TUTTI I BATTITI DEL MIO CUORE
(De battre, mon coeur s'est arreté)

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REGIA:    
Jacques AUDIARD

PRODUZIONE:  Francia   -   2005   -   Drammatico

DURATA:  107'

INTERPRETI:
Romain Duris, Neils Arestrup, Emmanuelle Devos, Linh-Dan Pham, Aure Atika, Jonathan Zaccai, Gilles Cohen, Melanie Laurent, Anton Yakovlev

SCENEGGIATURA:
Jacques Audiard - Tonino Benacquista
(dalla sceneggiatura originale di Rapsodia per un Killer [Fingers] di James Toback)

FOTOGRAFIA:
Stéphane Fontaine

SCENOGRAFIA: 
François Emmanuelli

MONTAGGIO: 
Juliette Welfling

COSTUMI: 
Virginie Montel

MUSICHE: 
Alexandre Desplat

SITO WEB

Trama

Tom combina affari sporchi in campo immobiliare: quasi per caso si trova a preparare un’audizione come pianista.

Recensioni

 

 

 

Sulle sue mani

Un’esistenza di frenetica brutalità, lo spinoso rapporto con un padre letteralmente rimbambito, una svolta irragionevole che rivoluziona ogni prospettiva: tutto si riflette sulle dita nervose di Tom, che passano dalla furia insanguinata del recupero crediti alle armonie di Bach, imparando dalla maestria di Horowitz e dalla brusca dolcezza di una lingua misteriosa l’unica vera arte, la consapevolezza del peso delle proprie azioni. Audiard improvvisa su FINGERS di James Toback firmando una rapsodia autenticamente romantica sotto il maquillage modaiolo: il bello-e-dannato è un antieroe furibondo e spezzato, sperduto nel labirinto di una Parigi di cinerea cupezza, a stento rischiarata da un fantasma materno che vaga nella penombra della stanza da musica.
La scrittura non è sempre all’altezza della messinscena (alcuni dialoghi, su tutti quello che inaugura il film, sono sciatta didascalia) e non mancano passaggi a dir poco pleonastici (la donna del collega, mero riempitivo che sfocia rapidamente nel nulla) ma DE BATTRE MON CŒUR S’EST ARRÊTé (Orso d’Argento per le musiche a Berlino 2005) sfoggia una levità rapinosa e un sorriso fra beffardo e sornione (la seduzione della bagnante, la figura di Chris) che gli permettono di evitare le trappole del romanzo di formazione a sfondo artistico con sottotesto di crisi dei trent’anni. Magnifici i duelli padre/figlio, in cui l’astro emergente Romain Duris (vagamente acerbo ma tutto sommato discreto) si scontra con Niels Arestrup, passato, rispetto a MEETING VENUS di Szabó, dall’altra parte della barricata che separa (almeno formalmente) le meschinità della vita dall’olimpo della musica.

Stefano Selleri


Metronomo

Tom ascolta pop-elettronico mentre le sue mani si muovono con naturale frenesia al ritmo degli studi di musica classica che sta preparando per un’audizione. Ogni rumore diventa impercettibile, la dimensione è ovattata: esiste solo l’essenza della Musica, quella che ti attanaglia senza via di scampo e ti attrae e spinge sempre più in fondo nel suo vortice di affascinante seduzione. Mani violente si sciolgono in movenze dolci e carezzevoli nei confronti di quei dannati tasti di  pianoforte che permettono ad un pianista di mettersi in contatto con la musica, quel tramite incantato che se da un lato non potrai fare a meno di amare alla follia, dall’altro sarà l’oggetto al quale griderai mille volte la tua rabbia per quella scala che mette in difficoltà la tua mano, per quel fastidio provocato dall’eccessiva sollecitazione  e studio, per quel tendine sotto tensione che sei consapevole tra poco ti tradirà. TUTTI I BATTITI DEL MIO CUORE si insinua nei rapporti fra una persona e il mondo, fra una persona e la musica, fra la musica e il mondo: le combinazioni infinite dei rapporti interpersonali si fondono e si articolano nel corso della vicenda in una storia dall’evoluzione placida e meticolosa, come lo studio di una rapsodia o di una sinfonia. Costante e testardo, il protagonista vede cozzare in sé e nel mondo che lo circonda gli opposti che mantengono vivo il mondo, comprendendone il ruolo inevitabile ma non rassegnandosi ad una sua sottomissione. Tom vive d’istinto, di sensazioni tattili, afferra la sua vita a ritmo di musica, si tratti di quella che lo accompagna nelle pulsanti traversate in auto attraverso la città notturna colorata delle luci al neon o di quella che lo culla nei momenti di studio, nei quali faccia a faccia con uno spartito, affronta il passato, il presente e il futuro affidandosi a quelle singole frasi, a quei singoli respiri per scollegarsi dal mondo che lo circonda per concentrarsi esclusivamente sul suono, sulla tecnica, sulla forma, sullo stile. Virgilio nella selva di arpeggi e accordi è in questo caso una guida le cui parole incomprensibili e perentorie danno corpo e forma al rigore musicale, alla ferrea disciplina che si cela dietro l’esecuzione, alla determinazione che ad un occhio esterno può apparire snervante e che in realtà è l’unico mezzo per entrare totalmente in contatto con la musica: è quindi nei consigli in cinese enfatizzati da gesti e sguardi che Tom si riavvicina alla filosofia della disciplina dei musicisti, di chiunque riesca a chiudere i propri occhi e ritrovare dietro le proprie pupille file e file di crome e biscrome e riesca a sentir risuonare nelle proprie orecchie melodie e accompagnamenti. L’elemento umano si attorciglia al filo rosso della musica, realistico schiaffo all’universo trasognato e meraviglioso del cosmo dei suoni: il dramma quotidiano, la violenza, la brutalità riporta l’intera dimensione filmica al grigiore macchiato di sangue delle occupazioni degli stabili e degli sgomberi, delle perdite di denaro, del tradimento delle amicizie, dei furti, delle minacce, delle vendette, degli omicidi. La sintesi del percorso del film di Audiard è insita in una delle sequenze visivamente più coinvolgenti: Tom, che come qualunque musicista si tiene lontano da tutto ciò che può danneggiare l’esecuzione, osserva le proprie mani ferite ed insanguinate. La magia della musica si dovrebbe spegnere qui, nella “dissacrazione” delle mani di un pianista: ma non è così. Si continua a suonare, si continua a viaggiare lungo gli infiniti e dolorosi binari della musica. Come sempre è stato e sempre sarà.

Priscilla Caporro

Commenti

 

 

La rabbia giovane

Trovarsi di fronte ad un bivio, restare immobili ed attendere che la mente prenda una decisione che cambierà la tua vita per sempre, giudicando la realtà con una lenta deformata chiamata rabbia; verso il presente che è distante anni luce da quello che vorresti, distante da ciò che il tuo “sentire” ti spingerebbe ad essere. Concentrare i propri sogni in un pianoforte, nei tasti bianchi e neri focalizzare l‘attenzione sulla sequenza di note da eseguire, dedicare il proprio amore nell’interpretazione delle stesse, vivere la musica come il prolungamento delle propria coscienza, così indissolubilmente legata alla propria personalità da diventarne parte integrante, come se i suoni sprigionati da uno strumento corrispondessero alle pulsazioni che animano il tuo cuore.  Ma il vissuto, le azioni commesse nel passato non ti abbandoneranno mai, sono moniti che ti si parano davanti rinfacciandoti i tuoi errori, sono giudici inarrestabili che ti accusano senza pietà; avresti potuto essere diverso, come tua madre diventare un concertista e vivere della tua musica, ma sei come tuo padre e vivi di imbrogli e di violenze quotidiane, vivendo da miserabile senza rendertene conto. Il destino ti offre una seconda possibilità e sta a te sfruttarla per elevarti, lasciandoti alle spalle il tuo lato oscuro, abbracciando un cammino di redenzione fatto di note, di spartiti, di musica. “Tutti i battiti del mio cuore” è la coinvolgente storia di un ventottenne parigino che vive costantemente in bilico tra le sue due personalità, tra lo ying e lo yang che stabilmente si scontrano in lui, senza trovare mai un vincitore, perché per debolezza o mancanza di coraggio Tom non potrà mai schierarsi da una sola parte. Il regista Jacques Audiard ci conduce nell’inferno quotidiano del giovane musicista, mostrandoci le sue mani che volano leggere sul pianoforte o sporche di sangue per l’ennesima violenza compiuta, sfidando il tabù del personaggio maledetto, superando con classe ed eleganza i rischiosi luoghi comuni che una produzione del genere si porta dietro, grazie alla forza di chi ha le idee e la capacità per essere un regista, firmando un’opera romantica e passionale. Difficile dimenticare il volto di Tom che fissa immobile lo scorrere della vita in una strada parigina, mentre la musica sommerge la sua mente e per un istante gli dona la pace di cui ha bisogno, quasi a voler significare che solo diventando sordi ai rumori del mondo si può ascoltare la propria coscienza.

Matteo Catoni


Il cuore è il film

Solo una considerazione: oltre la limpida trama, il girato dirompente, il minuzioso svolgimento (TUTTI I BATTITI è esempio sontuoso di come personalizzare materiale altrui), il film di Audiard devasta per il suo lato emozionale. Incubato nel crudele ossimoro di un contrasto lineare nasce Tom, personaggio indimenticabile, che nello squadernamento della vita quotidiana affronta in realtà una miriade di scene madri: gli scatti d’ira, il grugno e le stizzite incazzature si spengono negli incontri col padre, l’osmosi femminile e – soprattutto – il rapporto silenzioso con l’insegnante di piano. L’assenza del verbo è la coltre che si posa su un vissuto violento, ritagliando una nuova ipotesi di vita nell’acquario dell’arte, un alfabeto di fonemi incompresi – l’impossibile dialogo a due, trovata divinamente crudele – da riempire con la musica del vivere.
Davvero il cinema del francese si fa rilevazione clinica di ogni singola pulsazione cardiaca, glorificando il dio dell’istinto, per imprimere così un ritmo costante di tensione e rilassamento (si badi alla costruzione delle scene), rude violenza e cauta tenerezza come l’azione del muscolo vitale. Il cuore soffre, ride, sanguina, esplode nell’incantevole finale dove il pianista non si vendica – ma è soltanto il fugace intervallo tra il battito precedente e quello successivo. Il cuore è il film stesso.

Emanuele Di Nicola

Spazio lettori

 

 

 


Stefano
Selleri

7

Daniele
Bellucci

8

Alessandro
Baratti

7

Matteo
Catoni

Niccolò
Rangoni

7
Priscilla
Caporro

Emanuele
Di Nicola

8
Luca
Pacilio

6
Hans
Ranalli

7
Stefano
Coccia

7
   
 

 

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