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Il
Mestiere delle Armi
Nel
mondo c’è un’arma ogni dodici persone, il mio problema è: come
armare le altre undici?
Nelle brume nebbiose di un cinema americano mediamente rassicurante,
ottimista, noioso il film di Andrew Niccol acquista valenza particolare:
dalla prima straordinaria sequenza – si segue il percorso di un
proiettile dalla fabbricazione alla destinazione, ossia in mezzo agli
occhi di un bambino-soldato africano – si presenta come oggetto
contundente, scomodo ma non compiaciuto, il cui bacino della buonanotte è
una Colt premuta sulla tempia. Ci sono tutti i presupposti, in realtà,
per affondare nelle sabbie del biopic: la nascita, ascesa e caduta del
criminale sono presenti all’appello, non manca il one-man-show del
protagonista, fioriscono personaggi di contorno. Ma basta poco per
sniffare un’aria diversa, di elettrica ironia e bollente per la polvere
da sparo: l’immigrato Orlov è il pretesto per inquadrare gli States in
una lente deformante, il gringo in terra straniera, che attraverso
annotazioni sarcastiche talvolta irresistibili – Niccol fa uso sapiente
della voce off, una vera rarità, e si dimostra impeccabile sarto scenico
dal respiro ampio ed avvolgente (curioso notare Young Americans di
Bowie, in tenuta migliore delle recenti trasmissioni) – distrugge
maniacalmente convinzioni precotte, realtà stabilite, residue tenute
morali. Scivolando da una sponda all’altra del globo conosciuto, tra
Russia e Liberia, dal colbacco alla guerra civile, Orlov è la
testimonianza professionale del limbo etico post Guerra Fredda dove
l’ideale (incarnato dal concorrente Simeon Weisz) lascia il posto al
mero, inattaccabile guadagno; senza scavare nel suo mestiere, aggirando
motivazioni intrinseche e solennità di riporto, il trafficante bada solo
al danaro per assicurare uno stile alla bellissima consorte, se
interpellato confesserà candidamente che quello è il suo lavoro.
Niccol, al terzo appello dopo GATTACA e S1M0NE,
conferma la delicata alchimia nel raccontare storie difficili, (mal)celate
dall’opulenta società occidentale (a piccoli passi: dopo la droga
dell’immagine e le sue derive qui si approda ad un livello più sporco e
dannatamente fisico), collocandosi sempre nel sistema – di stilemi,
codici, soluzioni riconoscibili – ed insieme ai margini di esso (il
regista giura sulle peripezie produttive): malgrado evidenti cedimenti,
strutturali perché dovuti alla trattazione stereotipica della materia (la
famiglia di Orlov, il suo declino), è proprio questa doppiezza che fa di
LORD OF WAR film di fascino malsano, senza morale, carico di sincera
scorrettezza. Non esistono bene e male, lo dimostra il geniale
rovesciamento finale, nel placido manicheismo socio-politico le ombre
possono inghiottire la luce, il sole della libertà americana si eclissa
nel Corno d’Africa, un attimo e crolla la facciata. Niccol dichiara
provocatoriamente di ispirarsi ad una storia vera: se il plot è pura
invenzione tanti Orlov si trovano oggi sulla via di Kabul, Baghdad,
Damasco in viaggio d’affari. Un cast corretto non risparmia gustose
sorprese (Holm e Sutherland in particolare) ma soprattutto si inchina al
solito Cage, attore d’inesausto talento (troppo) spesso equivocato.
Emanuele
Di Nicola
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