SWEENEY
TODD: Il Diabolico Barbiere di Fleet Street
(Sweeney Todd: The Demon Barber of
Fleet Street)
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In una cupissima Londra di metà ottocento, il barbiere Benjamin Barker cerca la sua sanguinosa vendetta contro l’uomo che lo ha separato dalla sua famiglia. |
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Tutti meritano di morire. L'assioma desolato e furioso del barbiere Sweeney Todd (ex brav'uomo ora assetato di vendetta) e la logica, conseguente carneficina scatenata dai suoi fedeli rasoi segnano il campo per il macabro ritorno di Tim Burton. Il film, quasi interamente cantato, adatta un celebre musical scritto da Stephen Sondheim: il buon Barker, abile barbiere, è ingiustamente accusato, condannato e deportato all'altro capo del mondo per il capriccio passionale del giudice Turpin, che vuole per sé la bella moglie di Barker e la loro figlioletta. Dopo quindici anni, Barker riesce a tornare a Londra sotto falso nome, per cercare la sua vendetta. Ma il suo proposito esplode presto in un irresistibile delirio misantropo e annichilatore: chiunque metta piede nella sua bottega è presto sgozzato, macellato, tritato e usato per farcire le torte della complice Mrs Lovett, innamorata del demoniaco Todd. E il negozio di Mrs Lovett trabocca subito di affamati, innocenti, cannibali. Roberto Tallarita Depp(’s) Throat(s) Tredicesimo film in carriera per Tim Burton, Sweeney Todd è una storia di equivoci e vendetta, nella quale i personaggi si rincorrono, si sfiorano, si perdono su modello dei più classici intrecci narrativi, dalla commedia greca in poi. Il buio di un’inquieta Londra vittoriana fa da sfondo alla dolorosa vicenda del barbiere di Fleet Street, lacerato da un passato crudele e artefice di un “castigo” che finirà per ripercuotersi su se stesso. Dopo circa dieci anni Burton ha recuperato i vecchi appunti “in incubazione” e ha messo mano a una rielaborazione dei temi e delle atmosfere dell’omonimo musical nato dalla collaborazione fra Hugh Callingham Wheeler e Stephen Sondheim (datato 1979). La vicenda storica del barbiere Sweeney Todd (da collocarsi nel Settecento e non nell’Ottocento come suggerisce il film) si colora di tinte macabre che attingono ai classici motivi dell’horror: dai titoli di testa fino alla sequenza finale Burton definisce i personaggi, presentandoli come ordigni in procinto di esplodere. La musica accompagna la narrazione e si costituisce in un’unità quasi fisica: più vicino all’ “ortodossia” del musical di Broadway che ad alcune trasposizioni cinematografiche dei classici della commedia musicale americana e non solo, le sequenze cantate del film non sono innestate in una parentesi dialogica o in uno spazio descrittivo, ma rappresentano il naturale sbocco delle situazioni, si trasformano in una valvola di sfogo che dà voce ai sentimenti e alle contraddizioni che ribolliscono nel substrato narrativo. La chiave estetica del film trova il suo tratto distintivo nella desaturazione dell’immagine, esaltata dalla fotografia di Dariusz Wolski che scava nei toni lividi del grigio plumbeo delle ambientazioni, gioca con i richiami di ombre che si inseguono fra le pieghe dei ricchi vestiti, nelle capigliature scomposte, negli sguardi cerchiati di nero (i cromatismi di Sweeney Todd ricordano sicuramente più l’esperienza de Il Corvo, che i più recenti capitoli della saga Disney sui Pirati dei Caraibi, giusto per citare alcuni dei lavori cui ha partecipato Wolski) Burton tenta di tradurre in chiave sanguinolenta (e a tratti vagamente splatter) le atmosfere buie de La Sposa Cadavere, succhiandone via la chiave “giocosa” e lasciando spazio al grottesco, che trova particolare espressione nella sentimentalmente perfida Mrs Lovett. Il risultato è un musical di dissonanze, il cui obiettivo primario sembra essere la costruzione di personaggi la cui natura è strettamente legata al contesto nel quale vengono inseriti: i personaggi non subiscono particolari “evoluzioni” e fondamentalmente restano ancorati alla propria tipicità, salvo trovarsi al centro di un’impetuosa tempesta “etica” che li fa sbalzare ora dalla parte del bene, ora da quella del male. A prescindere dalla tipizzazione dei personaggi, è da sottolineare l’importante definizione del contesto all’interno del quale inserire la storia: Londra è un mosaico di situazioni che sfiorano la tradizione letteraria, da Dickens in poi, e la ricostruzione scenografica (premiata con l’Oscar) non fa che esaltare la torbidezza di una città dall’eco neogotica che si snoda fra vicoli stretti, bettole e prostitute. E se è praticamente impossibile non scorgere in alcuni passaggi di Sweeney Todd riflessi del passato burtoniano (le taglienti lame di Edward Mani di Forbice come il barbiere che percepisce finalmente completo il proprio braccio solo quando impugna i suoi rasoi), è interessante constatare come ancora una volta il regista americano si dedichi ad un personaggio “doppio”, combattuto fra le difficoltà del presente e un passato ancor più doloroso (senza volersi addentrare troppo lontano nel tempo, basti pensare al suo adattamento de La fabbrica di cioccolato), un personaggio che addirittura si cela dietro un’identità fittizia che gli consenta di agire nell’ombra. Se questo in una figura come Batman può trasfigurare nella classica tipizzazione dell’eroe, Sweeney Todd si allontana dall’aspetto “edificante” della figura salvatrice e rivela la sua natura anti-eroica che ricalca in qualche misura lo sconvolgimento emotivo e la delusione per il mondo circostante manifestata in passato nella figura dell’eroe romantico, sconfitto per eccellenza, stabilendo dunque sotto questo punto di vista un contatto più solido con figure quali il Joker e il Pinguino. Così come allora nel raccontare le gesta dell’Uomo Pipistrello Burton concentrava la propria analisi sottilmente ambigua e oscura su personaggi solo apparentemente secondari, caratterizzati da marcati squilibri nei rapporti interpersonali, ora in Sweeney Todd il regista incontra una nuova personalità che traduce un dramma subito in un implacabile e cieco sterminio. Burton offre ai dizionari di cinema un nuovo titolo da inserire nelle opere che traggono ispirazione dalla tematica della vendetta: il sapore di Sweeney Todd però nasconde in sé un retrogusto amaro che nasce dalla consapevolezza di un colpo meno fermo di quanto ci saremmo potuti aspettare. I pasticci di carne racchiudono la testimonianza di un’indicibile violenza. Gli schizzi di sangue mettono la firma sulle tendenze omicide e autolesioniste di un’umanità allo sbando. Priscilla Caporro |
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Tim Burton, il remake Sweeney Tood è cugino de Il pianeta delle scimmie e La fabbrica di cioccolato, ma neanche lontano parente di Big Fish e La sposa cadavere. Per la produzione di mr. Burton nel terzo millennio, infatti, è concesso tornare alla grinzosa ripartizione: “film personale” e “film su commissione”. Il primo vibra profondo alle melodie dell’autore, l’altro strimpella le solite note, incassa e sorride, ringrazia e pensa a domani. Accogliendo la limitatezza di tali caselle – a esempio: tutti i lavori risultano derivativi, chi da un romanzo, chi da una fiaba -, costringendo questo cinema proteiforme in dimore anguste, sembra il caso di sistemare la pratica nel secondo settore. Burton contro il musical: uno show semplice, dal tratteggio archetipo e primitivo (My friends = Todd ai rasoi come il condottiero alla spada, siamo nel cavalleresco), pieno di superfici riflettenti screpolate, perché ogni specchio incrinato è la forma stravolta del passato, e di agnizioni sempre decifrabili, concettualmente legate al “disvelamento dell’identità” e “rovesciamento narrativo”. La manipolazione del regista, ulteriormente favolistica, rende i caratteri imbullonati sugli attori (e il contrario) e finge figure plausibili, che in realtà sono traduzioni piane di modelli mitici come la vendetta (Todd), l’amore inevaso (Mrs. Lovett), l’infanzia olivertwistiana (Toby) ecc. Emanuele Di Nicola |
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Se qualche critico incauto azzarda definendola "opera poco coraggiosa" o "di una spropositata lentezza" spesso la prima giustifica è :"Che vuoi farci? D'altra parte è un musical no? Nemmeno fra i più brillanti". Tutti addosso al librettista dunque, il povero Callingham Wheeler e al compositore di queste 'ariacce' poco orecchiabili , Stephen Sondheim. Il perché "Sweeney Todd: The Demon Barber of Fleet Street" abbia vinto sette Tony Adward nel 1979 è dunque un mistero insoluto? Burton fa a botte con Broadway, ma la vittoria non è così scontata. Consiglio pertanto ai detrattori dell'opera musicale pura, quella che muove i suoi passi sulle tavole del palcoscenico, di acquistare il dvd della più celebre versione di Sweeney, interpretata da quella che abitualmente cade nel cliché della "Signora in giallo", la grande Angela Lansbury , nonchè da uno strepitoso George Hearn. Purtroppo non credo sia possibile rinvenire l'edizione che vede brillare l'istrionica Patty LuPone nelle vesti di Miss Lovett. Chiara Roggino |
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Roberto Tallarita 7½ |
Emanuele Di Nicola 6 |
Daniele Bellucci 7 |
Luca Pacilio 4 |
Alessandro Baratti 4 |
Priscilla Caporro 6½ |
| Manuel Billi 9 |
Niccolò Rangoni 7 |
Raffaella Saso 6½ |
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