RED
EYE
(Red Eye)
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Lisa, nell’attesa del volo per Miami, incontra un ragazzo gentile e carino. Suonerà banale ma lui non è quello che sembra. |
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Vanificazione di un'idea "La paura prende
il volo" recita la frase di lancio del film, peccato che dopo una
prima parte compatta e ben condotta, l'intelligenza faccia
altrettanto. Luca Baroncini Wes Craven, ormai, rischia di rimanere invischiato nella metatrappola che si è costruito con le sue mani. E’ inevitabile, dopo la serie Screamadelica. Comincia il film, via alla caccia: al rimando, alla citazione, all’autocitazione, all’ironia, all’autoironia, all’affiorare (o irrompere) del Genere nella sua forma più pura, isolabile e classificabile. La caccia inizia addirittura a monte, prima dei titoli di testa, ché la sceneggiatura del film tradunt ispirarsi a quella di Phone Boot (In linea con l’assassino) a sua volta di discendenza hitchcockiana[1]: ci sarà mica da ripassarsi Hitchcock, stavolta? Col senno di fine film no, dato che in Red Eye sembra esserci ben poco Hitchcock, a cominciare dall’abbondanza di sorprese a scapito della suspense[2]. E allora, dove si va a parare? Forse nel citazionismo sparso… un po’ di commedia sentimentale, un po’ di Airport → Airplane… ma è ancora poco. Vai a vedere che trattasi di normale thriller non privo di efficacia e di un barlume, massì, di originalità? Può anche darsi. Sospendendo la caccia e lasciandosi, come dire, “prendere”, si nota che in effetti il film pare solido, ben recitato, con una scrittura che bada agli effetti (la tensione non deve calare mai) e poco alle cause (l’attentato/motivo portante della vicenda sa tanto di… ehm… MacGuffin). Poi però eccoci alla svolta (semi)horror, d’altra parte Wes Craven è sempre Wes Craven: una penna infilata nella trachea, un assassino ansimante e inarrestabile, un inseguimento “casalingo” da bignami dello slasher; è spuntata l’autocitazione? Sto forse guardando una strizzatina d’occhio a Scream, con tutto quello che questo significa[3]? Non si fa in tempo far mente locale che arriva il limpido happy end: e che tipo di lieto fine sarà, dunque, quello di certo horror anni ’80 (ma finivano bene gli horror anni ’80?) o quello dei thriller hollywoodiani[4] più innocui e concilianti? Nella seconda ipotesi, è o fa il lieto fine di un thriller holywoodiano innocuo e conciliante[5]? Ma soprattutto: Wes Craven la trappola l’ha costruita involontariamente per sé o intenzionalmente per i suoi spettatori pretesi “consapevoli”? Gianluca Pelleschi [1] Il progetto del film di Schumacher, sceneggiato da Larry Cohen, risale agli anni ’60 e avrebbe dovuto girarlo proprio Alfred Hitchcock su sceneggiatura dello stesso Cohen (classe 1938). Peraltro, Hitch si era già cimentato in sfide a base di unità di luogo, tempo e azione (Lifeboat e Rope). [2] Non sto qui a ricordare la nota distinzione hitchcockiana tra sorpresa e suspense, nonché la sua predilezione per quest’ultima. Già che c’ero e ci ho fatto pure una nota potevo anche ricordarla ma ormai è tardi. [3] Volendo, si potrebbe anche considerare la scena in questione come un mirabile rovesciamento di ruoli, un’autocitazione invertita del primo omicidio del primo Scream nel quale era la vittima, e non il carnefice, ad avere la gola (e dunque le corde vocali) fuori uso. Volendo. [4] “hollywoodiani”, sì, perché? [5] Postilla: Red Eye è o fa un thriller hollywoodiano? Armare gli scivoli A proposito di CURSED ho già parlato di Wes Craven in termini lusinghieri: lo spirito giocherellone ed eternamente freak, la mano da maestro, la chirurgia nel tessere una macchina citazionistica divertente ma non ingombrante, la capacità di rinnovarsi continuamente con una strizzata d’occhio al suo pubblico. Ma RED EYE mi costringe all’abiura: trattandosi ad un tempo di thriller psicologico post 11 Settembre (la paura di volare, e chi altri?) e film di tensione in uno spazio chiuso (il regista afferma di essersi ispirato a IN LINEA CON L’ASSASSINO di Joel Schumacher), già si presenta come prodotto molto diverso dallo standard dell’autore. Per la lunga prima parte (dalla premessa all’azione) l’opera, se non in piena forma, è perlomeno forma di vita: servendosi della giovane coppia d’attori perfetta per il ruolo (un classico), si seminano le dovute premesse annacquando i rapporti famigliari con vivida ironia (l’iperbolica preoccupazione del padre di Lisa per la figlia) e mostrando il rischio, nel gioco (giogo?) delle relazioni sociali, di restare intrappolati nel ruolo per sé ritagliato (l’eccessiva cortesia della protagonista). RED EYE, titolo ingiustificabile che non intrattiene alcun rapporto con il narrato, muore però nel momento stesso in cui timbra la carta d’imbarco; il genere del “film in aereo” reggerebbe pure, con la sua simpatica e garbata galleria di caratteri (comprendente tutti: dalla vecchia alla bambina), ma lo schema è davvero troppo nudo, ripetitivo, impantanato su sé stesso. I due protagonisti, ingaggiando un duello (non solo) psicologico, sono macchiette nel cuore (il sicario bello e tenebroso, la donna emancipata con una tragedia nel passato) ma questo in Craven non sarebbe una novità: il fatto è che qui non c’è il soffio d’ironia a stemperare l’angosciosa serietà dello script (dove Ellsworth sostituisce il fido Williamson), neanche un alito di vento, calma piatta. Così, dopo aver regalato l’unica scena cult della serata (ingredienti una penna ed una giugulare, il resto si può immaginare) la creatura si scava la fossa con un finale di incommensurabile pochezza: gli eventi si succedono meccanici, talvolta ridicoli, Craven appare sempre in procinto di girare la sequenza azzeccata, di imboccare la battuta fulminante ma resta col colpo in canna fino a quando il fallimento, ormai, è sotto gli occhi (rossi?) di tutti. Nella lunga sequenza di un uomo e una donna che “fanno a botte” (letteralmente) si palesa il vuoto creativo di RED EYE, il suo girare intorno alla questione senza possedere un’idea che sia una, la pericolosa tendenza del regista ad incartarsi in un prodotto infiocchettato per il mercato mondiale, thriller medio e mediamente brutto. Il padre di Freddy Krueger rimane impigliato in un limbo, se continuare il metahorror che ha portato fama (per lui) e fame (per noi, ma di ben altre pietanze) o se approdare alla reincarnazione totale, azzerarsi e costruire qualcosa di realmente nuovo per poter dire che ce l’ha fatta un’altra volta. Nel frattempo né l’uno né l’altro: nel film di Craven, paradossalmente, è proprio Craven che manca. Emanuele Di Nicola |
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(Mal)occhio rosso. Leggero di(s)senso [Where’s
Wes?] Innanzitutto, come prima indicazione sommaria, dobbiamo rinunciare a
pensare seguendo lo schema teorico sufficientemente logoro che interpreta
il percorso artistico di un autore cinematografico come qualcosa di
diagrammizzabile. A volte il cinema, i film, sono pura contingenza, figli
del caso o dell’occasione. E lo stile in qualche occorrenza, come quella
di Craven, un quid neppure troppo enigmatico, né personale, con buona
pace di Benn, svenduto alla fiera della riproducibilità estetica. In
questi termini probabilmente ha poco senso gettare il solito sguardo
retrospettivo lodando i tempi in cui un cineasta sfornava opere
ispiratissime arrabattandosi per procacciarsi il denaro utile all’autoproduzione.
Il cinema è co(n)(-)testo. [Attribuiamo
v(u)oti solo a patto che vengano considerati come inizio di un
ineluttabile countdown a schianto già avvenuto] Mauro F. Giorgio |
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Mauro F. |
Luca |
Gianluca Pelleschi 6 |
Alberto Zambenedetti 6½ |
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