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Eppur funziona
Boris Yellnikoff, affetto da pessimismo cosmico e misantropia apocalittica, la sa più lunga degli altri. O così crede. Ex fisico a un passo dal Nobel, riadattatosi dopo un tentativo di suicidio e il divorzio dalla ricca moglie a insegnare scacchi a bambini (a suo dire) incapaci e a un tenore di vita tra lo sciattone e il bohémien, gira zoppicante in terribili calzoncini corti e calzini bianchi, riversando sugli altri il suo catastrofismo antropologico. Sferzante fino alla sgradevolezza e vittima del suo stesso cinismo che esplode in crisi di panico defenestranti, Boris è parente prossimo del “cattivo maestro” David Dobel di Anything else (uno dei titoli più cattivi e dimenticati di Allen): memore del suo passato accademico, impartisce gratis ad amici e passanti sprezzanti lezioni sulla insignificanza congenita delle azioni umane e sul collasso inevitabile dell’universo sotto il peso della stupidità universale. L’impero feroce del caso, la tragica impossibilità di poter forgiare la propria vita: è questa la lezione che l’ex professore decide di impartire in prima persona, sguardo in macchina, dalla sua cattedra monologante, forte di una “visione globale” delle cose negata agli altri, ciechi e stolti, che gli permette, unico, di abbattere la quarta parete, rivolgersi al pubblico in sala e svelare crudelmente anche l’illusione (l’inanità?) della scena.
Ritorno a casa di Woody Allen, dopo il grand tour europeo (i crimini londinesi, i misfatti sentimentali iberici),
Basta che funzioni a prima vista sembrerebbe un’operazione al risparmio. Calatosi nuovamente negli umori e sapori della sua New York, Allen rimette mano a una vecchia sceneggiatura di circa trent’anni fa, accantonata dopo la morte di Zero Mostel per il quale era stata scritta la parte di Boris. Ed effettivamente, in
Basta che funzioni i meccanismi narrativi e scenici sono fortemente debitori, più che altrove, della gavetta alleniana tra studi televisivi e palchi di cabaret. Allen gira principalmente su quello che sembra il set di una sit-com: l’appartamento di Boris presenta la tipica scansione tra spazi comunitari sempre in scena (il soggiorno col divano di fronte alla tv) e spazi privati fuori campo (la camera da letto), timide aperture sull’esterno (le finestre che filtrano le luci della città) e continue entrate e uscite dei personaggi dalla porta d’ingresso. Anche New York è ripresa come fosse un insieme di interni già noti, luoghi circoscritti, locali confidenziali. Larry David, scelto per il ruolo di Boris, è qualcosa di più del solito attore che si presta al “Woody Allen role” in assenza del titolare: caustico stand-up comedian ebreo-newyorchese, autore e attore televisivo celebre in America, quasi sconosciuto in Italia, soprattutto per la serie tv Curb your enthusiasm nella quale interpreta un se stesso ancor più misantropo e sarcastico, Allen non poteva trovare un doppio in maggiore sintonia (e autonomia) esistenziale. Eppure quel che poteva essere un one man show, mordace ma anche un po’ risaputo, si trasforma in qualcos’altro.
Con l’entrata in scena di altri personaggi Boris perde, anche davanti alla macchina da presa, la sua centralità. E la perdono i suoi spazi per filmare i quali Allen abbandona progressivamente la messinscena frontale (in accordo con la natura spiccatamente teatrale del testo) per uno sguardo più obliquo. Ad esempio, nella sequenza in cui Melodie (la deliziosa ocheggiante Evan Rachel Wood) ritorna delusa dalla serata con Perry, la macchina da presa perlustra tutto l’appartamento di Boris, si ferma sulla ragazza, rinuncia al consueto campo-controcampo per fissarsi su di lei. E’ l’evidenza di un amore strambo quanto si vuole ma che, contrariamente alle sue teorie, Boris non può contrastare. Così come l’inattesa conferma delle suddette teorie, quando la ragazza lo informerà di essersi innamorata di un altro, porterà a una replica del primo suicidio in forma di gag congelata, sospesa tra riso e tragedia, frantumando la finestra (stavolta inquadrata, a differenza del precedente tentativo) che metteva Boris al riparo dal mondo esterno. L’arrivo dei genitori di Melodie, pur nelle forme di una divertente e già nota pochade (i ricchi conservatori bigotti del sud che si liberano di tutte le inibizioni socioculturali nella frizzante e artistica atmosfera del Village) demolisce definitivamente il protagonismo di Boris: il film diventa corale e Boris, nonostante i monologhi e gli appelli diretti al pubblico, è parte del coro. La satira si colora d’affetto, i personaggi sebbene irrisi nella loro goffa mutazione si liberano delle prigioni mentali nelle quali hanno vissuto fino a quel momento: Marietta (la solita magnifica Patricia Clarkson) letteralmente si sveste, abbandona il rigido e istituzionale museo delle cere per fotografare corpi nudi. Lo humour spesso nero degli inizi sfocia in una riconciliazione libertaria ed edonista (la lezione di Vicky Cristina Barcelona, forse, libera dalle pastoie e perplessità puritane).
Film minore? Ritorno in grande stile? Chi se ne frega. L’inossidabile coerenza di una filmografia come quella di Woody Allen, malgrado i lamenti di chi lo dà per morto da anni ogni anno (o ripete il refrain del “sempre lo stesso film”), rende oziosa questa distinzione già oziosa di per sé. I’m not a likeable guy and this is not a feel-good movie, afferma Boris all’inizio del film. Si sbagliava, almeno in parte. Sì, non c’è più Duck Soup dei fratelli Marx a far desistere dai propositi suicidi come in Hannah e le sue sorelle (benché Groucho canti sui titoli di testa, quasi un esorcismo), al massimo la leggiadria di Fred Astaire può agire da ritardante, se non si muore è per puro e beffardo caso. Ma questo è un feel-good movie: Allen osa finalmente un happy end totale in cui si glissa sull’ambiguità del motto “whatever works”, principio di piacere o massima cinica, a vantaggio di una serenità insperatamente raggiunta. Boris, sempre convinto della sua superiorità filosofica, continua a parlare col pubblico ma gli amici ci voltano le spalle, soddisfatti del loro sapere parziale. Preferiscono vivere e viversi, nell’assenza tranquilla di Dio (dovesse esistere, afferma uno di loro, sarebbe comunque gay).
Michele Favara
pubbl.
22-09-2009
Funziona
Partito
alla ricerca di linfa nuova e libertà di non mantenersi fedele alla
commedia, sfogatosi a sufficienza col noir e gli intrecci sentimentali
(salvo la parentesi Scoop), Allen ha scelto per il suo ritorno a Manhattan una
sceneggiatura quanto mai “sua”. Vecchia di trent’anni, si dice,
sebbene sembri perfetta per il disincanto e l’esperienza della sua età,
oltre a rimandare immediatamente alle vicende personali (il matrimonio con
una donna molto più giovane di lui).
Detto questo, il risultato funziona perfettamente, per il semplice fatto
che la sceneggiatura è brillante e divertente come non capitava da molte
commedie a questa parte. Nel film si ritrova l’ossessione di Allen per i
ritmi veloci e i tempi comici ad orologeria, e in effetti non c’è una
parola di troppo, non un colpo che vada a vuoto. Dialoghi spumeggianti che
non risparmiano sferzate alla religione e sarcasmo sui sempliciotti della
provincia.
Il suo alter ego – il caustico autore televisivo Larry
David – gli somiglia probabilmente più dei personaggi
abitualmente interpretati da lui. Libero dalla sua immagine consolidata
(troppo marcatamente simpatica) in virtù del fatto di non interpretare il
protagonista, il regista diventa cinematograficamente più coraggioso nel
tratteggiare l’antieroe alleniano. Profondamente pessimista come lui,
ancora ipocondriaco e facile alla depressione, ma anche brusco e
intollerante, cinico ed egocentrico. Lo snobismo del protagonista è in
fondo – ed Allen deve saperlo – lo stesso del suo pubblico, che ama
sapersi colto e un po’ d’elite e trova in un certo senso legittimo il
disprezzo verso il dilagare di stupidità, volgarità e beota perbenismo
di facciata.
Si ride, sapendo che c’è poco da ridere (onesto e costruttivo, si
potrebbe commentare).
Il suo basta che funzioni non è in realtà né didascalico né
consolatorio. Così come il lieto fine è più apparente che reale,
coerente con la leggerezza del film che è di forma ma non di sostanza.
Come sempre pregevole scelta e direzione degli attori, fra i quali si
distingue la notevole Patricia
Clarkson.
Raffaella
Saso
pubbl.
22-09-2009
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