LORD OF WAR
(Lord of War)

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REGIA:    
Andrew NICCOL

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2005   -   Azione

DURATA:  120'

INTERPRETI:
Nicolas Cage, Jared Leto, Bridget Moynahan, Eamonn Walker, Ian Holm, Eric Uys, Sammy Rotibi, Donald Sutherland

SCENEGGIATURA: Andrew Niccol

FOTOGRAFIA: Amir Mokri

SCENOGRAFIA: Jean-Vincent Puzos

MONTAGGIO: Zach Staenberg

COSTUMI: Elisabetta Beraldo

MUSICHE: Antonio Pinto

SITO WEB

Trama

Yuri Orlov, ucraino immigrato negli Stati Uniti, stanco della sua vita di stenti comincia a spacciare armi. Dal primo fucile al mercato internazionale il passo è breve: dopo la caduta dell’Unione Sovietica sarà lui a smerciare l’immenso arsenale russo inutilizzato, rifornendo le maggiori dittature del pianeta.

Recensioni

 

 

 

Il Mestiere delle Armi

Nel mondo c’è un’arma ogni dodici persone, il mio problema è: come armare le altre undici?
Nelle brume nebbiose di un cinema americano mediamente rassicurante, ottimista, noioso il film di Andrew Niccol acquista valenza particolare: dalla prima straordinaria sequenza – si segue il percorso di un proiettile dalla fabbricazione alla destinazione, ossia in mezzo agli occhi di un bambino-soldato africano – si presenta come oggetto contundente, scomodo ma non compiaciuto, il cui bacino della buonanotte è una Colt premuta sulla tempia. Ci sono tutti i presupposti, in realtà, per affondare nelle sabbie del biopic: la nascita, ascesa e caduta del criminale sono presenti all’appello, non manca il one-man-show del protagonista, fioriscono personaggi di contorno. Ma basta poco per sniffare un’aria diversa, di elettrica ironia e bollente per la polvere da sparo: l’immigrato Orlov è il pretesto per inquadrare gli States in una lente deformante, il gringo in terra straniera, che attraverso annotazioni sarcastiche talvolta irresistibili – Niccol fa uso sapiente della voce off, una vera rarità, e si dimostra impeccabile sarto scenico dal respiro ampio ed avvolgente (curioso notare Young Americans di Bowie, in tenuta migliore delle recenti trasmissioni) – distrugge maniacalmente convinzioni precotte, realtà stabilite, residue tenute morali. Scivolando da una sponda all’altra del globo conosciuto, tra Russia e Liberia, dal colbacco alla guerra civile, Orlov è la testimonianza professionale del limbo etico post Guerra Fredda dove l’ideale (incarnato dal concorrente Simeon Weisz) lascia il posto al mero, inattaccabile guadagno; senza scavare nel suo mestiere, aggirando motivazioni intrinseche e solennità di riporto, il trafficante bada solo al danaro per assicurare uno stile alla bellissima consorte, se interpellato confesserà candidamente che quello è il suo lavoro.

Niccol, al terzo appello dopo GATTACA e S1M0NE, conferma la delicata alchimia nel raccontare storie difficili, (mal)celate dall’opulenta società occidentale (a piccoli passi: dopo la droga dell’immagine e le sue derive qui si approda ad un livello più sporco e dannatamente fisico), collocandosi sempre nel sistema – di stilemi, codici, soluzioni riconoscibili – ed insieme ai margini di esso (il regista giura sulle peripezie produttive): malgrado evidenti cedimenti, strutturali perché dovuti alla trattazione stereotipica della materia (la famiglia di Orlov, il suo declino), è proprio questa doppiezza che fa di LORD OF WAR film di fascino malsano, senza morale, carico di sincera scorrettezza. Non esistono bene e male, lo dimostra il geniale rovesciamento finale, nel placido manicheismo socio-politico le ombre possono inghiottire la luce, il sole della libertà americana si eclissa nel Corno d’Africa, un attimo e crolla la facciata. Niccol dichiara provocatoriamente di ispirarsi ad una storia vera: se il plot è pura invenzione tanti Orlov si trovano oggi sulla via di Kabul, Baghdad, Damasco in viaggio d’affari. Un cast corretto non risparmia gustose sorprese (Holm e Sutherland in particolare) ma soprattutto si inchina al solito Cage, attore d’inesausto talento (troppo) spesso equivocato.

Emanuele Di Nicola

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Spazio lettori

 

 

Il film è stato patrocinato da Amnesty International nel quadro della campagna denominata Control Arms, volta a denunciare la cronica assenza di leggi codificate per regolamentare l’uso e la diffusione delle armi da fuoco.
La regia e la sceneggiatura di Andrew Niccol (Gattaca, SimØne) sono al solito impeccabili, come pure la recitazione dell’intero cast, su cui spicca l’interpretazione del grande Nicolas Cage.

Tuttavia a prescindere dalle nobili intenzioni pacifiste, la struttura narrativa e una clamorosa definizione alterata dei caratteri finiscono per deviare il messaggio originario su binari diametralmente opposti.
La figura del protagonista, il cinico e disincantato Signore Della Guerra Yuri Orlov, che contrabbanda armi con la stessa pacata naturalezza di un venditore di folletti, emerge in stilemi decisamente più gradevoli rispetto al suo alter ego, l’integerrimo agente FBI Jack Valentine (un Ethan Hawke mai tanto odioso). Stesso discorso per i due sanguinari dittatori dell’Africa Nera, André Baptiste Sr. (uno straordinario Eamonn Walker) e il suo viziatissimo figlio André Jr. (Sammi Rotibi) che sono resi alla stregua di simpatici e allegri buontemponi che si limitano a sparare di tanto in tanto qualche colpo intimidatorio qua e là… Ottima la caratterizzazione di Ian Holm nel ruolo del trafficante d’armi vecchio stampo Weisz, stereotipate le altre figure di contorno, a cominciare dal padre ebreo di Yuri, passando per il fratello minore fragile e cocainomane Vitaly (Jared Leto) per finire con l’immagine patinata e distante anni luce della moglie-ex-modella Ava (la comunque splendida Bridget Moynahan) che Yuri conquista e seduce con l’inganno.

La frase chiave del film, sintetizzata in una delle tante battute lapidarie di Yuri/Cage,  suona tutto un programma: “Dicono che il male trionfi perché non si fa nulla per fermarlo. La verità è che il Male vince comunque”.

La voce narrante del pur bravissimo doppiatore di Nicolas Cage Pasquale Anselmo (fonte: Il Mondo Dei Doppiatori di Antonio Genna
) annoia e appesantisce la narrazione, specie nella prima parte del film, che riprende quota solo nel secondo tempo, quando gli eventi si susseguono e precipitano con ritmo fin troppo frenetico. La filosofia spicciola di Yuri per giustificare oppure per mascherare la sua vera identità agli occhi dei familiari viene articolata in schemi tanto accattivanti da risultare pericolosamente convincenti anche agli occhi degli spettatori. Che pure tramite Amnesty International potranno contribuire via Internet affinché possa essere finalmente stabilito un controllo più severo sul contrabbando delle armi da fuoco, che ormai tutti sanno essere perpetrato con un giro d’affari plurimiliardario proprio dalle stesse Nazioni che apparentemente lo condannano.

Annalisa Ghigo


Emanuele
Di Nicola

Luigi
Garella

7

Stefano
Coccia

Luca
Baroncini

5
   
           
 

 

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