PARANORMAL
ACTIVITY
(Paranormal Activity)
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Trama |
ATTIVITA’ PARANORMALE, Un avvenimento di origine sconosciuta che non può essere spiegato logicamente o scientificamente. |
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Quando il Medium si fa medianico. Il meccanismo è piuttosto semplice: uno “spontaneo” filmino amatoriale di una coppia di fidanzati che convivono in casa. Lui si crede regista (il vero autore è in realtà invisibile) e tenta di canalizzare, grazie ad un micro-set allestito in camera da letto (telecamera digitale con tanto di ottica grandangolare collegata ad un portatile, registratore EVP per captare tracce sonore in puro stile metafonico), l’attività paranormale che ha sempre ossessionato Lei. Il funzionamento o no della suspense è cosa alquanto personale. C’è da dire che la
tiritera a lungo andare stanca, non mantiene una tensione costante e, sebbene ricerchi nella verosomiglianza degli attori un perno per immedesimare lo spettatore, questa risulta un po’ carente (a parte qualche urlo o piagnucolio, rimaniamo stupiti dal self-control generale). Per non parlare del finale che sconvolge per prevedibilità. Marco Compiani |
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La cosa migliore del film sono sicuramente i piani sequenza fissi sulla coppia che dorme. La scelta è azzeccata da almeno tre punti di vista. 1) Ha un plusvalore di verosimiglianza rispetto al difetto storico di queste produzioni (ormai è un genere) che sfruttano l’artificio del filmato più o meno amatoriale: da Cannibal Holocaust a Cloverfield passando per The Blair Witch Project e REC ci si chiede sempre come sia possibile che lo sventurato cameraman abbia ancora modo e voglia di filmare in situazioni – a dir poco - limite. In Paranormal Activity c’è in questi frangenti una videocamera su un cavalletto e dunque perfetta coerenza interna (non c’è nessuno che riprende). La sospensione d’incredulità è salva. 2) Il taglio dell’inquadratura e la disposizione del profilmico sono davvero funzionali e ben pensati. Manca un reale catalizzatore dell’attenzione spettatoriale, è un piano mancante di centro. Lo sguardo va più o meno dove vuole (citerei Bazin, se non temessi di suonare scolastico) e la ricerca di qualche Paranormal Activity spazia senza soluzione di continuità, di suspense e di libertà dal letto dei due fidanzati alla profondità di campo del classico binomio horror scale-corridoio. Il “realismo” passa anche di qui. 3) Accarezza l’ipotesi di costruire qualcosa di… come dire… “artistico”. L’idea di un horror costruito con lunghi piani fissi sul nulla è intrigante. Ma Oran Peli non è Andy Warhol e il suo pseudo-Sleep è solo potenziale (o magari esclusivo frutto della fantasia di scrive), giacché arrivano i FastForward che corrono al dunque a rovinare tutto (non che si potesse fare altrimenti, forse, ma un minimo di coraggio in più, in termini di durata dell’inquadratura, avrebbe forse giovato). (Quasi) Tutto il resto è noia. Come ben scrive Compiani, la tensione non è affatto costante. L’alternanza giorno / riprese quotidiane di discussioni e litigate – notte / piano sequenza “spettrale”, stanca in fretta e Peli non è in grado di fornire molti appigli all’attenzione spettatoriale. Le premesse/promesse sono, dunque, in gran parte disattese e quando il film esplode (giusto nel finale) è già tardi. Per non parlare della qualità dell’esplosione stessa. A un pre-finale fuori campo tutto sommato buono, segue il finale vero e proprio che in pochi secondi regala due cliché horrorifici che tutto il film sembrava aver intenzionalmente evitato: “l’improvvisata da sobbalzo” (il corpo di lui scagliato verso la videocamera) e la possessione demoniaca con sguardo luciferino, con tanto di quasi auto parodico slancio conclusivo verso lo schermo/spettatore*. Gianluca Pelleschi * Assai più azzeccato ci è parso il finale alternativo visibile su youtube fino a qualche tempo fa (pare fosse il finale mostrato alle prime proiezioni del film). Ma quello delle varie versioni è un piccolo dedalo dal quale si può forse uscire leggendo qui. |
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Marco Compiani 6 |
Gianluca |
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