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Ingmar alla spiaggia
Con questo film, di sintomatico insuccesso, in patria e fuori (le difficoltà distributive non sono state soltanto italiane: la Kidman è sì una diva, ma troppo indipendente e temeraria per costituire, di per sé sola, una garanzia di visibilità per l'opera), Noah Baumbach consolida la sua identità
autoriale, la riconduzione del suo lavoro a quelle che paiono le uniche armi (anche autolesioniste, sia chiaro) che il cinema indie può vantare per garantirsi identità e sopravvivenza: scrittura potente, sceneggiature solide. Ma Baumbach stavolta alza il tiro e innerva, nella complessa costruzione drammaturgica sulla quale poggia l'opera, il portato di una cinematografia, quella europea, alla quale guarda con evidente devozione, rifacendosi, da un lato, ad alcuni modelli alti del cinema di parola e rigorosa messinscena
(1), tenendo peraltro i toni del film lontani dalle trappole dell'intellettualismo o dalle maglie rigide della parabola morale, dall'altro, soprattutto, al lavoro dell'indiscusso maestro del dramma intimo-interiore per immagini, Ingmar
Bergman. Da questo punto di vista il film rivela, dietro quella che rimane un'originale tessitura delle situazioni e dei dialoghi, una serie di rimandi puntuali e di strategici ribaltamenti: le tracce bergmaniane disseminate nell'opera sono elemento invero interessante, sembrando a tratti assecondare la narrazione, a tratti trascenderla divenendo pura applicazione di un canone linguistico.
Da questo punto di vista il riferimento chiave, per Margot at the wedding, mi sembra essere Il silenzio che
faceva del confronto tra due sorelle (in presenza del figlio di una delle due) il punto di partenza della sua riflessione (che parava da tutt'altra parte). Allo stesso film, poste le debite trasposizioni, si riconducono altre situazioni ed elementi riproposti e/o rielaborati. Eccone alcuni:
- l'incipit in treno: in entrambi i casi risponde, tenuto conto delle fisiologiche differenze, alle medesime istanze narrative
(A)
(B);
- il dialogo a cuore aperto tra le protagoniste, nel prefinale, in camera d'albergo, per il quale vale lo stesso discorso
(C);
- la personalità delle due donne, il modo in cui il loro legame si sviluppa e manifesta: Margot non si confronta mai con la sorella, vuole solo agire sulle parti molli del suo carattere, ha paura della possibile felicità di lei poiché questa denuncerebbe, di rimando e per contrapposizione, il proprio essere infelice: come le due creature
bergmaniane, Margot e Pauline sono due persone incomplete e potenzialmente complementari che riescono a comunicare solo sul piano degli aspetti minimali
dell'esistenza e mai sulle questioni centrali, rispetto alle quali il loro dissidio è massimo; per quanto nel periodo del soggiorno
condiviso tale conflitto venga sorvegliato, non può alla fine impedirsi di esplodere (la scena in cui Pauline apostrofa come "mostro" la
sorella) quando il (pre)giudizio e le ingerenze di Margot toccano punti che davvero contano nella definizione complessa del rapporto tra le due donne
(2);
- Margot, donna che, dietro la sua facciata emancipata e indipendente, nasconde un evidente groviglio di frustrazioni esistenziali, si masturba sul letto (esattamente come Ester – Ingrid
Thulin);
- la comunicazione tra le due donne, altrimenti problematica, risulta favorita dalla musica
(Pauline, che ascoltava solo musica Top 40, ricorda come Margot le avesse rivelato un nuovo mondo, spedendole dischi dei REM e dei
Pixies; nel film di Bergman la musica di Bach determina uno dei momenti di rara intesa tra le due protagoniste).
Altre suggestioni provengono dal corpus dell'opera dello svedese: l'arrivo del marito di Margot (fugace apparizione di John
Turturro) può essere assimilato all'apparizione fulminea di Gunnar Bjornstrand nel ruolo del marito di Elisabeth Vogler in Persona. E' appena il caso di notare che
Vogler, cognome ricorrente nella filmografia bergmaniana, è anche quello dei vicini di casa di Pauline e
Malcom; la rappresentazione dei vicini, come creature maligne e misteriose
(3), ha caratteri quasi horror e ci riporta inevitabilmente a L'ora del lupo: l'attacco del piccolo Vogler a Claude (nome che anch'esso proviene da Il silenzio, tra l'altro) riproduce, iconograficamente, quello del piccolo demone a Johan-Von Sydow nel film del 1966
(D,
E). Allo stesso film, seppure in chiave brillante, va ricondotta la battuta di Malcom per la quale la minaccia all'unione con Pauline non sarebbe fuori, ma in casa
("it's sleeping in my studio").
Si potrebbe continuare: il confronto tra il talento e la notorietà di Margot e l'entusiasmo naif di Pauline (Sinfonia d'autunno); l'improvvisa impasse in pubblico di Margot
(Elisabeth-Liv Ullman in Persona); il nome della figlia di
Pauline, Ingrid (evidente omaggio alla Thulin); Margot, scrive della sua famiglia, trae dalle vicende familiari la materia dei propri lavori (con disappunto estremo di
Pauline), come David in Come in uno specchio; nello stesso film la figlia dello scrittore estraeva da un cassetto il diario di David e lo leggeva, scoprendo che la propria malattia diveniva materia dolorosa dei lavori letterari paterni (anche Claude legge il diario della madre alle pagine che riportano il suo nome)
(F).
Sono riferimenti (altri sono ravvisabili) che non mettono in discussione, ripeto, la portata personale dell'impianto dell'opera, ma che risultano coinvolti in un creativo lavoro di
reinvenzione, avendo la stessa incidenza degli echi bergmaniani nelle opere drammatiche di Woody Allen più riuscite (Interiors e Un'altra donna), film che si prestano a un gioco di decrittazione in tutto simile.
Padri. Madri
La costruzione della persuasiva galleria di personaggi avviene attraverso l'assodata capacità di Baumbach all'analisi appuntita delle adolescenze devastate dai protagonismi e dalle inadeguatezze genitoriali
(4): Margot - che tornata nella casa dei genitori regredisce inevitabilmente (anche la rinnovata rivalità con la sorella lo evidenzia) e mostra a Claude un lato infantile di sé che il figlio non ha mai conosciuto e che lo induce alla più classica delle inversioni di ruolo
(5) - è il modello indiscutibile al quale il ragazzo fa riferimento. Anche
Walt, ne Il calamaro e la balena, era inizialmente ripiegato sul pensiero paterno, pronto a proiettarlo e giammai a metterlo in discussione (il film si concludeva proprio con la simbolica presa di distanza del figlio nei confronti del padre); Claude è a tutti gli effetti una creatura di Margot (canta al registratore Sunday girl dei
Blondie, una canzone che verosimilmente deriva dalla donna), è ancora innamorato della madre, ancora portato a confrontare meccanicamente il proprio pensiero alle sue idee, a confutare se stesso in nome del prestigio intellettuale e istituzionale della genitrice e neanche alla fine del percorso
iniziatico, che è stato il soggiorno a casa della zia, si rivela pronto a distruggere il totem (che gli impone le sue stesse paranoie, anche a costo di una possibile emarginazione – il deodorante -), ad affermare se stesso e ad emanciparsi dal castrante strapotere della "regina" Margot (che non esita a mentirgli per mettere in cattiva luce Pauline quando si rende conto del legame che il figlio ha instaurato con quest'ultima), un potere che continua a subire, come nel caso di
Walt, in modo del tutto acritico e passivo; ancora per compiacere la madre (che all'inizio glielo aveva chiesto), al momento del saluto il ragazzo indossa gli occhiali da sole che lei, dopo averla supplicata, gli ha regalato, evidentemente di malavoglia: liquida il gesto da par suo, affermando, contrariamente a quanto detto all'inizio, che quegli occhiali non lo rendono affatto cool e non gli stanno bene; le piccole vendette materne si giocano a tutto campo e calano dall'alto quando meno te le aspetti.
Imperativo rifiutare la versione italiana e sfruttare l'unico vantaggio dell'uscita diretta in
dvd: l'accesso alla banda originale ci permette di apprezzare la migliore Kidman di sempre e una Jennifer Jason Leigh di commovente bravura.
Luca Pacilio
pubbl.
17-07-2008
1. Rohmer, in primis. Va ricordato che il titolo di lavorazione del film era Nicole at the beach, in evidente omaggio a Pauline à la plage; quello infine prescelto, Margot at the wedding, ha reso il gioco dei riferimenti più ardito e arzigogolato: Margot è il nome del personaggio che in Conte d'été viene interpretato da Amanda Langlet che era stata Pauline nel film del 1983.
Non dimentichiamo che la sorella di Margot, interpretata dalla Leigh, si chiama Pauline.
Per Il calamaro e la balena Baumbach aveva fatto esplicito riferimento a Il soffio al cuore di Louis Malle.
2. L'autore si concentra su singoli legami, ma sempre come parti di situazioni ben più ampie, come ci testimoniano le mere apparizioni/assenze in scena di personaggi che risultano secondari solo nell'economia narrativa immediata: dal marito di Margot, all'altro figlio Josh, alla madre, alla (molto evocata) sorella Becky (“Poor Becky” si dice non appena la si nomina la prima volta) che ci danno il senso dell'esatta geografia umana nella quale si collocano i protagonisti.
3. A sottolineare la natura quasi aliena dei vicini di casa, quando Margot chiede a Claude chi l'abbia morso, lui risponde : “Un Vogler!” come se si trattasse di una sorta di creatura mostruosa.
4. Di fronte all'instabilità sentimentale e sessuale degli adulti gli adolescenti preparano il terreno per la loro personale debacle: Claude afferma fin dall'inizio che non si sposerà mai, Ingrid che "non si farà" mai nessuno.
5. Claude: Are you stoned, mom?
Margot: Maybe a little.
Claude: I don't like it.
Anche la scena della partita a cricket si colloca nella stessa ottica rivelatoria.
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