INSIDE MAN
 (Inside Man)

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REGIA:    
Spike LEE 

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2006   -   Dramm./Poliz./Thriller

DURATA:  129'

INTERPRETI:
Denzel Washington, Clive Owen, Jodie Foster, Willem Dafoe, Chiwetel Ejiofor, Christopher Plummer, Kim Director

SCENEGGIATURA:
Russell Gewirtz

FOTOGRAFIA:
Matthew Libatique

SCENOGRAFIA: 
Wynn Thomas 

MONTAGGIO: 
Barry Alexander Brown

COSTUMI: 
Donna Berwick 

MUSICHE: 
Terence Blanchard - A.R. Rahman

SITO WEB

Trama

Owen è a capo di una banda che entra in una banca, prende cinquanta ostaggi, ma è solo interessata al contenuto di una cassetta di sicurezza. Washington è il negoziatore.

Recensioni

 

 

 

Dentro il Sistema

Dentro la banca. Dentro il “centro di comando” avversario. Dentro il mainstream, prima volta per Spike Lee. Che sia un film di genere è presto svelato da Owen agli spettatori: non il “perché”, ma il “come” è il mistero da svelare. Lee dissemina i vezzi del suo cinema, ma sono solo segnali (più che segni) per poter ancora giustificare il “A Spike Lee joint”: la difesa delle minoranze etniche, gli assidui Washington e Terence Blanchard, qualche strizzatina d’occhio ad altri suoi titoli (FA LA COSA GIUSTA e BAMBOOZLED), l’immancabile carrello che fa volare il personaggio sull’asfalto, i flash forward (le testimonianze degli ostaggi, ironiche e con buona simulazione di spontaneità), l’inciso moralistico per la gente nera (il bambino esaltato dal videogioco violento e dal rapper 50 Cent), il soundtrack “etnico”, il contrasto nero sboccato/bianco wasp, un po’ di paranoia da 11 settembre (in due divertenti/ciniche gag: il sikh scambiato per arabo e il filo-nazista che dovrebbe garantire per il nipote di Bin Laden). Quel che manca è il film “di” Spike Lee. Per fortuna è una buona marchetta: Lee orchestra un ritmo tesissimo dall’inizio alla fine e, come sempre, sposa perfettamente dramma e commedia, aprendo sipari divertenti (da citare il litigio fra poliziotti per svelare l’enigma posto da Owen) nella concitata partita d’intelligenza fra i due protagonisti. La natura da divertissement non permette di trasformare la rapina in banca in un’allegoria anti-Sistemica alla QUEL POMERIGGIO DI UN GIORNO DA CANI (citato), se non per un blando “I veri farabutti sono le persone perbene” e tanto cinismo sulla natura opportunistica dell’essere umano: la sottotraccia “nazista”, ad esempio, più che evocare la rabbia de IL MARATONETA, cerca il villain da fumetto. Discreta la sceneggiatura che procede per scatole cinesi, alla Mamet, scrive buoni dialoghi, riserva parecchie sorprese ma fa girare Hitchcock nella tomba con il MacGuffin svelato, un flash forward ingannevole (l’irruzione sanguinaria nella banca) e omissioni scorrette (la registrazione del colloquio con il sindaco, con aperte minacce, è diversa dalla scena cui assistiamo in diretta). 

Niccolò Rangoni Machiavelli


Il gusto della rapina

Girare un lungometraggio su una rapina in banca è sempre un’operazione azzardata, dato che il rischio di cadere nello scontato e nel dejà vu è sempre in agguato, ma fortunatamente questo avvertimento non vale quando dietro la macchina da presa si trova un regista del calibro di Spike Lee, che grazie alla sua esperienza, e alle sue indubbie qualità, conosce a menadito le insidie del fare cinema. Partendo da alcuni punti cardine del genere, il film si snoda su alcun binari decisamente interessanti come l’intervista al capo dei rapinatori che funge da prologo al dispiegamento della vicenda, gli interrogatori dei presunti ladri che fungono da preziosi indizi per comprendere la direzione che la trama prenderà, e l’attenzione riservata alla controparte rappresentata dalla polizia. Proprio in questa contrapposizione risiede il punto di forza di “Inside Man”, che riesce a costruire una storia avvincente proponendo un botta e risposta che vede da un lato i cattivi all’interno della banca e dall’altro i buoni che studiano la adeguate mosse per spiazzare l’avversario; la figura del negoziatore interpretata da un istrionico Denzel Washington appare come l’ago della bilancia della vicenda, e la sua caratterizzazione a metà strada tra antico e moderno (in alcune sequenze ricorda i detective dei gangster movie del passato) scandisce a meraviglia il ritmo serrato dell’azione. Anche il resto del cast è perfettamente all’altezza, con il ladro Owen Wilson che dopo Sin City sembra essersi specializzato nella parte del duro, e con una Jodie Foster algida e distaccata che non perde occasione per dimostrare la sua bravura. Sembrerebbe tutto perfetto ma in realtà qualcosa manca, e purtroppo si tratta del tocco personale dell’autore, che si limita a svolgere il necessario infarcendolo con alcune graziose trovate tipiche del suo stile (vedi la rappresentazione delle diversità tra le razze che popolano la città) ma non va oltre, privando la sua ultima fatica di quel surplus artistico che l’avrebbe resa qualcosa di più che un soddisfacente action movie. Certamente siamo ben sopra la sufficienza, e non potrebbe essere altrimenti, ma rimane l’amaro in bocca per non aver potuto assistere a tutte le potenzialità che il film poteva dispiegare e che uno Spike Lee al top della forma non avrebbe avuto difficoltà a sfruttare; si poteva spingere maggiormente sull’acceleratore esasperando alcune sequenze, velocizzando altre e caratterizzando meglio alcuni personaggi che rimangono troppo nell’ombra. In sintesi possiamo parlare di un film godibile, ma certamente non imprescindibile nella vasta, e qualitativamente elevata, filmografia del regista americano.

Matteo Catoni

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Dietro La Maschera

Abbandonato per un momento il cliché di cineasta impegnato che denuncia gli abusi e le discriminazioni razziali in particolare verso gli afro-americani, pur riprendendo a tratti il tema attraverso battute al fulmicotone o situazioni create ad arte, Spike Lee decide di confezionare un film commerciale sotto forma di avvincente thriller/poliziesco/action-movie ambientato a Manhattan e vince la sfida con se stesso, realizzando una pellicola densa di pathos dalle implicazioni nascoste, che sembra ricalcare il significato del titolo. Inside Man (la talpa, l’informatore, la spia) ma anche l’interiorità di un uomo deciso ad intraprendere un percorso ben preciso e programmato in ogni dettaglio per finalità ben più nobili di ciò che appare. La complessa ma solida sceneggiatura di Russel Gewirtz ruota attorno alla misteriosa figura del rapinatore, un insolitamente ambiguo e minaccioso Clive Owen (visto recentemente in Derailed di Mikael Håfström) e alle reali motivazioni che lo spingono a mettere in atto una rapina atipica, in cui i malviventi si confondono con gli ostaggi per via di inquietanti maschere fatte indossare a tutti indistintamente. “Con la maschera sono tutti uguali” recita a posteriori un bambino presente tra gli ostaggi durante i pressanti interrogatori della polizia e della SWAT per tentare di smascherare i “colpevoli”. Frase chiave che rivela il messaggio del regista: molti insospettati indossano una maschera di professionale perbenismo per nascondere i propri incidenti di percorso. Incidenti ed errori che accomunano molti personaggi del film, dal poliziotto indagato Keith Frazier (interpretato al solito magistralmente dall’attore feticcio del regista, Denzel Washington) che sogna di regalare alla fidanzata un diamante che “sia per sempre” (piccolo dettaglio all’apparenza privo di significato e al contrario spia rivelatrice di tutto l’intrigo) al ricco banchiere filantropo reso in ogni intima sfumatura dal grande Christopher Plummer (classe 1929!) fino alla potente mediatrice senza scrupoli, pronta a scendere a facili compromessi, interpretata con la necessaria aura ambigua e inquietante da Jodie Foster, ancora una volta perfetta per il ruolo. 
I riferimenti a Hitchcock, immortale pioniere del genere poliziesco, si sprecano sia sul piano tecnico sia sul profilo contenutistico e recitativo. I claustrofobici interni della banca vengono resi nervosamente attraverso insistenti panoramiche e rapide inquadrature di volti tesi in primissimo piano e in campo medio, fino al carrello che crea un effetto di scorrimento a rotaia verso lo spettatore per enfatizzare la tensione in una sequenza interpretata da Denzel Washington. Con lo spettro del Nazismo e lo spirito di vendetta rincorso nell’occultamento di identità attraverso una maschera, Spike Lee riprende i temi già sviluppati in parametri lenti e verbosi nella sceneggiatura dei fratelli Wachowski in V Per Vendetta di James McTeigue, inserendoli in questo caso in una cornice di suspense e impegno di qualità e interesse decisamente superiori.

Inside Man
si apre come film di rapina, ricalcando le orme di Quel Pomeriggio Di Un Giorno Da Cani, realizzato da Sydney Lumet nel già lontano 1975 – film epico a cui Spike Lee rende omaggio attraverso una citazione inserita in una battuta di Denzel Washington - ma poi prende una svolta inaspettata, risolvendosi in un action movie dalle implicazioni umanitarie. Quindi anche il film pare indossare a sua volta una maschera ingannatrice, che si disgrega attraverso un plot sapientemente intessuto e senza buchi narrativi, dove tutti i nodi alla fine giungono inesorabilmente al pettine. Il vero obiettivo del regista si manifesta per mano del personaggio principale, il rapinatore Dalton Russell/Clive Owen, che tiene le fila del discorso fin dalle secche battute introduttive attraverso cui si dipanano le coordinate ferree del “chi cosa dove quando come” ancora una volta con espliciti rimandi alla scuola di Alfred Hitchcock.
La sceneggiatura del già menzionato Russel Gewirtz snocciola dialoghi da antologia ad alto tasso di ironia e provocazione, vera attrattiva del film.  

“Tra poco sarò su un’isola tropicale in compagnia di splendide donne a sorseggiare Piña Colada” esclama in una divertita provocazione il rapinatore/Owen al telefono col detective/Washington, il quale prontamente replica: “Ti accorgerai ben presto che saranno due carcerati a farti compagnia e che quello che stai succhiando non è Piña Colada…”
“E’ meglio vivere a lungo da intolleranti che morire giovani da benpensanti” sentenzia l’agente intervenuto per primo sul posto della rapina, che riserva a sua volta insieme ad altre comparse un inaspettato colpo di scena.
E ancora la battuta del capo della SWAT John Darius interpretato da Willem Dafoe, rivolta a Denzel Washington intento a ordinare al telefono viveri per gli ostaggi su pressione del rapinatore: “Già che c’è, oltre alle pizze ordini anche qualche feretro… Spero che sappia quello che fa!” Infatti il detective Keith Frazier svolge il difficile ruolo di negoziatore con i malviventi e in lotta contro il tempo tenta disperatamente di entrare nella psicologia del misterioso rapinatore per scoprirne i veri obiettivi e prevenirne le mosse, rischiando agli occhi Darius di mettere a repentaglio la vita degli ostaggi.

Un film denso di sorprese dunque, al pari del suo regista che, smessi i panni del cineasta impegnato a difendere i diritti civili di alcune etnie, indossa a sua volta la maschera dell’ironia per sorridere degli stereotipi, come quando enfatizza la reazione quasi isterica di un ostaggio rabbino la cui unica preoccupazione dopo il rilascio è di riavere suo turbante.

Annalisa Ghigo


Niccolò
Rangoni

7

Emanuele
Di Nicola

6

Luigi
Garella

Daniele
Bellucci

Matteo
Catoni

Luca
Pacilio

5
Alessandro
Baratti

5
Luca
Baroncini

6
Manuel
Billi

Hans
Ranalli

   
 

 

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