IL
GRANDE SOGNO
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Trama |
Roma, 1968. Nicola, giovane pugliese trasferitosi nella capitale per fare il poliziotto ma col sogno di diventare attore, viene scelto per essere infiltrato all'interno dell’università in subbuglio. Lì conosce e s’innamora di Laura, una studentessa della borghesia cattolica che sogna un mondo senza ingiustizie, a sua volta invaghita di Libero, leader del movimento studentesco di provenienza operaia. Diverse vicende porteranno il giovane agente a fare delle scelte che cambieranno per sempre la sua esistenza. |
| Recensioni
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Sogno o son (mal)destro È nel buio senza spiragli di una notte romana, tra amplessi borghesi rifiutati sotto le luci di una discoteca e coiti proletari prezzolati nel chiuso di una camera ad ore, che fiorisce il Sessantotto italiano. Caterina Caselli canta Sono bugiarda, le divise (quella della responsabile studentessa di buona famiglia, quella del poliziotto dedito alla propria missione) faticano a vestire le menzogne istituzionali. Una travolgente e indimenticabile saison en enfer le incenerirà. Ed è un’altra notte, capitolina anch’essa e ancor più cupa, la notte terminale della famiglia benestante borghese (e cattolica) che sigla la degenerazione del sogno, la sua caduta o la sua mutazione. “Ucciso” finalmente il padre, se ne (rim)piange già la mancanza e con lui lo smarrimento della retta via. Poco tempo prima la ricerca affannosa del cane di famiglia perduto nel bosco per negligenza (forse l’unica sequenza a segnare uno scarto rispetto alla medietà dal respiro corto dell’ultima fatica placidiana) aveva anticipato lo smembramento dell’unità familiare, la perdita definitiva di ogni equilibrio.
Michele Favara
Storia e storie Dopo avere raccontato la storia della banda della Magliana e di un quarto di secolo italiano con Romanzo criminale Michele Placido torna a scegliere temi importanti. È questa la volta del ’68, che si fonde perfettamente con la sua biografia, visto che è proprio in quegli anni che il futuro sanguigno regista, fuggendo dalla piccola realtà di un paese pugliese, raggiunge Roma, entra nella polizia e scopre definitivamente la sua vocazione di attore. Ed è proprio il racconto di formazione a risultare maggiormente incisivo nella visione di Placido, forse perché più sentito rispetto a una connotazione d’ambiente non priva di efficacia ma piuttosto stereotipata. L’anno dei tumulti studenteschi in cui è cambiata la consapevolezza di molti, almeno per un po’, nei confronti del potere istituito, dell’autorità, è reso attraverso i comitati, i tafferugli, gli scontri con la polizia, i discorsi politici, i dibattiti, il rifiuto della cultura ufficiale da parte degli studenti dell’Università “La Sapienza” di Roma. Al centro del racconto la presa di coscienza della giovane e coscienziosa Laura, che si oppone con forza e determinazione ai principi conservatori della famiglia borghese da cui proviene e al conformismo dei ruoli, diventando un punto di riferimento per uno dei leader del movimento studentesco, il fascinoso Libero. Ma non c’è mordente senza contrasti e così ecco arrivare Nicola, il poliziotto, alter-ego di Placido, che si infiltra nell’Università occupata e ovviamente si innamora di Laura. Nonostante una certa prevedibilità, passaggi che rischiano il didascalico, le immancabili immagini di repertorio e qualche macchietta (il padre di Laura su tutte), il film è capace di emozionare e non cade nella retorica e nell’ideologia. Il punto di vista è quello degli studenti, ma la varietà dei personaggi offre sfaccettature che contribuiscono a creare un quadro d’insieme piuttosto ampio. Le ragioni di tutti vengono motivate con un’alternanza capace di rendere l’opera problematica e non priva di spessore. Poi, con tanta carne al fuoco la sensazione è di superficialità, ma lo sforzo di Placido di asciugare il film da fronzoli e orpelli soffermandosi solo su ciò che lo interessa (raccontare una parte di sé connotandola temporalmente in modo da renderla universale) impedisce al film di sedersi completamente sui cliché. In parte e credibili gli interpreti, con una nota di merito alla naturalezza di Jasmine Trinca (un po’ offensivo il premio Mastroianni come attrice “emergente” attribuitole al Festival di Venezia, visto che è sugli schermi da quasi due lustri), e a Riccardo Scamarcio, sottovalutato a causa del successo nel pessimo filone giovanilistico e invece dalla forte presenza scenica. Luca Baroncini |
| Commenti
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La piccola realtà Placido, che un paio di film da regista li ha anche azzeccati, fin quando fa del 68 una coreografia, un balletto col quale si mette in scena il movimento (appunto) e dunque la concitazione, il furore, la teoria, il dibattito come commento sonoro, dimostra anche un certo piglio: la resa di un’atmosfera, dell’idealismo di una generazione emergono per alcuni istanti dall’affresco agitato che il regista, nei primi minuti, dimostra di saper orchestrare. Ma poi c’è un film da inventarsi, dei personaggi da far agire su un quadro di superficie che retrocede inevitabilmente a sfondo e, ancora una volta, si fanno i conti con un cinema che quando affronta il nodo dell’intimo e del dettaglio mostra tutti i suoi limiti: l’ambiente familiare è debole e tutto di maniera, il dramma non parte mai, ingolfato nel registro comico/disincantato che questo cinema italiano eleva a costante esorcismo della sua insipienza alla costruzione di una tensione vera, di un intreccio che abbia senso oltre il singolo siparietto che urla il sintomatico aspetto della questione di turno. Si fa di Scamarcio/Placido, che porta avanti il grande sogno (della recitazione) nel grande sogno di una generazione, lo strumento umano che serve a incrociare gli ambienti, senza che (non dico una situazione, ma) un singolo carattere arrivi a vibrare di una parvenza di vita, scialbe vestigia di un’idea approssimata di opera che ci si ostina a voler mettere in scena, furbo complice un pugno di facce giovani, note e piacevoli che fungono da esca, i loro occhioni sui manifesti. Luca Pacilio |
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lettori
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L'ombra di un sogno Alice Giuliani |
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Michele Favara 4½ |
Luca Pacilio 4 |
Giulio Sangiorgio 4 |
Luca Baroncini 6½ |
Manuel Billi 6 |
Marco Compiani 4 |
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Roberto Tallarita 4 |
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