TIME
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REGIA:    
KIM Ki-Duk 

PRODUZIONE:  Giappone/Corea del Sud   -   2006   -   Drammatico

DURATA:  97'

INTERPRETI:
Jung-woo Ha, Hyeon-a Seong

SCENEGGIATURA:
Kim Ki-Duk

FOTOGRAFIA:
Sung Jong-Moo

SCENOGRAFIA: 
Choi Keun-Woo

MONTAGGIO: 
Kim Ki-Duk

MUSICHE: 
Noh Hyung-Woo

SITO WEB

Trama

Una ragazza ama il suo uomo ma, temendo che il tempo possa ammazzare il sentimento, decide di cambiare volto…

Recensioni

 

 

 

Gli amanti irregolari

Il bisturi come filtro d’amore, nel giardino umano dove la parvenza è unica diva. Kim Ki-Duk al tredicesimo lungometraggio raccoglie una materia atavica e, chiamato a rinnovarsi dopo la fondazione di una poetica peculiare, disegna una delicata variazione sul (suo) tema: il silenzio screziato di Ferro 3 (citato esplicitamente - il film viene montato dal protagonista) è qui un’inquieta parlantina che racconta la fine dell’amore, la malvagità parabolica de La Samaritana scivola verso la pena quotidiana, torna la metropoli tentacolare degli esordi ( Wild Animals è un poster sul muro). Time, piegato ad una scansione lineare eccettuate sporadiche digressioni (il link tra inizio e fine), è pervaso in orizzontale da sadici segnali di follia; il rapporto tra amanti, che parte come pura evocazione romantica, soffre la tara di lampanti ossessioni (routine, gelosia) e si propone come il fosco viaggio di due innamorati psicotici verso l’aperto impazzimento. Nel rapporto uomo/donna il coreano non ripone alcuna fiducia e riconosce, come in Twentynine Palms di Dumont, che sarà il fragile battito del tempo, l’accadere qualcosa o peggio ancora nulla, a porvi la definitiva pietra tombale. Su queste premesse il film, però, sposa raramente lo straordinario rigore cui il cineasta ci ha abituato: basato su un’unica idea che risulta invero parecchio rimestata (le operazioni sono molteplici, così il passaggio da un volto all’altro), popolato da figure irrimediabilmente minori (il detour sullo stereotipo del chirurgo), poco comunicativo, insomma, a livello narrativo - a meno di considerare la critica solare al dato estetico, regnante nella nostra società -, Time pecca inoltre nell’eccessiva esplicitazione di sensazioni altrove sottintese (Voglio solo amarti!, urla Ji-Woo nel metrò).
Un tassello che non si incastra nel percorso artistico del suo autore, riassume lievemente le puntate precedenti - Bad Guy è il diretto referente - senza aggiungere nulla che non siano solo (solo?) sibillini squarci visivi. Una manciata di sequenze (Ji-Woo che calpesta le fotografie, l’amabile ironia erotica delle statue, il doloroso sarcasmo nel bar dei cuori infranti) insieme al gracile cenno pittorico (il gesto magrittiano di coprirsi il volto per celarne l’identità - cfr. soprattutto Gli amanti, 1928) che si imprimono, restano, sono gradini di un’opera imperfetta e stratificata e cancellano il tenue rimpianto di un film aggraziato, lacerante, solamente minore.

Emanuele Di Nicola


Amami ancora

Amore e disperazione sembrano fondersi per comporre un’incredibile miscela fatta di pianti e di sorrisi, di paure e di rassicurazioni. La continua e martellante proposta di nuovi modelli di bellezza, abbinata al desiderio di novità insita nell’essere umano fa sì che in una coppia possa nascere la larva della noia: un piccolo baco apparentemente innocuo comincia a tessere il suo lungo filo, avvolgendo a poco a poco tutto quello che incontra. Le sicurezze della singola persona vengono inesorabilmente stritolate dall’incertezza, protagoniste di un terribile e crudele ciclo vitale. Il terrore di non essere più amati prende dunque il sopravvento: dopo due anni di amore e di passione il desiderio va scemando, l’eccitazione si perde nei vicoli della quotidianità…forse. O quantomeno ci si convince che sia così quando improvvisamente sembra di non riuscire più ad incrociare lo sguardo dell’altro, che invece appare inseguire con bramoso interesse estranei, persone incontrate una sola volta, attraenti come una qualsiasi novità, prive della grigia monotonia di chi si sente sull’orlo di un precipizio, di chi crede di essere sul punto di essere abbandonato. Il tempo è un battito cardiaco: scandisce non solo il succedersi degli eventi, ma anche il pulsare delle emozioni, il ritmo delle reazioni psico-fisiche. Un orologio che ticchetta nella notte può cullare o spaventare evocando il suono di passi sconosciuti, ambigui, crudeli: è il mostro cattivo pronto a strapparci dalla quotidianità, dalla serenità dei nostri sorrisi. Capita allora che si scelga di affidarsi ad un cambiamento estremo, dal quale non è possibile tornare indietro: l’asettico mondo di una sala operatoria permette alle varie insicurezze di celarsi dietro ad un nuovo volto. Non sono solo i ferri del chirurgo ad essere disinfettati ma anche i sentimenti, le sensazioni, le emozioni: o almeno così si vorrebbe, anche se basta davvero poco per rendersi conto che a poco serve modificare i propri lineamenti e ricostruire il proprio corpo se poi a rimanere davvero ferito è l’animo, lacerato dalle eccessive sofferenze. In Kim Ki-Duk torna la violenza, portata sullo schermo con l’ineccepibile trasparenza cui ci ha già abituati (L'Isola), ma stavolta ciò che lascia ancora più dolenti davanti alle immagini è il fatto che i protagonisti di questa tragica storia d’amore si infliggano consapevolmente dolore fisico (un’operazione chirurgica con i successivi mesi di convalescenza) e che oltretutto restino vittime di conseguenze psico-sentimentali che probabilmente non erano state preventivate. Nascosti sotto ad un lenzuolo come in un quadro di Magritte, che esorcizzava la morte per annegamento della madre ritraendo figure incappucciate, i protagonisti sembrano appunto affogare nelle loro difficoltà, nelle loro incomprensioni. Improvvisamente bambini implorano di ricevere amore come un pargolo che soffre di gelosia per il nuovo fratellino e chiudono la loro disperazione ritagliando immagini dalle riviste, costruendo un modello per il nuovo viso di “picassiana” memoria che ricorda il malinconico occhio di carta posto sopra al bulbo oculare da sottoporre all’operazione in Address Unknown. Diciamo addio alla trasognata e mesta dolcezza de L'Arco, o alla misericordiosa ricerca di riscatto de La Samaritana: Kim Ki-Duk si immerge nuovamente nel dolore attanagliante, ricostruendo le atmosfere torbidamente essenziali di Bad Guy. Era infatti proprio fra le piccole stanze del bordello che uno specchio diventava la parete di divisione/congiunzione fra la giovane prostituta e il mondo: in Time accade lo stesso. Talvolta però si decide di chiudere gli occhi, per non soffrire, sforzandosi di sorridere producendo delle terrificanti smorfie che non servono a nascondere l’angoscia che serpeggia dietro agli occhi e che infiamma lo spirito. Alcune fotografie sparse sul pavimento costituiscono il percorso da seguire per dimenticare il proprio passato, evidente rimando alle pietre dipinte di giallo che aiutavano la Samaritana nella sua pratica di guida. Se in Ferro 3 la cornice vuota appesa ad una parete angosciava il proprietario della casa “violata”, qui il piccolo porta-foto diventa il luogo fisico della sovrapposizione delle due nuove personalità della protagonista che cerca disperatamente con le sue nuove fattezze di sostituire quello che lei stessa ha rappresentato nel passato. La cornice che conserva l’ultimo ricordo di un passato fisico diverso viene spaccata all’improvviso da una caduta imprevista, dall’intervento di una forza maggiore (la fretta che incombe) che segna il costante scorrere circolare delle situazioni che si ripropongono nel corso del tempo. Un po’ come gli “smemorati” di Gondry, i personaggi di Kim Ki-Duk vivono nell’incubo del loro passato che mal si innesta con il presente e con quel futuro felice che stenta ad arrivare. Se però in Eternal Sunshine la mancanza di ricordi facilitava l’oblio, in Time è proprio il costante riaffiorare di vecchie esperienze vissute insieme dai protagonisti a rendere indigesta una scelta che troppo presto si rivela un grave errore, perché due anni sono tutto e niente, perché l’amore vero non si spegne con un interruttore. Il passato comincia a diventare troppo ingombrante, la mancanza di alcuni aspetti delle esperienze precedenti si fa eccessivamente pesante, la disperazione riaffiora: a poco serve dunque cambiare volto e rivoluzionare la propria vita se poi si nasconde il proprio nuovo viso dietro ad una maschera che raffigura il vecchio, pur sapendo di essere riconosciuti, consapevoli che il proprio folle gioco dai contorni teatrali si è stancamente afflosciato su se stesso. Ci si àncora dunque a delle enormi mani statuarie, alla ricerca di quella carezza che manca nel mondo reale: avvinghiati al metallo di una scultura si aspetta che la marea ricopra la spiaggia tutto intorno, cancellando forse le brutture che affliggono il nostro presente. A poco serve dunque ubriacarsi e finire in un motel con una ragazza della quale non si sa neanche l’età, o abbandonarsi fra le braccia di un uomo la cui mano ricorda quello del nostro amante perduto. Quello che mancherà sempre sarà quella carezza. Che neanche un intervento definitivo, finale, che ci renda del tutto irriconoscibili, ci potrà mai restituire.

Priscilla Caporro

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Dramma di stile

Time, lo diciamo senza mezzi termini, è un film imbarazzante: velleitario, allegorizzante, faticosissimo, il tredicesimo lungometraggio di Kim Ki-duk è il segno di un’involuzione stilistica letteralmente allarmante. Le avvisaglie di questa crisi espressiva si indovinavano ne La samaritana, dove i due cinema di Kim (uno ellittico e lacerante, l’altro didascalico e vagamente ammiccante) si scontravano violentemente, portando allo scoperto le tensioni segrete della sua estetica. Ferro 3, consacrazione internazionale del cineasta coreano, ha confermato lo slittamento del suo cinema verso il polo narrativo e didascalico, pur ammantato di un elusivo alone poetico, proseguito in modo inequivocabile con L’arco, film di una debolezza francamente preoccupante. Se possibile, Time supera L’arco in stanchezza espressiva presentando una pesantezza simbolica e una densità metaforica ben oltre la soglia della tollerabilità, anche per lo spettatore meno avvertito. L’asciuttezza lirica del primo Kim Ki-duk, capace di caricare di senso qualsiasi elemento della messa in scena, si è trasformata in afasia denotativa: il cineasta coreano sembra disinteressarsi completamente dell’elementarità semantica dell’immagine per prestare attenzione soltanto ai suoi risvolti metaforici, precipitando inavvertitamente in un simbolismo tanto inconsistente quanto poco strutturato. Il procedimento è talmente marcato da far pensare ad una pretestuosità di fondo: anziché “trovare” naturalmente i simboli nello sviluppo narrativo, Kim pare imbastire un percorso filmico funzionale alla loro esposizione, nella speranza che la giustapposizione di segni connotativi si organizzi autonomamente. In realtà l’accumulazione simbolica congestiona l’andamento del film rendendo poco plausibili, quando non involontariamente ridicole, le tappe della progressione drammatica. Emblematico lo sfogo a cui la protagonista si lascia andare, interpellando direttamente lo spettatore: non soltanto la sua disperazione suona artificiosa, ma il suo stato d’animo è addirittura visualizzato plasticamente dal décor. Il ruolo della scenografia è ridotto a didascalia visiva, insomma. Il simbolismo non manca di intaccare l’arrangiamento sintattico del film, dal momento che la crisi d’identità della protagonista si traduce in un montaggio progressivamente disarticolato e destrutturante, evidente e ingombrante metafora della difficoltà di riconoscersi in un’immagine ricostruita artificialmente. Attraversato da conati ferocemente autoironici (segnali di residua vitalità?), Time mette in scena per quasi 97 minuti un vero e proprio “dramma di stile”: il cinema Kim Ki-duk è agonizzante.

Alessandro Baratti


I due lati del melò

La ripetizione, la reiterazione continua di gesti in corpi diversi non fa che suggerirci insistentemente il collasso temporale che porrà fine alla narrazione, tanto da mostrarsi chiaramente come scopo ultimo di intere scene.
Dialoghi improbabili e una recitazione monocorde levano profondità al dissidio interiore dei protagonisti, nullificano l'ovvio tema pirandelliano applicabile alle nozioni di ruolo e attore, che la presenza di più attrici nell'interpretazione dello stesso personaggio nascondeva quasi intevitabilmente.
L'immagine non riesce a vibrare, ridotta a mero mezzo espostivo di un simbolismo già dato nella messa in scena.
In Time non c'è molto sotto la voce attivo: sintomo di una regressione stilistica inaspettata, riesce a rivestire due tra le etichette più inutili e allo stesso tempo inflazionate del vocabolario critico, come studiato a tavolino e esportabile: questo per come la struttura del disegno sia assolutamente percettibile, sia nell'intero andamento narrativo, sia nelle singole inquadrature, in quei movimenti di macchina che sembrano rincorrere i simboli posizionati nella messa in scena, palesando un didascalismo stagnante, tentativo di farsi summa riconoscibile della poetica di un autore che ci aveva abituato esattamente all'opposto. C’è, tuttavia, un appiglio a cui possiamo ancorarci, una piccola e illuminante strada percorsa da Kim in queste rovine: è il coraggio con cui mostra entrambi gli elementi del melodramma, nella spietatezza con cui li separa, ad esempio immergendoci prima, ad inquadratura stretta, nel pathos drammatico di un litigio, per poi farci cadere nel ridicolo imbarazzo che lo contestualizza in uno spazio più grande (si confrontino anche le diverse reazioni che produce la maschera della donna). E’ il venire a galla di questo cinico ed ironico processo di dissezione che in parte ci conforta sulle pessime condizioni di salute in cui ci sembra ridotto il cinema del coreano: avrebbe bisogno di cambiare definitivamente volto, e non è detto che, come le insistite autocitazioni che costellano il film sembrano suggerire, lo stesso Kim non se ne renda conto.

Giulio Sangiorgio

Spazio lettori

 

 

 


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