| Recensioni
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La storia, realmente accaduta,
era già stata raccontata nel film giapponese "Hachiko Monogatari"
del 1987. Qui abbiamo la versione americana e divistica, ma la razza e la
provenienza del cane sono rimaste le stesse (fedeltà o tocco esotico?).
Hachiko parla di un uomo che si innamora, letteralmente, di
un cane, e, pur potendo contare sull’affetto quasi idilliaco della sua
famiglia, trova in esso un appoggio, una compagnia, un punto di
riferimento saldissimo. Come dire che anche chi sembra avere tutto e non
conoscere vuoti affettivi può nascondere il bisogno di un rapporto di
tipo diverso in grado di arricchire moltissimo la sua esistenza.
Il cane, da parte sua, fa il
cane: compagno di giochi e presenza affidabile nella quotidianità, fedele
al di là del tempo. E’ lui ad accompagnarlo al lavoro augurandogli
(virtualmente) buona giornata, ed è lui il primo ad accoglierlo quando
torna la sera, un appuntamento ed un’attenzione calda e rassicurante a
cui diviene impossibile rinunciare.
Quando poi una morte improvvisa fa mancare al padrone il suo appuntamento
serale col cane, Hachiko non dimentica e non abbandona il suo posto, fino
alla fine dei suoi giorni.
Il film non riesce però a sviluppare un copione articolato che vada al di
là del rapporto inscindibile tra l’uomo ed il suo cane (operazione che
riusciva molto meglio, ad esempio, all’altro grande successo recente, Io
& Marley). C’è anzi da riconoscere alla pellicola la capacità
di reggere l’intera durata del film con un soggetto tanto esile senza
annoiare troppo.
Ci sono alcuni momenti divertenti (la gag con la palla e quella con la
moffetta) e l’animale scelto è anche in questo caso molto carino – il
che costituisce sempre un valore aggiunto nelle pellicole per famiglie, e
la razza akita è cinegenica ed inusuale – tuttavia la sensazione è che
la chiave del successo stia soprattutto nell’esaltazione di un rapporto
(d’amore/d’amicizia) immortale.
Hachiko è una storia romantica, non solo tenera. Romantica
per le sue dinamiche e, soprattutto, per la sua capacità di superare la
morte e divenire simbolo (come è la statua realmente costruita in
Giappone a memoria di Hachiko).
Ed è forse questa capacità di
creare l’atmosfera il pregio di una pellicola peraltro modesta e,
inevitabilmente, ricattatoria. Con questo materiale e questa
sovrabbondanza di sentimento si poteva calcare sulla commozione in modo
molto meno delicato ed accettabile, e questo ad Hallstrom va riconosciuto.
Richard
Gere ci mette il nome, la sua recitazione è come al solito niente di
speciale.
Raffaella
Saso
pubbl.
29-01-2010
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