RICKY
- UNA STORIA D'AMORE E LIBERTA'
(Ricky)
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Una storia d’amore come tante, un bambino straordinario. |
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Ammetto la sconfitta: sola, non
posso farcela. E’ di origine spagnola, si chiama Paco. Paco si trasferisce da noi. E’ nato. Si chiamerà Ricky: è Lisa ad aver dato un nome al mio
sogno. Ricky ha bisogno di me. Paco è tornato per ve(n)dere Ricky. Ricky è così bello quando vola libero nel cielo. Osservo la piccola Lisa e Paco
partire, la mattina. E il cielo, a seguire. Dopo l’Angel senza ali, un bébé volante. François Ozon, rientrato in
Francia, adatta un racconto di Rose Tremain e firma forse la sua opera più
anomala e arrischiata, la cui scandalosa semplicità nasconde una
complessità ed un intreccio di livelli e di gradi sconcertanti. La scelta
di Alexandra Lamy (Katie), che si è rivelata felicissima, prefigurava
l’azzardo. Commediante resa celebre dalla non memorabile serie tv Un
gars et une fille, in coppia con il futuro OSS 117 Jean Dujardin, Lamy
offre un’interpretazione maiuscola, così come perfetti sono l’
“animalesco” Lopez (Paco), la “polimorfa” Mélusine Mayance (Lisa)
e l’incredibile bébé Arthur Peyret (Ricky). Sulla base di questa ipotesi interpretativa, potremmo così
rileggere l’intera impalcatura narrativa: Katie, abbandonata dal compagno, in lacrime, si rivolge
all’assistenza sociale per dare in affidamento il figlio più piccolo,
un bimbo “difficile” di cui non ci viene detto il nome. A quel punto,
ha inizio il flashback “onirico” in cui Katie rivive alcuni frammenti
della storia d’amore con Paco e, soprattutto, l’avvento di Ricky, un bébé
a cui spuntano le ali e che alla fine, commossa dalla “bellezza” del
figlio in volo, Katie lascerà volontariamente (?) partire (Perdonami, Ricky, ho
lasciato la cordicella che ti teneva legato a me, ma eri così bello
quando volavi!). Il ricordo del sogno finisce e a quel punto ritroviamo
Katie incinta: chiude gli occhi e inizia a vivere il sogno che sarà,
qualche mese dopo, ricordato e “deformato” dal pianto e dal senso di
colpa.
Ma il sogno del bébé volante è
altro ancora. Non è soltanto il frutto della messa in relazione di eventi
distanti nel tempo (il sogno di Katie incinta riattraversato dalla Katie
abbandonata), ma anche il risultato di un sottile gioco psico-cinesico che
vede coinvolte Katie e Lisa, quasi un unico macro-personaggio femminile
mosso da pulsioni, passioni e sconvolto da tensioni assolutamente
contraddittorie. E’ Katie a mettere al mondo Ricky, è Lisa a dargli un
nome. Quest’ultima riempie col proprio sguardo quei frammenti onirici in
cui Katie è assente. Le azioni di Katie sono diretta filiazione di ciò
che la figlia Lisa ha visto, percepito, compreso, una trasmissione del
sapere che resta implicita, che non viene mai verbalizzata: Lisa vede Paco
chiacchierare con un’altra donna, Katie lo lascia. Madre e figlia sono
due personaggi complementari le cui paure e i cui desideri si intersecano
in un racconto “sognato” da entrambi, una doppia articolazione del
sentire, del vedere e dell’agire che si evince dai due primi piani del
finale/prologo: il primo piano della madre in attesa, che chiude le
palpebre dopo essersi accarezzata il ventre; il primo piano di Lisa, che
si abbandona alla rêverie stringendo a sé il nuovo padre. L’avvento e
il personaggio di Ricky, la sua differenza, così come l’adattamento
alla sua inusitata diversità, sono la straziante “figurazione” (nel
senso di riconfigurazione metaforica) del destino di solitudine che
attende, in generale, LE madri (i figli, prima o poi, abbandoneranno il
nido: il passato del sogno,
SOGNO I) e che toccherà in sorte a DUE donne (Paco è fuggito:
il presente nel sogno passato, SOGNO
II). Manuel
Billi |
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Oggi si vola Mentre lamentavamo il placido ripiego di Ozon nella poco rischiosa operazione filologica (il piuccheperfetto, museale Angel) ecco che il francese, quasi a volerci smentire, caccia dal cilindro una prova di coraggio autentico. Quello che sorprende di più in Ricky è il modo in cui il registro minimalista va a tradurre il consueto, ambiguo biforcarsi di piste ozoniano in un realismo insieme sublimato e scabro. Persino nelle more della partita onirica l'autore segue questa traccia con determinazione, non abdicando mai a quel rigore che informa tutta l'opera, anzi: fa di questo rigore il filo conduttore, costringe la grande metafora dell'abbandono, di un figlio che vola via, nel medesimo binario di questa realtà grigia, un po' sordida, fatta di fatiche, piccole e grandi, di umani dolori, minime gioie familiari. E' in questo equilibrio perfetto che ravvisiamo, ancora una volta, la prova dello stupefacente talento del cineasta (di recente impalmato anche da un collega "difficile" come Dumont [1]), nella scelta niente affatto scontata di tradurre l'elemento metafisico in una prosa filmica veridica, facendo rispondere il dato fantastico a istanze logiche, coerenti. In definitiva (e quasi paradossalmente): realistiche (dunque d'accordo dar le ali al bimbo, ma con dolore tutto fisico - quei lividi -, secondo un meccanismo di crescita animale, concreto, travagliato). L'onirismo, lontano da codici abusati, in Ricky è letteralmente il linguaggio dell'inconscio, un idioma che rivela, con resa perfetta, il risvolto interiore di fatti esteriori, di eventi di ordinario, quotidiano dolore. Delicato e brutale, il film di Ozon è materia cinematografica incredibilmente audace, che ha il dono della grazia senza risultare mai graziosa e che mi pare azzardare, nel suo mimetizzare le ellissi, un nuovo concetto di realismo che riesce a mostrare il dentro e il fuori, il dato della sofferenza di una madre e, nel controluce (mai evanescente, anzi) del sogno, la sua spirituale, sanguinosa sostanza. E tutto questo (e molto altro ancora: a cominciare da Ricky come figlio-freak/simbolo di una relazione a più livelli anomala), ribadisco, senza sottolinearlo o esplicitarlo volgarmente, anzi, senza quasi rivelarlo, lasciando che la polivalenza del film arrivi allo spettatore attraverso le immagini, scavandosi, nell'inconscio del pubblico, un nido nel quale covarsi, schiudersi, crescere. Volare via. [1] I think there's a kind of Parisian Cinema that is enclosed by its own boundaries. It includes the children of the nouvelle vague, directors like André Téchiné, who work inside a closed system. So they don't have the possibility to move on. But I think that directors such as François Ozon and myself come from elsewhere, and we don't refer back to that kind of cinema. Film-makers search for an aesthetic, dogma and discipline. For myself, every film has a differet theory- I dont' have a global vision of cinema."Bruno Dumont on Bruno Dumont" by Kaleem Aftab - Projections 12. Film-makers on Film Schools Luca Pacilio I giorni dell’abbandono Una presenza maschile che si dilegua (o potrebbe farlo), un corpo anomalo (che non si trova, o che presenta inspiegabili deformità), la scelta di rinchiudere la radice della propria ossessione in un appartamento: una gabbia color cielo, un nido ospitale, una culla insanguinata dalla quale non si può uscire che con un taglio netto. Ricky come versione “materna”, ma non per questo edulcorata, di Sotto la sabbia: Ozon, impietoso biologo e sardonico dottor Caligari del cinema contemporaneo, gira, come ogni regista degno di questo nome, sempre lo stesso film, o per meglio dire, le diverse opere (corti compresi) sono altrettante sequenze di un solo lungometraggio (questo nuovo film era già presente, in embrione, nell’episodio della nascita di Nicolas in Cinqueperdue). In Ricky “proseguono” il citato Sotto la sabbia, il maledetto (da certa critica) Les amants criminels e il mediometraggio Regarde la mer. La scomparsa del compagno, da cui derivano una lotta feroce e disperata per negare la (mancanza di) evidenza (che non è quella, tutto sommato rassicurante, della morte, ma quella ben più atroce dell’abbandono) e il conseguente isolamento dal mondo, spinto fino alla soglia della nevrosi e oltre: Sotto la sabbia. Il rapporto simbiotico e repulsivo con il frutto del proprio seno, la necessità di un distacco definitivo dall’ombra della Madre e la fuga verso l’ignoto: Regarde la mer. L’elemento fantastico che s’insinua in un contesto realistico, esasperandone le tensioni e determinando un nuovo, paradossale equilibrio: Les amants criminels. Due elementi visivi appaiono in tutti e quattro i film, ed echi di questo tipo hanno ben poco di casuale. Il primo è l’acqua, frontiera in(de)finita, di volta in volta Stige e Lete: la doppia spiaggia (cittadina e oceanica) e la piscina di Sotto la sabbia, la battigia e il mare aperto di Regarde la mer, il fiume con la barca che guida Les amants criminels al loro destino di creature di fiaba, il laghetto condominiale di Ricky. Il secondo è il supermercato, impersonale e asettico contenitore di sogni di normalità, di conformismo, di quiete (im)possibile. È nel supermercato che gli assassini Alice e Luc si riforniscono di viveri prima di darsi alla macchia. È fra gli scaffali che la non-vedova Marie si culla nell’illusione di una rinnovata felicità. È nei pressi del banco carni che la misteriosa Tatiana si aggira come in trance, studiando con inquietante intensità i tagli di carne esposti. Katie, la Madre di Ricky, ripercorre le orme dell’enigmatica campeggiatrice, confrontando la carcassa di un pollo con il corpo del suo specialissimo bambino; ancora, Lisa addenta la carne con la stessa placida voluttà che il timido Luc riserva alla sua preda, quando si dedica (inconsapevolmente?) al cannibalismo. Stefano Selleri |
| Spazio
lettori
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Manuel Billi 9 |
Luca Pacilio 9 |
Emanuele Di Nicola 9 |
Stefano Selleri 8½ |
Daniele Bellucci 9 |
Giulio Sangiorgio 8 |
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Francesco Di Lella 7 |
Michele Favara 7½ |
Roberto Tallarita 7½ |
Niccolò Rangoni 7½ |
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