OLIVER
TWIST
(Oliver Twist)
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Trama |
Londra 1800: la storia dell’orfano Oliver Twist. |
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Racconto d’autunno La città livida e maligna, vorace puttana dei suoi sudditi, ha un nuovo figlio ribelle: il percorso ovattato di Oliver è fuga dall’ortodossia del degrado (degli altri, di sé stesso), un volo impazzito sotto il cielo plumbeo di una società affamata e corrotta dove il confine tra Bene e Male è sfumatura, la chincaglieria borghese incontra il pendaglio da forca. Polanski, deponendo la Storia per una semplice storia, risolve trionfalmente una doppia operazione: traspone Dickens come mai si era visto, in un film di commovente generosità espressiva (una Londra ricostruita a Praga che intimidirebbe Scorsese) e superbo sincretismo narrativo (tanti intrecci si sfiorano – dall’ebreo alla prostituta – in un set nebbioso e lunare), e ad un tempo adatta il suo (e soltanto suo) cinema. Ripassando lievemente le amate suggestioni (la soggettiva, lo sguardo alterato: personaggi che spesso si “affacciano” sulla storia come IL PIANISTA, la camminata sul tetto è puro FRANTIC) evita ogni trappola del film per bambini: prima che (il rispetto di) un topos Oliver è velenosa metafora, densa di sfacciato humor caustico, rigorosamente articolata contro tutti i pioli (i piani alti del collegio si ingozzano mentre i cuccioli fanno la fame), la purezza stuprata dalla necessità, il dettato ontologico del male necessario. Un canto strozzato fra la sorte e la morte: stante la burla grottesca dell’orribile William Sykes che si impicca da solo il film provocatoriamente chiude mostrando, filtrati dai vetri di una carrozza (oppure cinepresa), i preparativi per l’ennesima forca. Oliver è salvo, si stringe il nodo scorsoio. Nelle mani di un maestro, nei corpi di un cast stupendo (la sobrietà di Barney Clark contro tutti i “bambini prodigio”), l’inquieta giovinezza di un classico invincibile. Emanuele Di Nicola Il ventre di Londra Sarebbe difficile immaginare una trasposizione del romanzo di Charles Dickens più brillante, asciutta, efficace, emozionante di questa. Regista e sceneggiatore non si dilungano in episodi divaganti e personaggi eccentrici, in passaggi didascalici, per concentrarsi su una ricreazione per forza di sintesi – visiva non meno che drammaturgica – dell’universo e delle atmosfere dickensiani: frutto di una scelta stilistica e poetica compiutamente perseguita (i movimenti della m.d.p. nella workhouse o durante i confronti col coro degli adulti sono altrettanti colpi di fioretto intinto nel curaro, mentre quelli delle scene d’azione potrebbero essere dei modelli di genere), che conserva fedeltà allo spirito romanzesco attraverso non rare elusioni della sua lettera. Liberato dalla pesantezza dei complicati ingorghi narrativi, dall’invadenza cronachistica, dalla necessità di offrire una consolazione definitiva, Dickens rifulge nella dimensione avventurosa e nella costante vena satirica, ma con l’ammirevole leggerezza che deriva dall’aver valorizzato al massimo, in dialoghi e immagini, l’antifrasi, e dall’aver messo la sordina ai toni predicatòri, melodrammatici, sentimentali. Hans Ranalli |
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lettori
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Emanuele Di Nicola 8½ |
Daniele |
Manuel |
Hans Ranalli 8 |
Niccolò Rangoni 6 |
Gianluca Pelleschi 6 |
| Matteo Catoni 6½ |
Raffaella Saso 7½ |
Stefano Coccia 7½ |
Luca Pacilio 5 |
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