LA
PASSIONE DI GIOSUE' L'EBREO
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Trama |
1492. Re Ferdinando e la regina Isabella, riunificando la Spagna in nome del cattolicesimo, costringono, dopo secoli di convivenza, Ebrei e Musulmani ad abbandonare quella terra. Un giovane ebreo, Giosuè, lasciata la Spagna giunge prima a Napoli e poi in Sicilia, in un villaggio di carbonai fondato da ebrei costretti a convertirsi al cattolicesimo. Vinta una gara di erudizione su temi religiosi, viene scelto per interpretare la figura di Gesù nella rappresentazione della Passione che si svolge il venerdì di Pasqua, la Casazza. |
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Anche
oggi c’è chi vorrebbe costruire un’Europa come la Spagna della regina
Isabella. Un’Europa dalle “radici cristiane” (dimenticando che la
parola di Cristo è un seme che non può mettere radici in nessun luogo
che non sia il cuore degli uomini). Un’Europa chiusa in se stessa, che
cacci via i musulmani, e poi gli ebrei, e poi gli zingari, gli
omosessuali, gli stranieri, i diversi. Pasquale Scimeca racconta che, dopo la scoperta delle
origini ebraiche della sua famiglia (dei sefarditi che, dopo l’editto
della regina Isabella – nel 1492 la Sicilia apparteneva alla Spagna –,
furono costretti a convertirsi al cattolicesimo) ha avuto l’impulso di
studiare la cultura e la storia ebraica, anche nel suo rapporto con
l’islamismo e il cristianesimo. Nella coscienza che per rimuovere il
diffuso sentimento antigiudaico fosse necessario andare alle radici di
quell’odio, il regista ha approfondito la questione traendo infine
materia per un film complesso, in cui accanto al discorso storico,
religioso, politico si inserisce, non meno imperioso e composito, quello
artistico. Se la prima parte, forse eccessivamente lunga e macchinosa,
costituisce un lungo preambolo esplicativo, un vero e proprio
“quadro in movimento”, la seconda, tutta basata sulla
rappresentazione della Casazza, è tesa e drammatica, vero cuore pulsante
del film, nodo cruciale verso cui convergono tutte le fila tematiche
chiamate in causa dall’autore. Ed ecco Gesù che, se riapparisse, sarebbe nuovamente crocifisso. Il
Cristo che tutti venerano, ma che, al contempo, non possono tollerare –
Gesù l’Ebreo. Luca Pacilio Un film brechtiano La
recitazione oggettiva, ostile all’immedesimazione psicologica
dell’interprete come al coinvolgimento emotivo dello spettatore, è
ottenuta grazie ad attori – molti dei quali non professionisti – che
non mascherano la propria inflessione meridionale o straniera e dicono
le loro parti molto più di quanto le recitino, incuranti della mimica e
attenti solo a una gestualità semplice e diretta, ma dalla forte valenza
simbolica. Sono le stesse caratteristiche da Pasolini richieste alle
prestazioni attoriali nei suoi film dal Vangelo
al Fiore; l’effetto è lo straniamento,
perseguito anche attraverso la composizione per quadri narrativi
giustapposti e in sé conclusi. Hans Ranalli |
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Cronovisioni Si racconta che Padre Pellegrino Ernetti, monaco benedettino scomparso nel 1994 e scienziato di fama internazionale, avesse costruito intorno alla metà del secolo scorso uno strumento capace di rendere visibili avvenimenti del passato. La macchina rispondeva al nome di cronovisore e si basava sullo stesso principio attraverso il quale gli astronomi, calcolando gli anni-luce, sono in grado di ricostruire l’immagine di una stella spentasi migliaia di anni fa. Seguendo il principio fisico secondo il quale in natura nulla si crea e nulla si distrugge, e per tanto anche le onde visive e sonore una volta emesse si disgregano e si trasformano in qualcos’altro rimanendo sempre presenti intorno alla terra, Padre Ernetti sosteneva di poter captare con una serie di antenne i segni lasciati dalla presenza di qualunque avvenimento del passato e di poter ricostruire attraverso la sua macchina le immagini e i suoni originari partendo dalle onde disgregate. Il cronovisore, una volta sintonizzatosi sulle coordinate spaziali e temporali richieste, era in grado di proiettare all’interno di uno spazio cubico l’immagine tridimensionale dell’avvenimento passato che si intendeva vedere. Attraverso questa macchina Padre Ernetti sosteneva di aver visto e fotografato il volto di Cristo assistendo all’intera Passione, dall’ultima Cena al tradimento, fino alla flagellazione e alla crocifissione. Si dice che il cronovisore, dopo alcune dimostrazioni segrete del suo funzionamento, sia stato sequestrato dalle autorità ecclesiastiche, smontato e nascosto in Vaticano. Non esistono prove concrete della sua esistenza ma se fosse esistito sarebbe stato un dispositivo infallibile di rappresentazione della storia, oltre che l’apparato mediatico più sconvolgente che si possa immaginare per le sorti dell’umanità. Il cronovisore condivide probabilmente con il film di Scimeca l’intento di inoltrarsi tra le pieghe della storia per riportare alla luce frammenti oscurati dalla storiografia, ovvero il dispositivo (non visivo) preposto alla ricostruzione della storia dell’umanità. Ma tralasciando l’intento politico o storiografico o teologico del film di Scimeca è doveroso soffermarsi sull’ultima parte del film, la messa in scena della Passione di Cristo che è una sorta di “appendice visiva alla visione” in cui prende forma lo scontro tra ricostruzione e rappresentazione, tra l’intento storiografico di un film storico e la volontà di riproduzione visiva di un frammento di storia. Un frammento che, come per gli eventi cronovisivi di padre Ernetti, viene richiamato in un altrove spazio-temporale per palesarsi in un presente che diventa palcoscenico per la visione del passato. Il cinema storico di Scimeca è uno strumento capace di immergersi all’interno di quei codici rappresentativi rinascimentali (merito anche di una fotografia sublime) che hanno segnato uno snodo fondamentale nel plasmare le immagini e la sceneggiatura di un orizzonte religioso e politico. Il lavoro di Scimeca sembra essere votato ad illuminare l’angolo dimenticato di quell’orizzonte, a modificarne l’immagine davanti agli occhi dei suoi spettatori reincarnando di fronte alle loro menti rinascimentali la radice della loro credenza, la morte di un ebreo che, ironia della sorte, ha sancito la condanna del suo stesso popolo per i due millenni a venire. La visione della storia nel presente, la percezione della storia incarnata negli uomini, assume l’aspetto di un atto contrario alla natura umana tremendamente vicino a una punizione divina, una dolorosa messa in scena con la quale la storia cerca di riappropriarsi del proprio corso attraverso un’esperienza mediatica con la quale una divinità cerca di riappropriarsi della propria storia. Stefano Trinchero |
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lettori
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Luca Pacilio 7 |
Daniele |
Manuel |
Stefano Trinchero 8 |
Hans Ranalli 8½ |
Alessandro Baratti 5 |
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