HADEWIJCH
(Hadewijch)
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Céline, una novizia che aspira a pronunciare i voti col nome di Hadewijch, è allontanata dal convento a causa delle eccessive privazioni a cui si sottopone. Affranta e addolorata, torna a Parigi dove trascorre le sue giornate pregando e frequentando un cafè vicino alla casa dei ricchi genitori. Qui fa amicizia con Yassine, giovane banlieuesard che dopo averla corteggiata senza successo la invita a casa sua per farle conoscere il fratello Nassir, animatore di un gruppo di riflessione religiosa islamica. Tra Céline e Nassir si crea un’intesa all’insegna della devozione e dell’azione: diventeranno bracci armati di Dio. |
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La vie d’Hadewijch A forza di fare cinema mi sento senza dubbio, naturalmente, portato poco a poco verso una visione più mistica del mondo. La mistica è come una sorta di gradazione supplementare, nascosta, misteriosa. C’è una prossimità tra il cinema e la mistica, sul loro rapporto col reale e con le apparenze, e sulla potenza delle sensazioni che possono generare. Girato tra il Nord della Francia, Parigi e il Medio Oriente, Hadewijch è il quinto lungometraggio di Bruno Dumont, ex professore liceale di filosofia e, a partire dal 1997, autore di pellicole ricompensate più volte dal Festival di Cannes: Menzione Speciale Caméra d’or a La vie de Jésus, Grand Prix della giuria nel 1999 a L’humanité e nel 2006 a Flandres. Spero di utilizzare mezzi sufficienti a darmi un cinema che entri davvero all’interno dei personaggi, là dove le sensazioni cominciano. Ciò che mi interessa è esplorare la profondità degli esseri e ciò che li motiva ad agire. Il problema è come l’amore possa essere capace di scatenare un’immensa violenza. Per ottenere questa sintesi di interiorità e trascendenza, Dumont abbraccia la pratica dell’ascesi stilistica. Spoglia ulteriormente il suo cinema, prosciuga accanitamente la scrittura, castiga inesorabilmente l’estetica. È un paesaggio interiore che filmo. Penso che dovreste vedere Hadewijch non come un personaggio, ma come un sentimento. È puro sentimento, è l’incarnazione del nostro bisogno di amare ed essere amati. Di fatto, è un’astrazione.[1] [1] Le dichiarazioni di Dumont sono ricavate dal dossier de presse consultabile sul sito ufficiale e dal Q&A dell’11 settembre tenutosi al TIFF dopo la proiezione del film. Alessandro Baratti |
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Incontro col regista animato da David Vasse (Università di Caen): Cinéma Café des Images, Hérouville-Saint-Clair (Calvados), lunedì 30 novembre. A cura di Alessia Gubernati. Hadewijch vuole essere in qualche modo un approfondimento di Flandres, ma con voglia di cambiare e non ripetersi. Il cambiamento consiste, evidentemente, nel registro: Hadewijch è fortemente connotato come film religioso. In Flandres Barbe ha voglia di parlare d’amore, Hadewijch è un film sull’amore estremo. Il film nasce dalla scoperta degli scritti di una donna del XIII secolo [Hadewijch d’Anvers, poetessa e mistica fiamminga appartenente al movimento delle beghine] che amava Dio, ovvero un modello che ciascuno ha nel cuore che ma nessuno segue. Volevo trovare una donna che amasse assolutamente, perciò ho scelto l’amore per Cristo, perché egli è perfetto ma assente. Il film è totalmente surrealista e la protagonista totalmente sbarrata: c’è l’amore puro, ma la purezza è sbarrata. Il cinema non può filmare l’invisibile. Aspiro ad altre cose ma per farlo devo partire dal concreto, dal reale, dal materiale (nel film rappresentato da David nello spazio sacro del convento). È lo spettatore che deve compiere la trasfigurazione. Io lavoro sulle inquadrature, sul montaggio, ma è lo spettatore a elaborare, è lui ad avere la capacità di trascendenza. Io lo accompagno solo con immagini suggestive. Durante le riprese la preoccupazione dell’attrice è di seguire i passi che deve fare, recitare certo, ma soprattutto deve essere netta, il suo sguardo deve essere nitido per la mdp. Non è lei l’emozione dello spettatore, durante le riprese non c’è la lungimiranza, l’attrice deve fare certi gesti, certe mosse e basta. La trascendenza è possibile se l’immagine è ben fatta, ma è lo spettatore ad aggiustare il piano. È importante anche che lo spettatore percepisca sincerità: se il film è sincero, funziona. Il compito dello script è di verificare le attitudini dello sguardo e l’origine dell’amore, così come dell’odio, è lo sguardo. È quel che fa il cinema con i raccordi, campi/controcampi: è la materia prima del cinema. Per esempio duante il dialogo sul martirio, dietro c’è un pascolo, che altro non è che l’interiorità dello sguardo. A questo si collega il discorso sul “secondo sguardo”, che può far pensare a quello della mdp e può aprire ad un discorso metacinematografico. L’amore di Céline è senza oggetto, è desiderio estremo ma l’oggetto non c’è, arriva solo alla fine in forma d’uomo. L’origine della violenza è l’amore, è una forza ancora più pericolosa se senza oggetto, se totalmente astratta. Non a caso c’è poi l’esplosione: Céline fa saltare la morale confondendo amore e morte. Céline è semplicemente un veicolo cinematografico, non esiste, è l’amore che è in noi, è parte del cuore dello spettatore. Se si interpreta che l’uomo alla fine è Cristo, il film riparte dall’inizio poiché non si è usciti dalla superstizione. La riconciliazione finale può essere vista come effettiva o solo possibile: è lo spettatore a decidere, non c’è un’interpretazione giusta o sbagliata, è lo spettatore a riconciliarsi oppure no con l’amore. Qualche curiosità: il convento si trova in Belgio e c’erano davvero i lavori in corso, dunque c’è una sorta di “costrizione” del reale, Dumont ha dovuto aggiungere solo la gru. Non è un convento scelto a caso ed è ripreso solo negli esterni, gli interni sono di un altro edificio. |
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Alessandro Baratti 10 |
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