poupees d'argile, 2001, lm; Making of, 2006, lm


Certe volte capita di trovarsi difronte ad un capolavoro, inatteso, leggero, divertente, intenso, moderno, per un pubblico adulto e impegnato, per un pubblico militante, ma soprattutto per gli adolescenti e i ragazzi «é per loro che l'ho fatto e pensato» afferma l'oramai non più giovane regista tunisino.
Chukra (l'attore Lofti Adbelli) è un diciottenne irrequieto e ribelle che vive nella periferia di Tunisi, un Breaker, un rapper, un ladro di telefonini, il leader di una banda di ragazzi di strada che sogna L'Europa, sogna di diventare un ballerino, adora sua madre, ama la sua ragazza e fa di tutto per dimostrare al mondo che è un vero uomo.
Ma il sogno di fuga si fa sempre più difficile, anche considerando che «L'Italia ha scelto Bush in Iraq e gli imbarchi sono bloccati», che la sua ragazza (anche lei sogna) è, forse, disposta ad  accettare compromessi con ricchi uomini pur di diventare una cantante, che «Il tassista» (suo padre) è molto lontano da ciò che Chukra considera un vero uomo, che la polizia gli dà la caccia per le sue bravate invece di accoglierlo tra le sue fila (cosa che a lui non dispiacerebbe affatto, se non altro per poter imitare i poliziotti dei film americani), che la gente del suo quartiere fraintende il suo amore per la danza e invece di considerarlo un uomo, un duro, lo taccia di effeminatezza.
Fuggito di casa in seguito ad una bravata più grossa delle altre (il furto dei risparmi del nonno e della divisa da poliziotto del cugino),  Chukra troverà ospitalità nella casa e nel laboratorio di un vecchio artigiano marmista che inizia ad istruirlo sul corano, e su una lettura alquanto deviata e deviante di questo.
La sua indole indomita e ribelle, la sua energia di giovane arrabbiato, la stessa che avrebbe potuto condurlo a diventare una star del rap o della break viene sfruttata dal vecchio e dalla sua organizzazione per creare un mostro, un Kamikaze il cui unico sogno è diventare un martire della jihad in modo da guadagnarsi il paradiso senza dover attendere e subire il giudizio.
Il film sarebbe stupendo già così, il “semplice” racconto di come si possa praticare il lavaggio del cervello di un giovane ribelle e sognatore, di come la forza e l'energia vitale possano se solo mal convogliate diventare portatrici di morte e distruzione. Ad impreziosirlo e a renderlo un vero capolavoro c'è il titolo e ciò che ad esso sottende.
Il regista ha stipulato un contratto particolare col giovane protagonista (attore e ballerino professionista), Lofti Adbelli infatti conosce solo la prima parte della sceneggiatura e del copione e pensa di essere il protagonista di un film sui giovani breaker di Tunisi, il resto del film sarà per lui una totale sorpresa e una continua scoperta, un'avventura da cui una volta accettata la scrittura e girato il primo tempo non potrà più tirarsi indietro.
Il giovane attore si ritrova così ad essere filmato a sua insaputa durante i Making of, appunto, mentre si ribella al regista, mentre si rifiuta di andare avanti con le riprese, di diventare un kamikaze (sia pure cinematografico), mentre si batte e si arrabbia per difendere il suo amore per la danza e la sua identità di ballerino, mentre si preoccupa per la reazione degli integralisti islamici e dei critici cinematografici che vedranno il film e, mentre, non potendo fare altro, nel film come nella vita, come nel making of, si piega al volere del regista e continua il suo lavoro, la sua doppia trasformazione.
Chukra diventa così un kamikaze e si suicida, senza fare altre vittime oltre se stesso, facendosi saltare in aria in un enorme container su cui campeggia la scritta Capital, mentre Lofti Adbelli perde parte delle sue paure e delle sue diffidenze, aprendo il suo modo di vedere le cose ad un pensiero più laico e più libero da pregiudizi e paure del giudizio.

La realizzazione di questo film ha anch'essa molto di originale poiché tutta la troup, Lofti unico escluso, era a conoscenza del progetto del regista di far rientrare nel film il girato del   Making of e collaborava con lui per creare le condizioni necessarie allo scaturire delle reazioni del protagonista.
Il film è stato girato inoltre e inevitabilmente seguendo l'ordine di successione delle inquadrature del montato, in modo da mantenere il protagonista sempre all'oscuro di ciò che sarebbe successo in seguito.
«Questo film è la dimostrazione che le vecchie pentole fanno una buona cucina» ha dichiarato Idrissa Ouedraogo a proposito del regista tunisino.

 

TENDRESSE DU LOUP
(Jiladi SAADI)

Regia: Jiladi Saadi
Sceneggiatura:
Jiladi Saadi
Fotografia: Mario de Casteira
Montaggio: Nadia Ben Rachid
Suono: David Rit, Thomas Guauder
Musica: Cesaria Evora
Interpreti: Anissa Daoud, Mahamed Graya, Atef Ben Hessin
Formato: 35mm, col.
Durata: 85'
Versione Originale: arabo
Produzione e distribuzione: J.S. Productions (Tunisia)
Premi: Giornate del cinema di Cartagine (menzione speciale della giuria)

Jiladi Saadi
Nasce a Bizerta in Tunisia nel 1962, studia cinema a Parigi, nel 1994 realizza il suo primo cortometraggio, poi un mediometraggio nel 1997

Filmografia:
Marchandage nocturne, 1994, cm; Café-Hotel de l'avenir, 1997,cm; Khorma,la bêtise, 2002,lm; Tendresse du loup, 2006,lm


Nella Medina di Tunisi, un Gruppo di giovani sbandati e inetti, tra cui un albino autolesionista e masochista si riunisce abitualmente sulle scale di un vecchio portone, bevono birra, Sognano di abbandonare quella città e quella vita per andare in Europa, Stoufa (il protagonista) ha un sogno più originale, racimolare un po' di soldi, non sa bene come, forse spera nella morte dei genitori, per andare a Capoverde e sorseggiare birra sulle sue magnifiche spiagge ascoltando la musica della sua amata Cesaria Evora, la colonna sonora del film è tutta della bravissima cantante Angolana.
Il periodico passaggio di un taxi in coincidenza con l'apparizione di un orologio digitale in sovraimpressione nella parte bassa dello schermo contribuisce a creare un'atmosfera surreale.
Una procace prostituta, vicina di Stoufa e dei suoi compari, appare in primo piano davanti al gruppo, aspetta il taxi, ma nello stesso tempo rappresenta un'attrazione troppo grande per i 4 giovani che iniziano ad infastidirla e infine la stuprano a turno sotto gli occhi impotenti di Stoufa che cerca invano di fermarli.
Da questo episodio si scatenano tutta una serie di eventi cruenti per cui la ragazza chiederà a suo fratello di vendicarla e il primo a farne le spese sarà proprio Stoufa, l'unico innocente, ridotto in fin di vita dalle percosse sarà poi abbandonato tra le immondizie e si salverà solo grazie alla solidarietà di un vecchio carrettiere che lo trasporterà all'ospedale.
La furia dei fratelli si scatenerà poi su tutti gli altri stupratori, tranne che sull'albino per cui quello stupro era stato anche il suo primo rapporto sessuale e che finirà suicida sotto un treno.
Stoufa avrà anche la sua rivincita, fuggito dall'ospedale e trafugati un pò di soldi dalla casa dei genitori si reca infatti nel bar dove lavora la prostituta, la corteggia e la convince a salire sul suo motorino per condurla in una squallida catapecchia, tra i due si alternano sentimenti che vanno dall'odio e dal profondo disprezzo a quello che sembra essere un vero innamoramento con tanto di rapporto sessuale, ma la mattina dopo, lei raccoglie le sue cose e lo abbandona dopo averlo umiliato per l'ultima volta.

Il lupo, la legge del branco, l'unione tra individui che non è solidarietà ma solo utilitarismo, la vendetta, il disprezzo che nasce dalla propria condizione di indigenza e che lungi dal far riconoscere nell'altro un compagno di sventura porta alla volontà di continua reciproca sopraffazione, questi i temi di questo dramma della povertà economica, ma sopratutto della povertà dei sentimenti di chi nasce e vive in una realtà troppo dura da affrontare, in cui l'altro è un nemico da abbattere e sottomettere se non è un debole da sfruttare.
Una recitazione molto convincente, una scenografia semplice e scarna, conferiscono a questo film la capacità di comunicare i sentimenti forti e sempre contrastanti dei personaggi immersi in una realtà violenta e spietata, la splendida colonna sonora, agisce in contrasto con le immagini, rappresentando in modo eccezionale l'irragiungibilità dei sogni del protagonista.

 

WWW - WHAT A WONDERFUL WORLD
(Faouzï BENSAÏDI)

Regia: Faouzï Bensaïdi
Sceneggiatura:
Faouzï Bensaïdi
Fotografia: Gordon Spooner
Montaggio: Faouzï Bensaïdi, Veronique Lange
Suono: Patrice Mendez, Tobias Fleig
Musica: Jean-Jaque Hertz, François Roy
Interpreti: Nezha Rahil, Faouzï Bensaïdi, Fatim Attif
Formato: 35mm, col.
Durata: 99'
Versione Originale: Arabo, Francese
Produzione: Gloria Films, Agorà Films, Heimatfilm (Francia-Marocco)
Distribuzione: Les Films du Losange

Faouzï Bensaïdi
Nasce nel 1970 a Meknés, Marocco, Lavora per molto tempo come attore e regista di teatro, dal1997 si dedica al cinema.
Il suo primo cortometraggio, La Falaise, è un successo internazionale, continua a collezionare premi e successi con le opere successive.

Filmografia:
La Falaise,
1997, cl; LeMur, 2000, cm; Trajets, 200, cm; Loin, 2001, lm; Le Cheval du vent, 2002, lm; Mille mois, 2003, lm; WWW-WHAT A WONDERFUL WORLD, 2006, lm


Esiste un Won Kar-Way Marocchino? È lecito cercarlo? Dando una risposta affermativa alla seconda domanda, si può rispondere senza ombra di dubbio anche alla prima, esiste e si chiama Faouzï Bensaïdi.
WWW è un concentrato di ironia e di trovate geniali, un film che fa della modernità e della parodia il suo stilema.
I protagonisti sono tre, le loro storie si intrecciano in vario modo pur rimanendo del tutto indipendenti l'una dall'altra.

Kamel è un killer professionista che riceve le commissioni via internet e vive all'ultimo piano di un modernissimo grattacielo al centro di Casablanca, è un solitario, taciturno, un vero duro che soffre di insonnia e che svolge il suo lavoro con perizia e grande professionalità.
Kenza è una poliziotta che dirige il traffico, due inquadrature esilaranti ce la mostrano sulla pedana al centro di un grande incrocio mentre dirige una danza di automobili, camion e biciclette che seguono il ritmo della colonna sonora. Per arrotondare affitta il suo cellulare.
Akim è un giovane con una spiccata propensione per l'informatica che le prova tutte nel tentativo di raggiungere l'Europa, emblematico lo scontro tra polizia e giovani  nel giardino dell'ufficio emigrazione. Nel frattempo Akim si prende cura del padre invalido e alcolizzato
L'amica intima di Kenza è una prostituta il cui cliente preferito è proprio kamel. L'altra amica di Kenza fa le pulizie nelle lussuose ville del quartiere residenziale, è in una di queste che troverà Akim incautamente ubriacatosi e rimasto privo di sensi mentre maldestramente tentava di svaligiarla.
Kamel e Kenza avranno modo di parlarsi telefonicamente, e senza conoscersi né riconoscersi si incontreranno varie volte fino ad innamorarsi l'uno dell'altra senza essersi mai presentati. Nell'ultima scena i due stanno per abbracciarsi quando un numero esorbitante di killer li circonda sparando sui loro corpi una enorme raffica di proiettili e abbandonandoli sul selciato, ma la forza dell'amore anelato e finalmente riconosciuto si fa beffa della morte e spinge i due trivellati ad abbracciarsi per la prima e l'ultima volta, per l'eternità.

Sicuramente uno dei film più belli del festival, sicuramente uno dei film più divertenti e originali dell'anno.
Casablanca come Los-Angeles, come Hong-Kong, in una successione di non luoghi iper-moderni, di persone che sono anime perse; la zumata iniziale, ripresa da google-map, che ci porta da una visuale del globo fino ai tetti della metropoli Marocchina, è significativa dell'universalità della storia e indicativa dell'ironia dello stile oltre a specificare in modo che non potrebbe essere più geograficamente preciso il luogo dell'ambientazione.

 

LA CIUTAD DE LOS FOTOGRAFOS
(Sebastian MORENO)

Regia: Sebastián Moreno
Sceneggiatura:
Claudia Barril, Nona Fernandez, Sebastián Moreno
Fotografia: David Bravo, Sebastián Moreno
Montaggio: Teresa Viera Gallo
Suono: Erik Del Valle
Musica: Manuel García, Silvio Paredes
Formato: video, col
Durata: 80'
Versione Originale: spagnolo
Produzione e Distribuzione: La peliculas del Pez (Cile)


Il documentario raccoglie il materiale di repertorio e le interviste, ai fotografi dell'Afi (Associazione fotografi indipendenti) che durante la terribile dittatura di Pinochet hanno fotografato gli scontri tra manifestanti e polizia che hanno insanguinato le vie di Santiago, offrendo importantissimi documenti di denuncia e di memoria storica su una realtà che i media istituzionali si sforzavano di nascondere.
I fotografi si confessano, ricordando come sono arrivati alla necessità dell'uso della macchina fotografica e di come si siano resi conto della potenza di quel mezzo che si trasformava nelle loro mani in una vera e propria arma capace di salvare la vita a chi finiva sotto i colpi di un poliziotto che si accorgeva di essere sotto il tiro dell'obiettivo, ma nello stesso tempo, l'occhio del fotografo dietro diventava sempre più freddo e insensibile al dolore visto, in favore della bella o particolarmente significativa fotografia.
Molti fotografi ricordano, non senza sensi di colpa, che la macchina fotografica e l'adrenalina che l'uso di questa procurava spesso faceva dimenticare la realtà del dolore e delle atrocità che passavano davanti all'obiettivo e quindi al loro sguardo, molti di loro hanno smesso per sempre di fotografare quando si sono resi conto di questo, altri hanno continuato nel loro lavoro. Grazie a loro adesso sappiamo chi era davvero Pinochet e che cosa e veramente successo in quegli anni per le vie di Santiago del Cile.

Sebastián Moreno, al suo primo documentario da regista, è il figlio di uno dei fotografi dell'Afi ha avuto facile accesso al materiale di repertorio presente in grande quantità ad impreziosire e  valorizzare il suo lavoro.

 

 

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