VOLVER
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(Volver)
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Raimunda e Sole hanno perso i genitori in un incendio. Dopo la morte della zia Paula, Sole scopre che sua madre Irene è... |
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Resurgam Dopo la Passione narcisistica de La mala educación, la Resurrezione della carne e dell'anima. Volver inizia come un vaudeville (la pulizia delle tombe a suon di zarzuela) e prosegue oscillando con civettuola levità fra i sapori piccanti (e non sempre paradisiaci) della farsa e la composta amarezza della tragedia classica: seguendo, come sempre, le piste occult(at)e che guidano a un dolore rimosso, il regista spagnolo realizza una ghost story sui generis che guarda al passato, da Tacchi a spillo (madri assenti, giovani assassine e scarpe fatali in salsa mélo) a Il fiore del mio segreto (la moltiplicazione fittizia dei piani del reale, il ritorno al paese natale come palingenesi), da Kika (l'attacco frontale alla pornografia dei sentimenti) a Stefano Selleri A volte ritornano A tornare è il sedicente fantasma del primo cinema di Almodovar (che in fondo è un unico feuilleton che propone anno dopo anno nuove puntate), è lo sguardo primario che alcuni pensano morto e che invece continua a colpire, nascosto sotto il letto della citazione, della costruzione inappuntabile, dei rimandi millimetrici. Il passato torna dunque in questo romanzone che è l’opera tutta dello spagnolo e non può che assumere le fattezze dell’antico feticcio del regista (l’icona Carmen Maura resuscita, letteralmente, telenovelisticamente): Irene/Carmen è la madre di Raimonda e di tutti i personaggi di questi ultimi anni, il sangue e il desiderio che furono confluiscono infatti nel desiderio e nel sangue che sono, poiché se è vero che il tempo passa è vero anche che il labirinto delle passioni porta sempre alla stessa destinazione: genitori e figli - con le loro molteplici identità - sono marchiati dallo stesso destino, in questo come in altri film. E nel connubio di vecchio e nuovo (come in La mala educacion – il miglior Almodovar dai tempi del capolavoro Il fiore del mio segreto) il cineasta, smarcato completamente l’algore teoremico e inaspettatamente routinario dell’unico mezzo passo falso di una carriera da incorniciare (Parla con lei), si muove da gran signore della scena nella programmatica, finta sgangheratezza di un melodrammone (la compattezza è nello stile!) in cui fa parlare i morti (intendendo anche i tanti cineasti citati), balla sul confine realtà-fiction infischiandosene bellamente di entrambi e omaggia le sacerdotesse del suo Tempio-Film. Pedro dimostra di sapere sempre come far agire queste sue donne, riservando agli uomini al massimo un coltellaccio in corpo o un approccio amoroso che nasce e muore al bancone di un bar (e basterebbe lo schizzetto del giovane che flirta con Raimonda, imprigionato tra le sbarre di un soggetto che non può proprio concedergli di più, a dire della superba implacabilità dell’autore nel delimitare il campo d’azione delle pedine sulla sua scacchiera filmica). Continua dunque a impressionare la lucidità di Almodovar nel mettere in gioco il cinema, non soltanto suo, ma anche quello di cui si è sempre nutrito (la Cruz fa la Loren e la Maura la Magnani – anche se Bellissima in tv è una sottolineatura fin troppo vezzosa -), la magistrale abilità nel farne apparato vitale nell’organismo del suo lavoro, la naturalezza con la quale espone l’ineluttabile corso di un’opera che - oggi che il furore di vivere del regista pare esaurito, convertito com’è in puro furore creativo -, onorando la sincerità, non può che ri-guardarsi, riflettere su se stessa, su colui che l’ha concepita mantenendo comunque intatto il suo appeal popolare. E’ un Almodovar sfacciatamente artificioso e autoreferenziale quello che ci propone Volver; un Almodovar che, proprio perché così spudorato si dimostra più autentico, più vivo che mai. Luca Pacilio Todo sobre Pedro C'era un tempo in cui Pedro Almodovar rappresentava uno sguardo obliquo sul mondo in grado di intercettare un sentire contemporaneo messo a tacere dalle convenzioni. Ogni suo film, anche i più sgangherati, trasudava vitalità e passione. Può sembrare uno slogan buttato lì superficialmente a posteriori, ma con le sue opere, e insieme ai suoi personaggi, "si piangeva e si rideva" per davvero. Con il passare degli anni il suo sguardo si è affinato, ma la spontaneità e il piglio ruspante hanno ceduto il passo alla cerebralità. Quasi come se il timore di dover soddisfare le aspettative di un pubblico sempre più ampio e di critici sempre più esigenti avesse in qualche modo imbrigliato la sua creatività. Sta di fatto che anche Volver, come le ultime, acclamate, opere (diciamo a partire da Tutto su mia madre) soffre di un manierismo narrativo in cui è il calcolo a dominare la scena e dove il tragico carosello di varia umanità passa senza lasciare particolare traccia. Le solite donne forti e volitive devono vedersela con uomini assenti o spregevoli, meritevoli al massimo di una poco più che comparsata. La famiglia è il luogo da cui tutto parte e a cui tutto ritorna. Non mancano inoltre alcuni topoi del regista spagnolo, come la solidarietà femminile, la prostituta dal cuore d'oro, la marijuana, la critica alla televisione, oltre agli omaggi (Penelope Cruz come Sophia Loren) e alle citazioni (Anna Magnani, icona di tutte le mamme, bravissima ma basta!!!). Il melodramma che ne viene fuori, pur nella consueta cura formale con cui Almodovar cerca il bello in ogni inquadratura, arriva perciò raggelato, incapace di scaldare i cuori nonostante tutto accada. Sembra più di assistere a un teatrino artefatto e ponderato al millesimo che al flusso casuale della vita. La scansione degli eventi si mantiene leggera, ma colpi di scena, omicidi, malattie e confessioni si succedono nell'indifferenza. La mancata (o eccessiva?) misura deriva da una sceneggiatura calibrata ma contratta e da una regia formalmente ineccepibile ma incapace di affrancarsi dalla razionalità. Le interpreti si danno con convinzione ma non sempre paiono adatte al ruolo: la Cruz è troppo sofisticata per il personaggio di Raimunda e Lola Duenas, utilizzata sottotono, spreca il potenziale comico in un'unica espressione di smarrimento. Si finisce così per non ridere e non piangere, ammaliati da un'atmosfera caliente e ineluttabile che promette senza però riuscire a trasformare il grottesco in sferzanti tracce di vita. Luca Baroncini |
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Niente su mia madre
Se Volver ci restituisce un Almodovar di legittima fatuità, in questo film il regista tenta di fregarci: niente di male - anche il bellissimo La mala educacion era un balocco modellato sui frantumi di Vertigo -, cadiamo volentieri nello scherzo se orchestrato a dovere. Non qui. Volver è un riciclo: di fatti, messinscena, personaggi e situazioni almodovariane (il catalogo sulla filmografia del regista, acutamente ripassato da Selleri, è un macigno sull’intera pellicola) che può spacciarsi per nuovo solo all’occhio guercio più distratto, smascherandosi subito come un quaderno di stereotipi nei caratteri (un marito maniaco e alcolizzato, una prostituta dal cuore d’oro), nella letterale meccanica narrativa (Paco tenta di stuprare la figlia, lei lo uccide, Raimunda occulta il cadavere) e addirittura nei nodi - che si vorrebbero - più sottili (incesto e morte violenta del coniuge si ripetono nel ciclo generazionale, a lezione da Drowning by Numbers). Emanuele Di Nicola La decepción redundante “Caciarone” quanto basta per assordare lo spettatore, Almodovar butta sullo schermo colori in libertà, macchiando la scena con i toni caldi del rosso, del giallo, alternati al nero e al bianco. Sgargiante e rumoroso come la Spagna dei piccoli paesi, Volver è uno spaccato surreale della vita di una famiglia. I meccanismi però non ingranano, cigolano senza pietà, e il risultato è uno stentato percorso che gioca in bilico fra il sogno e la realtà, tentando frizzanti virate umoristiche che nella maggior parte dei casi falliscono. Nonostante ciò il film non è così disprezzabile: Almodovar tende bene i fili della propria identità, costruisce un film a sua misura e si diverte a rimettere in gioco i temi che lo hanno reso celebre. Dalla marijuana all’incesto, dalla malattia al rapporto materno, il regista mischia le carte in tavola e tenta il colpaccio, insaporendo le solite scelte stilistiche con il gusto agrodolce di una commedia brillante dai risvolti drammatici. Il problema è che il risultato finale non appare spigliato e solare, ma laccato e costruito, immobilizzato in una quanto mai falsa briosità. I personaggi non sono né stereotipi né esseri “reali” e si muovono inconsultamente; l’atmosfera che si vorrebbe calda viene coperta da brina narrativa, mentre le immagini si svuotano di ogni fascino. Impossibile capire cosa possa essere andato storto: forse un’eccessiva marcatura di certi elementi della pellicola, la rappresentazione di un mondo troppo ridondante, la stanchezza per un film che in fondo non si allontana troppo dal “solito” Almodovar? Senso attanagliante di delusione. Priscilla Caporro Mortacci Pochi registi come Almodóvar hanno saputo far accettare le proprie ossessioni al gusto di massa garantendosi una statura autoriale immediatamente riconoscibile. Rovescio di questa medaglia è la rocciosa fedeltà del pubblico a una determinata poetica; poco importa se i film della nuova maniera – più o meno slegata dall’antica, a volte in aperta polemica con quella – coprono un arco di tempo equivalente e un numero di film non di molto minore: sempre si odono lamentele sul fatto che il grottesco e il surreale, un tempo felicemente ridondanti, fanno oggi capolino come ingredienti fra molti, in una miscela ove il peso maggiore va alla malinconia, all’amarezza, a una concezione non più solare ma oscura della passione. Hans Ranalli |
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lettori
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Stefano Selleri 7½ |
Daniele |
Manuel |
Emanuele Di Nicola 4 |
Priscilla Caporro 5½ |
Luigi Garella 7 |
| Luca Pacilio 7 |
Luca Baroncini 6 |
Niccolò Rangoni 7½ |
Hans Ranallii 8½ |
Stefano Coccia 5½ |
Fabio Sajeva 7 |
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