ALVIN
SUPERSTAR 2
(Alvin and the Chipmunks: The Squeakquel)
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Alvin, Simon e Theodore hanno una vita a dir poco movimentata. |
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Non è poi così difficile martoriare questo sequel di Alvin e combriccola.
Se il primo tentativo racchiudeva la più banale accozzaglia di luoghi comuni (l’artista fallito alla perenne ricerca dell’ispirazione, la rivincita lavorativa e sentimentale grazie ai Chipmunks che lo portano alla ribalta, nel trionfo dei più arrugginiti valori edificanti, non prima però di sconfiggere il finto-amico produttore discografico che vuole strumentalizzare i piccoli animaletti con ogni sorta di leccornia consumistica), riuscendo tuttavia a sopravvivere in una dinamica narrativa superficialotta, ma abbastanza coerente, Alvin Superstar 2 precipita fin da subito in un vuoto inesorabile. Che poi, ad essere sinceri, più che un vuoto c’è un’abbondanza soffocante di nuovi input, quasi a dover giustificare l’esistenza stessa di un secondo capitolo. I tre roditori, ormai fenomeni del panorama musicale (con tanto di contestualizzazione storico-culturale-R’N’B), sono affidati al cugino del loro “papà adottivo”(in ospedale per colpa dell’egocentrismo da star di Alvin). Questo, il più classico sfigato con la sindrome di Peter Pan, videogames-dipendente, alienato dalla vita, è la figura meno adatta per affrontare i problemi che i fratelli incontreranno a scuola. Certo, Alvin, Simon e Theodore adesso vanno a scuola, fomentando il bullismo del tipico biondino campione di football geloso di perdere il suo pulpito, rischiando la sospensione per rissa ma graziati dalla Preside che si rivela una loro fan esagitata (con tanto di tatuaggio a forma di cuore nell’avambraccio), e più ne ha più ne metta. Ripresi dal contorsionismo degli avvenimenti (alcuni passaggi sono stati volutamente tralasciati), potremmo ridimensionare una polemica tenendo conto di quello che è il target di tale operazione. Ma è qui che le cose peggiorano irrimediabilmente, anche alla luce dell’incredibile successo al botteghino. E’ lecito interrogarsi sul ribrezzo di una recitazione sfalsata dall’evidente incompatibilità tra personaggi in carne ed ossa e altri di pelo virtuale (persino la traiettoria degli sguardi è spesso sbagliata)? E’ lecito chiedersi il perché i primi vengano meccanicamente presentati in una forzata regressione (come se il pubblico infantile fosse considerato demenziale)? E’ lecito rimanere perplessi dal prima citato sovraccarico di argomentazioni, tematiche, messaggi educativi, rendendosi conto che neanche uno riesce a superare il marchio di fabbrica e rivitalizzarsi in una qualche forma di credibilità? E’ lecito tremare di fronte ad una spudorata subliminalità commerciale, in cui le Hits del momento sono cantate in continuazione (per citarne una: Single Lady di Beyoncé) e dimostrano il mancato interesse di creare qualcosa? E’ (il)lecito trovare la valvola di sfogo nella povera Betty Thomas (Le Spie, Il mio ragazzo è un bastardo) che si ostina a non alzare bandiera bianca? Marco Compiani |
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