ACROSS THE UNIVERSE
 (Across the Universe)

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REGIA:    
Julie TAYMOR

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2007   -   Musicale

DURATA:  133'

INTERPRETI:
Jim Sturgess, Evan Rachel Wood, Joe Anderson, Eddie Izzard, Spencer Liff, Bono, T.V. Carpio, Nicholas Lumley, Michael Ryan, Angela Mounsey, Ellen Hornberger, Amanda Cole, Joe Cocker, Daniel Ezralow, Salma Hayek

SCENEGGIATURA:
Dick Clement - Ian La Frenais

FOTOGRAFIA:
Bruno Delbonnel

SCENOGRAFIA: 
Mark Friedberg

MONTAGGIO: 
Françoise Bonnot

COSTUMI: 
Albert Wolsky

MUSICHE: 
Elliot Goldenthal

SITO WEB

Trama

Anni '60. Un giovane inglese, Jude, parte per l'America alla ricerca del padre emigrato tanti anni prima e mai conosciuto. Una volta negli Stati Uniti s'innamora di una ragazza, Lucy, il cui fratello, Max, viene richiamato alle armi e arruolato per andare a combattere in Vietnam. Intorno ai tre giovani si raduna un gruppo di persone e musicisti che condivide il fervore culturale e artistico di quegli anni. Coinvolta politicamente lei, proletario e disincantato lui, la coppia si divide, ma l'arruolamento di Max fa precipitare presto la situazione...

Recensioni

 

 

 

Una sferzata di energia

Spiazzante. È questo l'aggettivo con cui si entra nella caleidoscopica atmosfera della creazione artistica di Julie Taymor (chiamarlo semplicemente film sarebbe riduttivo), in cui 33 canzoni dei Beatles diventano non solo colonna sonora, ma parte integrante della narrazione. Narrazione che si sviluppa seguendo una storia d'amore dai contrasti rodati (lei bionda lui moro, lei americana lui inglese, lei borghese lui proletario) collocati nella più archetipica delle location: la New York ricca di stimoli e fermenti degli anni '60, con la controcultura hippy del Greenwich Village in primo piano. Già visto? Per restare al genere musicale, Hair è subito nell'aria, le tinte pastello dell'inizio rimandano a Grease, la spersonalizzazione dell'ambiente militare ricorda Pink Floyd - The Wall, il "melting pot" occhieggia a Rent, la miscellanea di stili rievoca il più freddo Moulin Rouge, ma tutto viene frullato per realizzare un'idea forte e geniale: dare una nuova dimensione a canzoni entrate nell'immaginario collettivo. La Taymor non si accontenta quindi di citare il passato, ma lo rielabora attraverso una personale visione. A volte discutibile, prossima al kitsch (i soldati giganti e in mutande che trasportano la Statua della Libertà calpestando un Vietnam in miniatura), in certi momenti persino superficiale, ma assolutamente trascinante e coinvolgente. Gli arrangiamenti spaziano dal gospel al rock, dal blues al pop e gli esiti, pur non evitando qualche stridore, riescono il più delle volte a stupire. Divertente "I want you" intonato da uno Zio Sam digitale a caccia di soldati da spedire in Vietnam, particolarmente intenso il parallelismo tra fragole sanguinanti e caduti sul campo di battaglia per "Strawberry Fields Forever", commoventi il gospel di "Let it be" e il finale ottimista di "All you need is love". Ma ciò che più colpisce è proprio la leggerezza con cui la Taymor, aiutata nelle scelte musicali dal marito Elliott Goldenthal e nelle ottime coreografie da Daniel Ezralow, osa sfidare il mito, accontentando sia i nostalgici che chi non rientra nelle schiere dei fan del quartetto di Liverpool. Il piacere che ne deriva è sicuramente figlio della potenza di musiche immortali, ma la Taymor ha il merito di avere trovato un disequilibrio di magica e comunicativa armonia in cui la psichedelia, il videoclip, il teatro surreale, il musical, la pittura, i personaggi simbolo dell'epoca (Janis Joplin e Jimi Hendrix), i divertiti e divertenti camei di Joe Cocker, Bono Vox e Salma Hayek, scivolano nei sensi per nutrirli di colori ed emozioni. Ad alcuni potranno pesare i frequenti e un po' ovvi rimandi all'attualità (il Vietnam come l'Iraq, gli errori che si ripetono, la necessità di prendere una posizione), ma anche il prevedibile messaggio pacifista di amore universale arriva senza pesare più di tanto. Si dirà che senza l'apporto musicale le dinamiche messe in scena si limiterebbero a ricalcare stereotipi e luoghi comuni, il che è forse vero, ma il film ha una sua ragione d'essere proprio nella non comune capacità di raccontare con levità, e in modo visionario e fantasioso, la più classica delle storie. Non un film sui Beatles, quindi, ma un'opera che reinventa i Beatles e la loro poetica musicale adattandola al presente senza dimenticare il passato. Diventerà sicuramente un cult.

Luca Baroncini
pubbl. 30-11-2007


Niente cambierà il mio mondo

I look at you all see the love there that's sleeping
While my guitar gently weeps
I look at the floor and I see it needs sweeping
Still my guitar gently weeps
I don't know why nobody told you how to unfold your love
I don't know how someone controlled you
They bought and sold you

Across the universe è una porta che introduce in un mondo psichedelico, dove i colori si incontrano e si sfidano in conflitti cromatici, dove la violenza della Storia (siamo negli anni ’60 e la guerra in Vietnam è una tragica realtà) si scontra con il desiderio di amore e pace, in un’eterna lotta fra giusto e sbagliato, istinto e razionalità. Julie Taymor dopo il brutto Frida –capace di appiattire in una allucinata ma sbiadita rappresentazione l’estro creativo della Khalo- si lancia in un musical fortemente anglofono, che affianca una vicenda vissuta a cavallo fra Inghilterra e Stati Uniti alla musica di coloro che segnarono in maniera imprescindibile ed irreversibile la storia della musica.
I Beatles come leit-motiv della storia, la musica come chiave di lettura dei sentimenti e dei rapporti interpersonali: Across the universe trasferisce sulla pellicola l’energia di un decennio storico di svolta e l’evocazione rispettosa del quartetto di Liverpool. Teatrale e visivamente travolgente, il film di Julie Taymor accosta a delle ottime trovate, alcune scelte piuttosto discutibili (la scena iniziale, in cui le manifestazioni pacifiste prendono forma e colore nelle onde del mare che si abbattono sul bagnasciuga) senza però perdere mai il proprio estro, succhiando dalle canzoni il nettare della storia combattuta del complicato amore fra Jude e Lucy.
Sostituendo spesso ai dialoghi la naturale comunicatività delle canzoni e affermando un particolare rapporto di alternanze fra realismo e totale astrazione, Julie Taymor scioglie le redini della propria fantasia e consente al film di trovare la propria forma in maniera assolutamente libera, quasi come se fossero le canzoni e il loro ruolo all’interno della storia a determinare l’assetto strutturale del film.
A metà strada fra il musical e la commedia sentimentale, con parentesi drammatiche (la guerra) e oniriche (il circo di Mr.Kite e la traversata insieme a Dr.Robert) Across the universe instaura un serrato contatto con il lato più “bambino” dello spettatore, affogandolo nei colori fluorescenti delle immagini, evocando lo spirito di protesta di quegli anni e riuscendo ad attualizzare la storia mettendo in luce in particolare quegli aspetti della realtà dell’epoca che ancora oggi è possibile ritrovare nell’odierna quotidianità (le proteste contro la guerra in Vietnam come i cortei per il ritiro dei soldati negli USA dei giorni nostri). Per chi non ha avuto modo per insormontabili limiti anagrafici di vivere l’era dei Fab Four e della loro rivoluzione musicale, il film di Julie Taymor appare come un’impressionante caleidoscopio di eventi, citazioni e rimandi al passato e al presente, un folle e visionario tour in una storia d’amore che in realtà non aggiunge assolutamente nulla all’enciclopedia degli amori impossibili nell’arte. La forza di Across the universe sta nella scelta di sfruttare al massimo il potenziale visivo di un’opera musicale che utilizza come libretto 33 canzoni dei Beatles, senza concentrarsi più di tanto sulla vicenda in sé. Le stesse coreografie di Daniel Ezralow contribuiscono alla creazione di un quadro eterogeneo all’interno del film: possiamo subito osservare infatti come i corpi di ballo impegnati all’interno dell’opera sfruttino la naturalezza di alcuni gesti traducendola in danza (Come togheter, With a little help from my friends, It won’t be long), quasi come se tutto il film si protendesse in un unico slancio. Proprio a questo proposito è piacevole constatare che –se non altro nella versione originale- il confine fra parlato e cantato è estremamente labile (Revolution): le due componenti finiscono per costituire un insieme unico, sostituendosi e scambiandosi.
Fra un cammeo e un altro (da Joe Cocker a Bono Vox, passando per Salma Hayek e Eddie Izzard) Julie Taymor non realizza un affresco degli anni ’60 tralasciando gran parte della profondità storica dell’epoca e saltando a piè pari alcuni fondamentali figure anche musicali del periodo (Bob Dylan è solo uno fra questi, citato dallo stesso Elliot Goldenthal autore degli arrangiamenti per il film). Allo stesso tempo però la regista non rinuncia al riferimento più o meno velato di alcune personalità dei quegli anni, spesso inglobando alcuni dati distintivi all’interno di personaggi della storia (è il caso di Janis Joplin e di Jimi Hendrix).
Estremamente vicino all’universo dei video-clip, caratterizzato anche da momenti che appaiono quasi autonomi rispetto al resto del film, Across the universe gioca sull’incisività di alcune sequenze (compresa quella delle fragole inchiodate sulle note di Strawberry Fields Forever) e si dimostra piacevole e anche originale, nonostante siano ben evidenti le eredità dei musical di Broadway (Hair in primo luogo). E’ poi fuori ogni ombra di dubbio che il film spesso e volentieri pecchi di "furbizia", puntando su argomenti che facilmente infiammano e appassionano l’animo del pubblico, tra proteste, droga e sesso (e ovviamente Beatles). E se oggettivamente alcuni espedienti la Taymor poteva anche risparmiarceli (All you need is love nel finale è fin troppo prevedibile, anche se alla premiere romana ha fatto impazzire il pubblico in sala), Across the universe ha un pregio da non sottovalutare: la capacità di straniare gli spettatori da tutto, senza lasciarli però abbandonati nella loro nostalgia ma anzi cercando di infondere un’incredibile carica vitale.
All you need is love. Tattaratatà.

Priscilla Caporro
pubbl. 02-12-2007

Commenti

 

 

Help, The Beatles need somebody
Help, not just anybody

Diciamolo: l’idea di costruire un film sulle canzoni dei Beatles non era affatto da buttare, anzi, sulla carta era un’operazione stimolante per più versi ed è per questo che Across the universe risulta essere la classica occasione sprecata. Il problema non sta né nelle forzature cui vengono sottoposte le canzoni (poiché fa parte del gioco costringerle nello schema tramico e stravolgerne il senso letterale, se necessario – Strawberry fields forever per tutte -: questa sfida è il film, in ultima analisi) né nelle derive clippare cui, comodamente, la Taymor, si abbandona (è accettabile anche questo, non poniamo limiti alle scappatoie). Il problema risiede in quello che appare sullo schermo, come e perché. Il problema è la Taymor, regista visionaria wannabe che amerebbe rinverdire una tradizione di cinema arty e kitsch ma che (al suo massimo, si badi bene) arriva allo status di decoratrice pacchiana. Il problema è insomma nella mancanza di idee e nella clamorosa banalità delle soluzioni adottate per il pastiche spastico in oggetto: non basta dunque squadernare una teoria di citazioni, giochino per i maniaci degli scarafaggi (mi sono baloccato) e dunque, a casaccio: i ragazzi di Liverpool che ballano al Cavern (Hold me tight in montaggio alternato sul party americano); il nome dei personaggi (quasi tutti): (Hey) Jude, Lucy (in the sky), (Dear) Prudence , (Sexy) Sadie, Max(well), JoJo (Get back) (Lovely) Rita, Molly e Desmond (Obladi Oblada), Martha (my dear), (Bungalow) Bill, Daniel (Rocky Raccoon), Dr Robert, Mr. Kite o Julia (mi sfugge qualcuno sicuramente); i testi delle canzoni che rimbalzano nei dialoghi (ho visto la versione doppiata), nelle situazioni, nelle scenografie: siamo d’accordo, tutto questo deve esserci obbligatoriamente e ovviamente, ma, perdiana, anche in certe direzioni coatte esiste modo e modo di procedere; così, banalmente, e solo per ossequiare il catalogo, Prudence entra in scena dalla finestra del bagno e lo si dice (She came in through the bedroom window dal medley finale di Abbey road); Max va di mazza da golf (Maxwell’s silver hammer…) senza un vero perché e, ovviamente, fa casini a scuola; si fa viaggiare tutti sul magical bus del mystery tour; si dipinge una mela verde (la Apple records); si fa suonare la band sul tetto di un edificio (la performance dei Fab di Get back) e ancora e ancora; non basta arraffare a piene mani da un patrimonio comune di musiche, parole, avvenimenti, mitizzazioni, non basta mettere su un veloce Baedeker sui Beatles e la beatlesmania per iniziati e neofiti (e l’errore è anche questo: non decidere se solleticare i primi o istruire i secondi, con il risultato ibrido e indeciso che ne consegue): la storia è soltanto uno schema nudo nel quale costringere una trentina di canzoni dei Beatles e un mucchio di informazioni, ritagli e frammenti di vite ed eventi? Perfetto. Peccato che questo, che doveva essere il punto di partenza del lavoro, risulti di fatto risolverlo. Across the universe, dal punto di vista della costruzione, dunque, appare (poiché è) un puzzle scoordinato e sempre palesemente pretestuoso, in cui non si fa nessuno sforzo per legare i diversi momenti in modo convincente (Prudence, personaggio insensato se ne dobbiamo nominare uno, che si rinchiude in uno stanzino perché la si possa invitare “a venir fuori a giocare”…) essendo più importante ficcarci quanti più ammiccamenti è possibile e avendo, in più, la presunzione di coniugare storia Grande e piccola in un affresco mid-cult rozzo e scollato dal patrimonio ispirativo di partenza: se si decide di seguire un fil rouge allora si deve avere la coerenza di imporre una logica narrativa consistente e coerente con il motivo portante dell’opera, altrimenti meglio sarebbe prendere la fuga psichedelica e sbattersene di un plot che non (si) regge e che è fluido come il ghiaccio a cubetti (ogni cubetto una song) [si fa del protagonista un ragazzo in cerca del padre (il riferimento è John Lennon) per farlo sbarcare in America]. Ma l’esilità della trama è solo parte del discorso, più spinosa essendo la questione della traduzione in immagini dei brani: in questo l’inventiva latita del tutto, dimostrandosi, il film, scontato e di rara pochezza, con una serie di soluzioni straviste e a dir poco grossolane (anche quello che è lo spunto più riuscito - l’inversione, non priva di sagacia, di I want you - ricalca una quindicina di video musicali degli anni 80): Let it be con i disordini di Detroit e il funerale del bimbo ucciso, con tanto di coda gospel, che sfiora la pornografia mentale; tutte le sequenze in cui si tratta in maniera diretta di pacifismo, proteste e ammennicoli hippy vari (di infantilismo sconfortante); il siparietto Fragole & Sangue col Vietnam ricreato nel giardinetto di casa; il protagonista, sosia di Paul, che lascia di nuovo Liverpool con i bambini che lo accompagnano, sono tutti momenti di (falsa) ingenuità patetica.
Riguardo alle canzoni e alle loro reinterpretazioni questo forse risulta il lato più corretto e curato dell’intera operazione: così With a little help from my friends da marcetta, quale è, cita nel finale la ben più famosa versione di Joe Cocker, figura filologicamente corretta all’interno del film, che canta, da par suo, la Come together lennoniana (la coreografia dei passanti è citazione letterale di quella di Hair, il musical comediocomanda che non starei neanche a scomodare, e per mille ragioni). Per l’apparizione di Bono/Dr Robert (il cantante degli U2 e Izzard/Mr.Kite incarnano il classico guru/falso profeta trascendentale, figurine buttate via e virate su toni scontatamente grotteschi e macchiettistici), che si accolla I am the walrus, il John che amiamo di più, la Taymor non trova di meglio che solarizzare le immagini in un passaggio tristo che sembra la clip sfigata di un carneade qualsiasi che gioca a fare l’acidone su una tv privata (Bono ¹ canta anche la chiusa lisergica dei titoli di coda Lucy in the Sky with Diamonds con i suoi inequivocabili cieli di marmellata); per non dire di Because, che ci farà sempre piangere, e che meritava un momento di genio visionario e non l’orrenda sequenza parapubblicitaria di scene pratoline che la accompagnano. Per il resto razziando bellamente Sgt Pepper’s, Magical Mystery, il White album, Abbey Road e Let it be (le canzoni utilizzate sono comprese tutte tra il 1963 e il 1969: la prima parte del repertorio beatlesiano è notoriamente off limits anche per i gli scarafaggi o i loro eredi) e zompettando tra i brani si dimostra che del songbook dei quattro si può fare scempio senza grossi sensi di colpa: è e sarà sempre più forte di qualsiasi cosa e sopravviverà a qualsiasi trattamento, esattamente come Shakespeare (Titus non l’abbiamo mica dimenticato). Soprattutto: che si può far passare questo come un film omaggio ai Beatles anche se non lo è in niente perché dello spirito delle loro canzoni non c’è che la patina semplicistica e stolidamente descrittiva dei tempi nei quali quelle canzoni vennero concepite e un mal interpretarne l’ironia, la profondità o la leggerezza, la portata innovativa, eversiva o la magia, in una parola l’essenza; c’è di contro il vuoto taymoriano e una fiera dell’escamotage ai quali ci si limita ad appiccicare una serie di figurine standard (laddove, invece, è ancora insuperato il modo in cui i quattro riuscirono a mitizzare qualunque cosa li riguardasse, creando aneddotiche e leggende persino sul nulla palese), c’è l’ambizione sbagliata di un’autrice che non ha nemmeno la temerarietà di una rilettura personale dell’argomento, affidandosi completamente a suggestioni di riporto. Un film che, donandoci una rivelazione (la jopliniana Dana Fuchs), ci infligge, come se non bastasse tutto il resto, una palata di noia annichilente.

Help

(1) Bono – sempre tentato da Loro - osò Helter skelter (di Paul) in Rattle and hum degli U2 confermando, per quei pochi che non se ne fossero accorti, che Macca, oltre a essere il genio che è, è pure un cantante con le contropalle, difficilmente superabile (e io, che nasco lennoniano – è così facile dirsi lennoniani - e morirò maccartiano convinto, qui lo dico e qui lo nego: il più grande pezzo beatlesiano rimane questo (l’attacco è un orgasmo urlato, precoce quanto può essere un incipit che dura 12 secondi), brano nelle cui pieghe elettriche vive talmente tanta roba – i Sonic Youth, tanto per dirne una, ci entrano tutti e ci stanno larghi – da nutrire generazioni e generazioni e generazioni e generazioni…).

Luca Pacilio
pubbl. 07-12-2007

Spazio lettori

 

 

 


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