NEMICO PUBBLICO - PUBLIC ENEMIES
(Public Enemies)
Scheda
Trama
Recensioni
Commenti
Spazio lettori
Voti
|
|
Trama |
26 settembre 1933-22 luglio 1934: gli ultimi dieci mesi di vista di John Herbert Dillinger, nemico pubblico n.1 braccato da Melvin Purvis del Bureau of Investigation di John Edgar Hoover. |
| Recensioni
|
Abnorme realismo “Dillinger non è ‘uscito’ di prigione, è esploso sul paesaggio. Ed era intenzionato ad avere tutto e a prenderselo subito” (Michael Mann). Ancora una volta un film mannianamente abnorme: per tessitura narrativa (dozzine di personaggi e vicende parallele), durata (140’), formato (cinemascope) e arsenale di apparecchi impiegati (Arriflex 235, Arriflex 435, Sony CineAlta F23, Sony HDC-F950, Sony PMW-EX1). Esattamente tre anni fa, a proposito di Miami Vice, sentenziavo con l’abituale magniloquenza: “Il cinema di Michael Mann ormai risiede stabilmente nella grandiosità della forma, nell’iperbole visiva, nell’estremismo dello stile. Ogni suo film si spinge sempre più avanti nella ricerca di un realismo così radicale da trasfigurare in febbrile iperrealismo, apoteosi del dettaglio saturo di senso e dell’energia dardeggiante degli sguardi”. Autenticazione digitale A differenza del Lynch di INLAND EMPIRE, del Coppola di Un’altra giovinezza e del von Trier di Antichrist – per i quali la videocamera costituisce lo strumento privilegiato per condensare fantasmi, viaggi e conflitti ai limiti dell’indicibile – il Michael Mann di Nemico pubblico, in combutta col direttore della fotografia Dante Spinotti, non ricorre al digitale per incrementare il coefficiente di soggettività della pellicola, ma lo utilizza per acuire l’impressione di realtà, anche se ciò comporta metodi anomali e distorsioni ottiche: “C’è una combinazione di riprese macchina a mano, molto vicine alle facce degli attori, tutte realizzate con obiettivi lunghi. Ma nello stesso tempo, e contemporaneamente, abbiamo ripreso almeno una parte della scena. Questo serve a dare immediatezza e la sensazione di vedere tutto quello che succede in tempo reale” (Dante Spinotti, dal pressbook). Il digitale fagocita la pellicola: emblematica la sequenza in sala, dove il Newsreel in bianco e nero che mostra Hoover (Billy Crudup) decorare i junior G-Men viene riassorbito del film che stiamo vedendo. Mann-Dillinger-Burrough Eppure con Nemico pubblico non è più questione di esplorare i meandri dell’attualità, ma di misurarsi con un personaggio storicizzato dai media: la posta in palio è ancora più alta, il processo di digitalizzazione investe la memoria collettiva. Per l’immaginario americano Dillinger rappresenta una figura simbolica e ambivalente: da un lato le sue imprese criminali vennero inizialmente considerate la giusta punizione contro i potentati economici che avevano scaraventato il paese nella Grande Depressione e dall’altro, contraddittoriamente, la sua morte rappresentò la vittoria del New Deal di Roosevelt contro le tendenze disfattiste annidate nella società. Agli occhi degli americani Dillinger castigò sì le banche ritenute responsabili della Grande Depressione, ma la sua morte, avvenuta il 22 luglio 1934, segnò paradossalmente la fine della Grande Depressione stessa, rassicurando i cittadini sull’efficacia dello sforzo affrontato congiuntamente dalle istituzioni per superare le difficoltà. Un simbolo, nel bene e nel male. Inesattezze sensate Spalleggiato in sede di sceneggiatura da Ronan Bennett e Ann Biderman, Mann non ha tuttavia rispettato alla lettera l’accurata ricostruzione di Burrough, prendendosi numerose libertà drammaturgiche. Scorporando la vicenda di Dillinger dal quadro complessivo in cui è incastonata nel libro (Burrough affronta le vicende di quegli anni nella loro globalità, individuando nelle operazioni dell’FBI l’elemento unificante), i tre sceneggiatori hanno ritoccato la sostanza dei fatti apportandovi misurate ma significative variazioni. Ne cito soltanto due, le più macroscopiche, per ricavare il senso delle licenze creative: se nell’incipit del film vediamo Johnny Depp in azione durante l’evasione dei suoi complici dal penitenziario statale dell’Indiana a Michigan City (avvenuta il 26/9/1933), nel libro – e quindi nella realtà - John Dillinger è rinchiuso in una cella a Dayton, Ohio (cfr. Burrough, p.117); se nella sequenza successiva Christian Bale spara a Pretty Boy Floyd uccidendolo in un frutteto, nel non-fiction book di Burrough non solo Floyd muore tre mesi dopo Dillinger, ma non è neppure stabilita l’identità del suo giustiziere, dal momento che “diversi agenti spararono dalla posizione in cui si trovavano, altri mentre inseguivano il fuorilegge” (Burrough, p.425). Mann in Shooting Action È la verità degli uomini, più che quella degli eventi, ad assillare Mann in Public Enemies: cogliere le loro percezioni, le differenti modalità con le quali organizzano lo spazio e il tempo attorno a loro, il modo in cui il loro sguardo e le loro azioni si installano nell’ambiente, modificandolo, opponendogli resistenza o adattandovisi passivamente. In questo senso vanno le dinamiche visive delle sparatorie: gli scontri a fuoco sono girati subordinando la balistica alla logistica. Non sono le traiettorie dei proiettili a contare, ma le posizioni occupate dagli uomini, le loro ansiose operazioni di ricarica, il loro riparo: il luogo di deflagrazione e quello d’impatto decidono la gestione degli spazi e la distribuzione dei punti macchina. Alessandro Baratti [1] Nonostante le discrepanze, Burrough si è detto soddisfatto della sceneggiatura di Mann-Bennett-Biderman: “I’ve read the Public Enemies script and, no, it’s not 100 percent historically accurate. But it’s by far the closest thing to fact Hollywood has attempted, and for that I am both excited and quietly relieved”, http://www.vanityfair.com/online/daily/2008/03/bryan-burroug-2.html. [2] Forse solo James Gray ha avuto altrettanto coraggio nel deprivare cineticamente una shooting action, per di più automobilistica, nei Padroni della notte. [3] Il Carcere di Lake County a Crown Point nell’Indiana, la pensione Little Bohemia a Manitowish Waters in Wisconsin e il Cinema Biograph in Lincoln Avenue a Chicago, in Illinois. |
| Commenti
|
Dillinger/Purvis Ennesimo abbaglio nel tradurre il titolo originale. Public Enemies diventa Nemico Pubblico, focalizzando l’apparente interesse solo su John Dillinger. Ma. Il plurale è più che doveroso per non dimenticare la fondamentale controparte del bandito, Melvin Purvis. Marco Compiani Chicago Melodrama Cronaca di un dissolvimento (o meglio, di una dissolvenza), fatta di piombo e cemento, con squarci violenti d’azzurro: il percorso di John Dillinger è quello di un uomo che gradualmente si separa dalla materia per diventare immagine. Ossessionato dall’idea dell’abbandono (già presente nell’evasione dell’incipit con l’addio controvoglia al compare Walter Dietrich colpito a morte e poi amorosamente cristallizzato nel leitmotiv “Bye Bye Blackbird”), Dillinger si aggrappa al presente, al tutto e subito, fugge il tempo, vagheggia l’assoluto. Dillinger ancora non lo sa ma vuole essere cinema.
Michele Favara |
| Spazio
lettori
|
|
|
Alessandro Baratti 9 |
Luca Pacilio 7 |
Daniele Bellucci 8 |
Marco Compiani 10 |
Emanuele Di Nicola 8 |
Niccolò Rangoni 7 |
| Michele Favara 8½ |
Giulio Sangiorgio 9 |
Homepage Prime visioni Archivio