LA TIGRE E LA NEVE
 

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REGIA:    
Roberto BENIGNI

PRODUZIONE:  Italia   -   2005   -   Commedia

DURATA:  118'

INTERPRETI:
Roberto Benigni, Nicoletta Braschi, Jean Reno, Tom Waits, Emilia Fox, Andrea Renzi, Gianfranco Varetto, Giuseppe Battiston, Lucia Poli

SCENEGGIATURA:
Roberto Benigni - Vincenzo Cerami

FOTOGRAFIA:
Fabio Cianchetti

SCENOGRAFIA: 
Maurizio Sabatini

MONTAGGIO: 
Massimo Fiocchi

COSTUMI: 
Louise Stjernsward

SUONO:
Bruno Pupparo

MUSICHE: 
Nicola Piovani

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Trama

Il poeta Attilio corre in Iraq al capezzale della donna amata. Farà di tutto per accudirla e salvarle la vita. Ma la guerra imperversa.

Recensioni

 

 

 

Poeticamente abita Attilio  

I poeti moderni, ma anche i “laureati” e gli accademici, avranno di che storcere il naso di fronte alla concezione quasi “medievale” della poesia che si palesa nella Tigre e la Neve. Altro che Ungaretti, Montale, la Yourcenar, per non parlare di Borges, probabilmente inseriti a forza da un Cerami sempre più “doppio comico” di Tonino Guerra: Benigni si è fermato a Dante. Da un punto di vista di teoria e prassi della letteratura, il suo poeta ingenuo e fuori dal mondo (banalmente: dimentica dove ha parcheggiato la macchina; più in profondità: non accetta, consciamente, il dato di fatto, sguazzando come un alieno nelle tragedie, cedendo alla lacrima solo in rarissime occasioni), catapultato nel mezzo di una guerra di cui ignorava l’esistenza, preso com’era a (ri)conquistare un amore perduto per “eccesso di altruismo”, sembra essere cresciuto nella Firenze del ‘300, e questo può essere un pregio o un difetto, dipende dai punti di vista. Occorre tuttavia domandarsi se sia davvero un “poeta della parola”, o piuttosto un folletto saltabeccante e dallo sguardo puro autore di una raccolta di poesie che, avendo un titolo che coincide con quello della pellicola, sono subito da collegare al loro specchio filmico. Traducendosi in gesti, azioni, parole filmate, nell’abitare poeticamente il mondo, le poesie non dette e non lette (grazie a dio) del poeta Attilio sono i suoi sogni solo latamente interpretabili secondo le teorie freudiane (niente trasfigurazione simbolica, niente “spostamento” dell’oggetto d’amore), la sua “ignoranza del reale” (e del “principio di realtà”, di cui il vigile del sogno, l’amico Battiston e il dottore iracheno sono i rappresentanti), il suo “ottimismo disperato”, spinto fin dove la volontà si tramuta in beata rassegnazione, il suo amore assoluto, quello che “fa muovere il cielo e le altre stelle”, per Vittoria. Le sue metafore prendono vita nell’immagine cinematografica. E’ il mondo la pagina bianca di Attilio, sono la quotidianità con cui giocare o l’orrore da percorrere, sempre poeticamente, anche perché, sembra suggerire il film, solo una poesia utopistica, come fuga dal mondo, può sopravvivere alla guerra, agli orrori del nostro secolo (mentre il poeta ancorato alle brutture del mondo, l’impegnato ed l’indignato Fuad/Jean Reno non potrà che scegliere altre vie o il silenzio).
L’ispirazione e le aspirazioni di Roberto Benigni sono sincere, non nasconde le sue ambizioni, crede vivamente nel potere catartico dell’arte e del cinema. Lo si evince dal modo in cui si pone di fronte alla macchina da presa, dai suoi occhi, dal suo sguardo, addirittura dai movimenti del suo corpo. Incarna forse l’ultimo lume di speranza al quale ci aggrappiamo nelle “notti della ragione”. Detto questo, mai come in questo caso il regista ed attore toscano rischia, e di tale rischio forse lui non ne è consapevole quanto il cosceneggiatore Cerami, che profitta dell’occasione e della fiducia riposta in lui dal compagno per inserire in sceneggiatura alcune sue non memorabili “perle” intorno ai massimi sistemi e alla letteratura, compromettendo irrimediabilmente il risultato. Chi ha avuto modo di ascoltare Cerami “ex cathedra”, riconoscerà alcuni aneddoti di discutibile interesse, come ad esempio la storiella dell’uccellino che, posandosi sulla spalla del bimbo sognatore, lo rende consapevole di tutta la poesia del mondo, dunque infonde in lui il germe dell’artista – una metafora dell’ispirazione come la teorizzavano tre o quattro secoli fa i meno lungimiranti tra i poeti, che oggi appare ridicola anche se a proferirla è un Benigni, anche perché definitivamente compromessa da quando anche i calciatori hanno scoperto doti francescane sorseggiando dell’acqua. 
Il film non ha l’equilibrio de La vita è bella, alcuni gag sono riciclati, molti passaggi risultano macchinosi, Piovani piovaneggia con piccoli e prevedibili “arabeschi”.
Solo quando il Benigni corpo/voce/volto riesce a sbrigliarsi di dosso la pesante corazza ceramica (nel senso di Cerami), quando i simbolismi più ovvi (tutti quelli legati al potere e alla caduta del potere) passano in secondo piano, così come i poeticismi più risibili, cerebrali e vetusti (l’uccellino di cui sopra, o il pipistrello, insomma, tutti gli “ornitologismi”), quando si lascia andare senza remore nella sua lotta contro i Titani o i mulini a vento, anche a rischio di cadere nel sentimentalismo, riesce ad erompere tutta la forza orgogliosamente anacronistica del personaggio, la sua follia da ultimo dei puri. E’ nei momenti in cui cede all’improvvisazione (la lezione di poesia all’Università) o eccede sfiorando il surreale (la fabbricazione della glicerina, la maschera di ossigeno, il trasporto delle medicine, pure la metaforica tigre sotto la neve che, sottratta alla pesantezza della parola scritta o detta, acquista una straordinaria e miracolosa “levità” nell’immagine del prefinale) che riesce a manifestarsi il suo modo, personale e struggente, di abitare poeticamente il mondo.

Cameo della grande Lucia Poli e di Andrea Rienzi (oltre ai fantasmi del quartetto di poeti succitato).

Manuel Billi

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Spazio lettori

 

 

Meriti e limiti del nuovo film di Roberto Benigni

Roberto Benigni è un artista coraggioso. Un artista che non esita spesso a lanciarsi in sfide rischiose e delicate quando ne senta l’esigenza. Anni fa’ riuscì con La vita è bella nell’intento, apparentemente impossibile, di far sorridere e commuovere allo stesso tempo sulla tragedia dell’ Olocausto.
Ne La Tigre e la Neve ha scelto invece di intraprendere la rischiosissima strada di un istant-movie sull’ Iraq. Un istant-movie sui generis, in cui la tragedia irachena è rivissuta all’interno dell’universo poetico dell’autore toscano.
La vicenda è semplice. Attilio (Roberto Benigni) è un poeta che ogni notte sogna Vittoria (Nicoletta Braschi), la donna dei suoi desideri. Quando quest’ultima, recatasi in Iraq insieme al poeta e amico  comune Fuad (Jean Reno) per scriverne la biografia, rimarrà ferita ed entrerà in coma, Attilio non esiterà a raggiungerla e a fare di tutto per guarirla.
Di La Tigre e la Neve bisogna innanzitutto lodare la coerenza con la poetica del suo autore. Film dopo film (indipendentemente dalla loro riuscita o meno) Benigni si è creato un universo poetico proprio, preciso e coerente.
Ritornano anche in quest’ultima fatica quindi i suoi grandi temi: la gratuità del gesto (sacrificio) d’amore, l’innocenza e/o ingenuità contrapposta all’orrore, la fantasia come via di fuga dalla crudeltà del mondo.
Però non tutto funziona come voluto. La tragedia irachena rimane troppo sullo sfondo, quasi solo pretesto per il nucleo drammatico della vicenda.
Se nella Vita è bella l’innesto tra il nucleo favolistico della trama e l’orrore della Shoah avveniva senza strappi, a causa delle dimensione mitica che la tragedia ebraica ha assunto ormai nell’inconscio collettivo occidentale –una sorta d’archetipo di ogni tragedia della Storia- qui invece il riferimento ad una realtà di scottante attualità come la vicenda irachena rende tutto più problematico. Il rischio di una trattazione superficiale, o addirittura “indistinta” dell’Iraq (in cui appunto lo sfondo può tranquillamente essere cambiato senza intaccare il meccanismo drammatico del film) non è stato evitato e la scelta dell’Iraq lascia spazio a riserve o dubbi. Era necessario ambientare la vicenda nel paese arabo e darne quest’immagine in parte mistificata? 
Perché di perplessità sull’immagine dell’Iraq che il film offre, nello spettatore ne rimangono molte. L’orrore dello bombe è quasi inesistente, il protagonista può attraversare 100 km di deserto con un pullman senza essere fermato da nessuno, Fuad vive in una casa che sembra un patio dell’Alhambra…Tutte stonature in un film che voglia parlare di argomenti d’attualità, ma scelte ammissibilissime in una favola a-stratta sull’orrore della guerra e sul valore della poesia e dell’amore come antidoto a violenza e brutalità.
E’ in questo contrasto, in questa natura ibrida che risiede a nostro parere la debolezza principale del film. A ciò si aggiunge anche una minore - rispetto al passato- felicità di invenzione a livello drammaturgico in diversi momenti della vicenda. Ad esempio nella prima parte dove i tentativi di conquista di Vittoria da parte di Attilio (e l’annesso gioco di equivoci), sembrano la brutta copia della lunga parte iniziale de La Vita è bella. Della scarsa consistenza di tutta questa prima parte ne deve essere stato conscio peraltro anche lo stesso Benigni, dal momento che nell’intera prima mezz’ora lo vediamo saltare, agitarsi, pronunciare discorsi alambiccati, quasi dovesse riempire con una sua presenza perennemente sopra le righe (a tratti ai limiti dell’autoparodia) un vuoto difficilmente eludibile.

Ed eccessiva ci pare anche l’insistita naivetè del personaggio, sempre fuori dal mondo e preso soltanto dalla sue fantasticherie poetiche. Detto questo, il film ha comunque qua è là delle buone intuizioni e degli sprazzi di autentica poesia (ne è un esempio la bellissima sequenza riguardante il destino di Fuad). Ma rimane comunque non risolto. Rimane un film estremamente sincero e sentito  che lascia tuttavia un senso di non compiutezza e disorientamento.

Francesco Zurlo


Manuel
Billi

6

Daniele
Bellucci

Niccolò
Rangoni

6

Raffaella
Saso

5
Emanuele
Di Nicola

Stefano
Coccia

Hans
Ranalli

         
 

 

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