X-MEN 3: Conflitto Finale
 (X-Men 3: The Last Stand)

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REGIA:    
Brett RATNER 

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2006   -   Azione

DURATA:  110'

INTERPRETI:
Hugh Jackman, Halle Berry, Ian Mc Kellen, Famke Janssen, Anna Paquin, Kelsey Grammer, Rebecca Romjin, Patrick Stewart

SCENEGGIATURA:
Simon Kinberg - Zak Penn

FOTOGRAFIA:
Dante Spinotti

SCENOGRAFIA: 
Edward Verreaux

MONTAGGIO: 
Mark Helfrich

COSTUMI: 
Judianna Makovsky

MUSICHE: 
John Powell

SITO WEB

Trama

Proseguono le avventure degli eori capitanati dal Professor Charles Xavier, questa volta alle prese con una miracolosa cura che promette di guarire tutti i mutanti dalla loro alterazione genetica

Recensioni

 

 

 

E come eXtinzione

Quanto tempo è passato dalla prima apparizione cartacea degli X-Men? Una quarantina di anni si potrebbe rispondere, ma la risposta sarebbe insufficiente, perché questi personaggi rappresentano qualcosa di più di un semplice fumetto, una forma di intrattenimento che può essere arte, raffigurando uno stile di vita, una condizione di costante emarginazione dalla quale tentano di sottrarsi, ma alla quale il mondo li riconduce eternamente. Gli uomini X sono diversi, perchè la natura li ha dotati di un qualcosa in più, di capacità che sono sconosciute al resto degli individui, perché passare attraverso un muro, poter volare grazie a delle ali di angelo, sollevare macchine con il solo pensiero sono doni concessi a pochi. Il resto della comunità appare spaventata da questi poteri e cerca di annullare il problema alla radice, con la violenza o con altre forme di soppressione e non tentando la strada dell’integrazione. Nel corso del tempo gli X-Men sono passati attraverso le mani di molti scrittori, da Chris Claremont che ne ha curato la gestione più lunga e di successo puntando sullo sviluppo lento e costante della caratterizzazione dei suoi assistiti, fino ai giorni nostri con Grant Morrison che ha stravolto per sempre le regole del gioco; la trilogia cinematografica si rifà certamente a questo ultimo periodo e le tute in pelle nera ne sono un chiaro segnale, rendendo i nostri eroi simili a dei moderni cavalieri che danzano sull’orlo dell’abisso privati di quei costumi colorati, rassicuranti e a volte ridicoli che li vestivano negli anni ’80. All’inizio del nuovo millennio il pubblico ha esigenze diverse rispetto ai fruitori degli scorsi decenni, ha la necessità di confrontarsi con gli estremi della personalità umana, vuole veder raffigurate delle situazioni al limite e impensabili nei fumetti rasserenanti in cui i personaggi si scambiavano sonori cazzotti con tanto di rumori caratteristici; la lezione che gli autori sembrano aver capito è proprio quella di proporre personaggi e situazioni sempre più al limite, costantemente impegnati nello spostare il confine del rappresentabile. Tornando all’oggetto di questa analisi, il probabile capitolo finale di questa saga, si può notare come il cambio di regista abbia influito in maniera importante ma non decisiva sulla resa finale; Brett Ratner non è certo Bryan Singer, ma riesce comunque a portare a compimento un film decente e chiaramente rivolto ad un pubblico di teen ager, non seguendo il trend del prodotto cartaceo che, come spiegato, punta dritto su un pubblico più maturo e preparato. Nonostante questa mancanza il regista di Red Dragon mantiene la rotta tracciata dal suo predecessore e porta avanti la storia fino alla scontata e attesa battaglia finale dove i buoni devono scontrarsi con i cattivi, e dove la conclusione dal gusto agrodolce la farà da padrone. Elemento cardine della storia è la fantomatica cura che un’industria farmaceutica ha messo a punto, e che permette di azzerare il gene X rendendo i mutanti dei semplici esseri umani. Chiaramente non tutti sono d’accordo con questo rimedio e Magneto rimette in piedi un piccolo esercito di mutanti malvagi per far capire al mondo che si opporrà con violenza e decisione a questa cura. Gli X-Men dal canto loro non sono entusiasti di questa medicina, ma cercano fino a dove è possibile di agire attraverso il dialogo con le istituzioni, ma si troveranno ad usare la forza contro i loro simili. Il personaggio chiave della storia è Jean Grey, che in realtà non era morta nel secondo episodio e che si è liberata dai blocchi psicologici che il Professor Xavier gli aveva posto nella mente per arginare il suo enorme potere; proprio da questo spunto nasce la riflessione più interessante di questo episodio, quella sull’utilizzo ed il controllo del potere, tema affascinante e che da sempre caratterizza l’universo dei comics. Siamo ben lontani dai toni epici che il fumetto toccò con “La Saga di Fenice Nera” (alla quale però il film si ispira) ma i tempi filmici sono comunque ben orchestrati e lo sguardo gongola nel vedere così tanti personaggi interagire e darsele di santa ragione sullo schermo. Spesso quando si assiste alla trasposizione visiva di un romanzo o di un racconto si sente dire che la versione letteraria era migliore, e anche in questo caso la pellicola non raggiunge mai le vette emotive dei migliori cicli narrativi degli X-Men, ma non per questo il prodotto e da scartare o da relegare esclusivamente ala fruizione degli appassionati, e questa trilogia rappresenta comunque una dei migliori esempi di ciò che il cinema d’intrattenimento degli ultimi anni ha presentato, restando su livelli qualitativi ampiamente sufficienti che non deluderanno chi assisterà alle gesta dei mutanti più famosi del mondo. P.S. Restate in sala fino alla fine, perché al termine dei titoli di coda vi attende una sorpresa da non perdere.

Matteo Catoni

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Esportare la cura

L’immagine della civiltà americana, attualmente impegnata ad esportare la propria visione della democrazia con l’ausilio delle armi, si riflette in altre immagini, o in più immaginari, che tendono ad alterarne la messa a fuoco. Non è la prima volta che un prodotto hollywoodiano ispirato a mitologie popolari di ampio consumo, pur con inevitabili cadute di stile e semplificazioni, mostra di sapersi insinuare efficacemente nei dubbi e nelle convinzioni dello spettatore. Ad affiorare, attraverso storie che puntano in primo luogo al loro appeal spettacolare, è un possibile richiamo a problematiche di maggior rilievo dal punto di vista esistenziale, ma con riflessi sul sociale non trascurabili. In tal senso la saga degli X-Men è emblematica, se presa nel suo insieme: tra le varie trasposizioni cinematografiche di fumetti realizzate in America negli ultimi anni, i due film diretti da Bryan Singer e questo terzo capitolo affidato a Brett Ratner hanno dimostrato, insieme allo Spider Man di Raimi, di essere quelli che meglio hanno saputo rielaborare i testi di partenza. L’aggiornamento iconografico di personaggi infiltratisi da tempo nell’inconscio collettivo, come si può dire di molti tra i supereroi targati Marvel Comics, è proceduto di pari passo con l’esplorazione di alcuni temi portanti, estrapolati dagli albi di provenienza e resi in modo avvincente, talvolta anche sottile. Con X-Men 3: Conflitto Finale si è potuto assistere ad una “mutazione” aggiuntiva, non priva di contraccolpi: il cambio di regia, per cui l’esperto Brett Rattner (Rush Hour, Red Dragon) è subentrato al talentuoso Bryan Singer, che aveva tenuto a battesimo la serie. Fermo restando che il secondo capitolo firmato da Singer, X-Men 2, rimane il più compatto, il più tagliente, quello che più di tutti si è sforzato di illuminare la natura dei personaggi e le dinamiche dei loro conflitti, l’approccio di Brett Ratner ad una materia tanto incandescente ha prodotto derive per niente banali, pur soffrendo il suo film di qualche scompenso narrativo indesiderato.
Ciò che non smette di affascinare negli X-Men cinematografici è la semplice ma robusta caratterizzazione che viene data al tema della loro diversità, con la conseguente emarginazione vissuta poi in modo differente da ognuno. La molla scatenante di questo terzo episodio è proprio la creazione di una cura, che consentirebbe ai mutanti disposti a sperimentare il trattamento di annullare gli effetti del gene X, riacquistando la normalità. Ma perdendo al tempo stesso i propri poteri. E se la cura, inizialmente volontaria, venisse poi imposta? Come dire, in termini più generali: è possibile conciliare la spinta all’integrazione con il rispetto delle differenze? Una problematica per niente frivola negli Stati Uniti del “melting pot”, dove la politica post – 11 settembre ha esasperato i contrasti già esistenti. Per giunta, nonostante le assicurazioni fornite in proposito dagli umani, la prospettiva che la cura possa essere utilizzata come arma per neutralizzare gli X-Men non tarda a realizzarsi. Con conseguenze facilmente intuibili all’interno degli opposti schieramenti in cui sono raggruppati gli X-Men, guidati rispettivamente dal Professor Xavier e da Magneto, uno orientato da sempre al dialogo con il genere umano, l’altro animato da intenzioni molto meno pacifiche. Come si affermava in apertura, le spinte più aggressive di una società americana che si erge a baluardo dei valori democratici, apprestandosi in realtà a violente rappresaglie e azioni di dominio, possono andare incontro in certi prodotti cinematografici a molteplici parafrasi. Qui non si esporta la democrazia, si “esporta” invece una cura per soggetti che potrebbero non considerarsi malati. Le rocambolesche situazioni che si succedono nel film portano poi ad ulteriori riflessioni sull’esercizio del potere; o sull’eventuale rinuncia ad esso. Sintomatico è ad esempio che Magneto e i suoi durante i combattimenti debbano ora proteggersi dal vaccino adoperato come arma, per non perdere i propri poteri, e quasi metonimicamente la propria identità. Così come sull’altro fronte si fa strada la tentazione di rinunciare volontariamente a quelle straordinarie capacità, che in alcuni casi riflettono altrettanto straordinarie (e crudeli) limitazioni: ce lo testimonia Rogue, impossibilitata ad avere contatti fisici con gli altri senza rischiare di ucciderli. Compreso il suo ragazzo, che non può nemmeno baciare. Brett Ratner sa tratteggiare piuttosto bene questi momenti, lasciando che poche scene suggeriscano la complessa natura dei rapporti tra i personaggi più significativi della serie.
In X-Men 3: Conflitto Finale una menzione speciale la meritano senz’altro Wolverine, Storm e soprattutto la Dottoressa Jean Grey, riemersa dagli abissi del film precedente con in dote una doppia personalità da brividi. Al tempo stesso si fanno notare squilibri nel racconto, che ne riducono purtroppo la godibilità. L’introduzione di nuovi personaggi riesce solo in parte, alcuni funzionano, mentre altri hanno poco spessore. Ancora più grave è la superficialità con cui si risolvono le parabole di soggetti come Cyclops, che avevano avuto un ruolo importante nelle pellicole precedenti, e che qui escono di scena prematuramente. Tirando le somme, Brett Ratner non ha forse la personalità di Singer nel marcare le linee guida del racconto, come dimostra anche l’impacciato susseguirsi di sotto-finali fiacchi, talvolta retorici. Si conferma però capace di dirigere con stile un cast di grandi nomi, da cui sa estrarre almeno tre o quattro scene di grande coinvolgimento emotivo. Persino rispetto alle scene d’azione la sua è una regia a due facce, sicuramente poco convincente quando l’impatto scenografico della computer grafica si sviluppa senza una guida, non trovando nel montaggio una originale chiave di lettura.
Eppure non mancano sequenze ben orchestrate e qualche spunto degno di nota, come quando gli X-Men si addestrano al combattimento in un simulatore presente nella loro base: lottando, Wolverine abbatte la testa di un robot “virtuale”, proveniente da un ipotetico e ostile futuro. Singolare, a pensarci bene, che in una pellicola come questa, letteralmente inondata di computer grafica, uno dei trucchi meccanici più vistosi compaia in quel particolare contesto e sia la testa barcollante del robot. Dietro i fili elettrici recisi, si intravvede il paradosso di quello che nel racconto figura come parte di un ologramma, di una illusione, risultando invece sotto il profilo estetico uno degli effetti speciali più aderenti al pro-filmico, grazie anche alla sua dichiarata impronta materica.

Stefano Coccia

Spazio lettori

 

 

 


Matteo
Catoni

Daniele
Bellucci

6

Luigi
Garella

Niccolò
Rangoni

7
Stefano
Coccia

Alberto
Zambenedetti

7
           
 

 

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