KING KONG
(King Kong)

Scheda
Trama
Recensioni
Commenti
Spazio lettori
Voti

REGIA:    
Peter JACKSON

PRODUZIONE:  U.S.A./Nze   -   2005   -   Fant./Avv.

DURATA:  187'

INTERPRETI:
Naomi Watts, Jack Black, Adrien Brody, Andy Serkis, Jamie Bell, Kyle Chandler, Lobo Chan

SCENEGGIATURA:
Peter Jackson - Frances Walsh - Philippa Boyens
(dal soggetto di Merian C. Cooper)

FOTOGRAFIA:
Andrew Lesnie

SCENOGRAFIA: 
Grant Major

MONTAGGIO: 
Jamie Selkirk

COSTUMI: 
Terry Ryan

EFFETTI VISIVI:
Joe Letteri

SUONO:
Mike Hopkins - Ethan Van der Rhyn

MUSICHE: 
James Newton Howard

SITO WEB

Trama

Una troupe cinematografica va a girare su un’isola sconosciuta, chiamata Skull Island. I malcapitati dovranno vedersela con indigeni ostili, dinosauri, insetti giganti e, sì, un gorilla alto circa 8 metri che rapisce la protagonista.

Recensioni

 

 

 

Parte I: I ♥ Cinema

Il film ha una prima parte lunga e articolata in cui Peter Jackson parla (di) cinema a diversi livelli. Strutturalmente ragionando, le leggi non scritte del monster movie dicono che il pezzo forte, il mostro, deve farsi attendere. La chiamano suspense: annuncio di “un qualcosa” di imminente, esasperazione della durata che vi conduce. King Kong (1933) ha settato lo standard e tutt’oggi incarna il duplice paradigma dell’attesa, ché il pubblico aspetta sia il mostro diegetico e i suoi effetti sulla narrazione che quello tecnologico, per vedere se davvero “è fatto così bene come dicono” (all’epoca le massicce dosi di animazione a passo uno stupirono e non poco per quantità e qualità). Jackson ha così preso due scimmioni con una banana, citando letteralmente l’archetipo e riproponendo una struttura sempreverde, giocando altresì con l’attesa del suo pubblico che si aspetta, da lui e dal suo staff degli SFX, letteralmente meraviglie. Anzi, ha fatto di più: dilatando i tempi fino a raddoppiarli ha chiarito subito che il suo King Kong (2005) sarà una magnificazione anabolizzata del prototipo, in tutto e per tutto. Sottotesti compresi. Anche nel primo kong, infatti, si parlava di cinema e ci si dava all’auotoreferenzialità, soprattutto per voce del personaggio di Carl Denham, ambizioso regista che diceva di voler girare un film straordinario, storico, che stupirà tutti. Jackson rincara ovviamente la dose, mantenendo e amplificando le manie di grandezza di Denham, trasformando Ann Darrow da biondina anonima con trascorsi da comparsa in un’attrice di Vaudeville brava e orgogliosa quanto sfortunata e traslando Jack Driscoll da lupo di mare tutto d’un pezzo in drammaturgo talentuoso ed incompreso. Ciliegina sulla torta di questo amore per il cinema gridato ai quattro venti, le citazioni e i riferimenti puntuali al prototipo, come l’incipit nel quale si getta uno sguardo sulla New York degli anni ’30 (“omaggio” al clima storico-culturale nel quale venne prodotto il film), la pedissequa riproposizione di alcune sequenze (il furto della mela) o i simpatici giochini metacinematografici [Denham che si lamenta di non poter ingaggiare Fay (Wray) perché già impegnata con Cooper in un altro progetto].

Parte II: Impara a conoscere il tuo gorilla

Giunti sull’isola, la musica cambia (non quella di James Newton Howard, purtroppo, che è un po’ anonima e fa decisamente rimpiangere la magniloquenza, con stile, della trilogia dell’anello firmata Howard Shore). La WETA si scatena e dà un senso alla storiella, ripetuta ovunque fino alla nausea, di Peter Jackson bambino che vede King Kong e sogna di fare il regista. Rieccolo dunque, quel bambino, col suo re kong da girare e 200 milioni di dollari da spendere. Bigger, faster, better, more! La creatura “né uomo né bestia” è splendida, etologicamente corretta e molto ben caratterizzata, mentre per il resto ci si lancia in un’ipertrofia visiva ed effettistica che lascia un po’ storditi e segue, in maniera per l’appunto “infantile”, la regola dell’accumulo: nel primo kong c’era un lungo scontro con un T-Rex? Mettiamone un branco e rendiamo la plural tenzone interminabile. Un brontosauro usciva dall’acqua e inseguiva i componenti della spedizione? Perché non un’intera mandria, allora, con qualche velociraptor di contorno? Si trova anche il tempo di fare della filologia filmica, “ricostruendo” una sequenza eliminata dall’originale (quella con gli insetti giganti) e rendendola, ma non c’era da dubitarne, eccessiva e insistita fino al ridondante. E poi ancora campi lunghi e lunghissimi, skycam e travelling maestosi. Il troppo forse stroppia forse no, di certo ci si ubriaca, difficilmente ci si annoia. Ma c’è dell’altro. In quest’ottica di elevamento a potenza dell’originale viene coinvolto anche il legame che si crea tra la Bella e la Bestia. Se nel film del ‘33 si intuiva (chiaramente) che la Bestia “si innamorava” della Bella ma quest’ultima rispondeva picche, Jackson configura tra i due una articolata e molto ben sviluppata storia di reciproco amore. Impossibile.

Parte III: del mélo

Tutto era iniziato in una sequenza chiave del film, quella in cui Ann Darrow cerca di farsi amico Kong a “colpi di teatro”. Il tentativo riesce alla prima, Kong viene immediatamente stregato dalle artistiche evoluzioni della Bella e i due diventano inseparabili. Nasce “qualcosa”, un amore impossibile e impossibile da descrivere (ma molto ben illustrato da Peter Jackson) che mina anche l’amore “tradizionale” appena sbocciato tra Ann e Jack. Subito all’inizio della terza e ultima parte del film capiamo, infatti, che una volta rientrati in patria tra l’attrice e lo scrittore è già finita. L’unica spiegazione, stranamente plausibile, è che la Bella abbia il cuore occupato dalla Bestia, resa intanto schiava ed esposta al pubblico ludibrio newyorkese. Dalla fuga di Kong fino alla sua nota e inevitabile dipartita, il regista ha modo e tempo di suggellare, esplicitandola, la love story: i due amanti si cercano e si rincontrano in una bella sequenza in cui lo spettatore è portato a immedesimarsi con la Bestia: è infatti una sorta di soggettiva metaforica (Branigan) quella che, ad altezza uomo ma con l’occhio innamorato di Kong (character projection, direbbe ancora Branigan), ci mostra l’apparizione della Bella in tutto il suo angelico, illuminato splendore. Ma che Peter Jackson ha definitivamente vinto la partita lo scopriamo solo a breve, quando sfida il ridicolo e lo sconfigge inesorabilmente facendo pattinare sul ghiaccio i due sfortunati piccioncini (il cui amore ha il destino segnato dalla Storia del Cinema prima che dal buon senso), intenerendo i cuori di tutto il pubblico pagante. L’idillio è interrotto bruscamente dall’intervento dei militari, il resto è storia nota: la scalata dell’Empire, gli aerei da caccia, il colpo di grazia inferto proprio mentre Kong cerca l’ultimo momento di intimità (Cfr. l’originale) con la sua Bella, che nel pre-finale abbraccia, triste e distaccata, il nasuto intellettuale accorso a “salvarla”. Chiudono il film le parole dell’uomo di cinema Carl Denham, le stesse che pronunciò 72 anni fa: “non sono stati gli aeroplani, è stata la Bella a sconfiggere la Bestia”. Solo che stavolta hanno perso entrambi.

The End

Gianluca Pelleschi


King Kong: Il cinema come avventura

Reduce dal successo planetario de “Il Signore degli Anelli” il regista neozelandese Peter Jackson realizza finalmente il sogno della sua vita, riprendere in mano la vicenda di “King Kong” e plasmarla con la sua immensa forza visiva, aggiornandola drasticamente e rendendola immortale. Per chi conosce la storia di questo autore, sarà facile ritrovare nelle tre ore di visione la cifra stilistica che lo ha sempre contraddistinto nei suoi passati lavori, siano essi film di serie B (vedi “Bad Taste”) o particolari visioni dell’amore (lo struggente “Creature dal Cielo”), vale a dire il suo gusto della dissacrazione che riesce ad alternare in maniera funambolica a momenti di pathos e romanticismo trascinanti. Jackson è un regista unico, perché in lui convivono diversi punti di vista, come se possedesse la formula magica per fondere in un unico lungometraggio i vari generi che compongono questa magnifica arte; la visione del cinema come avventura, come ultima frontiera del visuale, come potenza che riesce di volta in volta a spostare i limiti dell’immaginazione, che riesce a rappresentare sullo schermo i nostri sogni e tutto questo pagando soltanto il prezzo di un biglietto, come ricorda lo spietato regista del film (interpretato da un sorprendente Jack Black), questi sono gli obiettivi che vengono perseguiti e realizzati, perché “King Kong” è innanzitutto una riflessione profonda sulla natura stessa del cinema, sulla necessità impellente di mandarlo avanti, di farlo camminare su terre ancora inesplorate, rischiando in prima persona, mettendo in gioco la propria credibilità di artista. Il rischio in questa produzione era dietro l’angolo, ed il timore di trovarsi di fronte ad una produzione senza anima era forte, ma sono bastati pochi minuti di pellicola per dissipare ogni dubbio, per immergerci senza remore in una favola straordinaria, che usa la tecnologia come mezzo per raggiungere il fine della credibilità e non come pretesto per impressionare superficialmente lo spettatore. King Kong è un atto d’amore, la prova inconfutabile che grazie alla volontà si può raggiungere qualsiasi traguardo, che anche partendo dal nulla si può realizzare un’opera destinata a passare alla storia, perché in essa convivono intatte lo sguardo, il sogno e l’amore che ogni artista dovrebbe possedere verso le proprie creazioni. Tornano alla mente le parole di uno dei più grandi maestri di tutti i tempi, Stanley Kubrick, che una volta rispose così ad un’intervista: “Lo so che ci sono molte cose più importanti del cinema nella vita….ma questo non vale per me. Per me tutta la mia vita sono i miei film”; Jackson ha donato nuovamente un senso a queste parole.

Matteo Catoni

Commenti

 

 

 

Spazio lettori

 

 

L’autore della trilogia tolkieniana riversa su questa ulteriore gigantesca opera tutto il suo amore per la Settima Arte, mediante argute citazioni da cinefilo consumato e cineasta di mestiere, attingendo non solo dalle precedenti edizioni del kolossal, ma anche da film del tutto estranei al filone: uno su tutti, Il Pianista di Roman Polanski, i cui attori protagonisti (Adrien Brody alias il pianista ebreo Wladyslaw Szpilman e Thomas Kretschmann nel ruolo del Capitano nazista Wilm Hosenfeld) riappaiono l’uno di fronte all’altro nei rispettivi panni dello sceneggiatore teatrale Jack Driscoll e del Capitano della nave Englehorn. “Mi dispiace di non poterle offrire un alloggio confortevole” è la battuta con cui Kretschmann strizza l’occhio a Brody mentre gli apre una delle tante gabbie della stiva, destinate a rinchiudere animali feroci da lui stesso catturati, ponendogli un curioso quesito: “Quale animale si sente di essere?”
E parallelamente viene da chiedersi quale animo umano e sensibile si nasconda dietro lo spaventoso gorilla, pur trasparendo dal suo sguardo finemente espressivo. E quale genere di film ci proponga Peter Jackson in questa sua nuova fatica (è il caso di dirlo, dal momento che all’inizio dell’ultima settimana di riprese Jackson era tanto esausto da temere di non riuscire a terminare il lavoro) Un film fantasy? Oppure un film drammatico? O un film storico sui generis? O ancora un film (fanta)scientifico? Tutti questi elementi uniti assieme e molto di più costituiscono l’ennesima rivisitazione della favola eterna della Bella che seduce e annienta la Bestia.
Il lungometraggio si apre con un sapiente affresco d’epoca anni Venti concentrato in pochissime, veloci sequenze che al contempo mostrano i vari personaggi e le loro flebili vite, pronte a riunirsi in un destino che le segnerà per sempre.
Motore del plot è il regista Carl Denham (un Jack Black dall’espressione vitrea che ricorda lo sguardo di Peter Lorre), ambizioso e ostinato quanto basta per trascinare con l’inganno una troupe improvvisata in un viaggio alle soglie dell’ignoto lungo un itinerario non segnato sulle carte topografiche, a caccia di preziose inquadrature che lo riscattino definitivamente dalla situazione precaria in cui versa suo malgrado. Peter Jackson costruisce attorno al cuore della storia un lungo e articolato antefatto che renda più verosimile l’impatto con la misteriosa creatura.
Una creatura imponente e terribile, come da tradizione, di cui tuttavia al regista preme mettere a fuoco soprattutto l’aspetto umano di vulnerabilità, tristezza e solitudine, aspetto che porterà Kong ad innamorarsi della bella di turno (l’attrice di cabaret Ann Darrow impersonata con intensità e sensualità da Naomi Watts) fino a morire per lei.  
L’amore per il cinema si trasfigura nella teatralità della messinscena grottesca del fenomeno da baraccone, non appena le leggi dell’ambizione umana sembrano prendere il sopravvento sulle forze ancestrali di una natura ancora indomita e pietrificata nell’era del Giurassico, popolata da invasati indigeni primitivi, da ferocissimi T Rex e V Raptor in una cornice verosimilmente fantasy infarcita degli impeccabili effetti speciali cui Jackson ci ha ormai abituati e condita da una buona e sana dose di autoironia, che non guasta mai.

L’immedesimazione di Peter Jackson nel personaggio di Carl Denham è palpabile ad ogni inquadratura, ad ogni sequenza, ad ogni svolta narrativa, fino alla battuta d’uscita dello stesso Denham: “No, non sono stati gli aerei: è la Bella che ha ucciso la Bestia”. Battuta da antologia, che passerà alla storia cinematografica al pari di questo ennesimo eppure paradossalmente originalissimo remake.

Annalisa Ghigo


Gianluca
Pelleschi

Manuel
Billi

Daniele
Bellucci

Niccolò
Rangoni

7
Luca
Baroncini

Matteo
Catoni

8
Luigi
Garella

7
Fabio
Sajeva

       
 

 

Homepage                         Prime visioni                         Archivio