LA GUERRA DI MARIO
(La Guerra di Mario)

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REGIA:    
Antonio CAPUANO

PRODUZIONE:  ITALIA - 2005 - Drammatico

DURATA:  100’

INTERPRETI:
Marco Grieco, Valeria Golino, Andrea Renzi, Anita Caprioli, Rosaria De Cicco, Nunzio Gallo, Antonio Pennarella, Lucia Ragni, Valeria Sabel, Imma Villa

SCENEGGIATURA: Antonio Capuano

FOTOGRAFIA: Luca Bigazzi

SCENOGRAFIA: Lino Fiorito

MONTAGGIO: Giogiò Franchini

COSTUMI: Daniela Ciancio

MUSICHE: Pasquale Catalano

Trama

Mario, scugnizzo sottratto alla famiglia violenta, viene affidato ad una altolocata coppia della Napoli bene. Il difficile ed intenso rapporto con la madre adottiva, professoressa di storia dell’arte, non avrà esito negativo.

Recensioni

 

 

 

Capuano pare aver scelto una vicenda esemplare per parlare dell’incomunicabilità tra due mondi, tra quartieri della stessa città, tra culture, un tempo avremmo detto tra classi: quello della media-alta borghesia napoletana e quello della periferia violenta. Il regista si conferma sensibile ed acuto narratore di infanzie bruciate prima del tempo, così come abile cantore delle virtù e dei mali della città partenopea. Riesce miracolosamente a sfuggire ai cliché della “napolinesità”, ma non ad allontanare il sospetto che si tratti, in fondo, di un’opera “a tesi”, con tutti i limiti del caso: un certo schematismo nella trattazione dei personaggi e delle dinamiche interpersonali (specie nell’evoluzione del rapporto di coppia), un manicheismo di fondo che nemmeno il bel personaggio della madre professoressa di storia dell’arte riesce ad incrinare. Ciononostante, la tenuta del racconto ed il cast azzeccato – il piccolo Marco Grieco è eccezionale, così come il resto del cast, in particolare un’intensa Valeria Golino nel ruolo della madre adottiva – rendono l’opera nonostante i limiti sopradetti, interessante e complessivamente convincente.

Manuel Billi



Sparagli Mario

Dopo aver girato LUNA ROSSA, una delle nostre rare meraviglie degli ultimi anni, qui Capuano rivolta bellamente la mano eschilea dell’ultima opera e, sposando un realismo sostanzialmente puntuale, conferma appieno la straordinaria vitalità cinematografica del Sud Italia. Lontano dal paradiso delle grandi produzioni ma vicino al mesto trambusto del quotidiano LA GUERRA DI MARIO è un film coraggioso su un tema spinoso, che acchiappa la rosa per lo stelo ed estrae chirurgicamente i singoli aghi, ponendoli al microscopio sotto pubblica visione. Mario è un bimbo disadatto che conosce una (ipotesi di) madre in un percorso a tappe: alla retorica non si fa alcuna concessione, i volti sono presi dalla strada, nella quiete borghese irrompe il sottotitolo del dialetto, la disperazione è sempre implosa ma pressoché insopportabile. Non interessa la trama in sé: la trincea in cui il piccolo si dibatte è fatta di noti espedienti, dalle marachelle al cagnolino, passando per lo sbocciare di un rapporto complesso articolato in antitesi (l’amore per la madre, il conflitto con il padre). A sorprendere è lo stile: l’autore decide di non volare alto, bandisce ogni licenza sovrumana, mantiene saldamente il filo del discorso senza rinunciare ad attimi indiscreti di pura visione – i migliori: gli incisi in cui il volto di Mario si ingrigisce e parte la voce off, unica nell’opera, che declama le crudeltà insostenibili dei rituali camorristici, una sorta di investitura guerriera il cui orrore supera l’immaginazione. Così Capuano, pur in una partitura impregnata di vera periferia, può ricreare spaccati d’effetti con mirabile equilibrio, grimaldelli che forzano la confezione squadernando fotografie dall’abisso spesso in un’unica immagine: il cane morto che diventa immondizia è l’autentico omicidio di un personaggio, la sequenza ulmeriana del bimbo che tenta l’innocente strangolamento della madre con il filo del telefono inquieta oltre ogni dire. In guerra non esistono regole, lo sa bene questo film che dalla galera delle convinzioni prende scioltamente le distanze. Nel testo filmico si rivoltano proposizioni acquisite, come l’istituzione della scuola che impone di tacere ai suoi sudditi: Il silenzio è una brutta cosa, ci informa un’anziana voce dai quartieri poveri. Nel suo svolgimento, in tono minore e sommesso da LUNA ROSSA, si continuano comunque ad ibridare linguaggi: rumore e musica, dalla televisione al pianoforte, dalla parlantina alla canzone popolare, dalla borgata al focolare, dalla parolaccia alla carezza.
Come ogni progetto borderline che si rispetti, orgogliosamente fuori dal circuito, il cast è una scoperta avvincente: non si dimentica uno scugnizzo come Marco Grieco, Valeria Golino si conferma attrice celestiale e puntalmente fedele a sé stessa – ormai numerose le piccole produzioni italiane che si fregiano della sua sua trascinante presenza -, Andrea Renzi è la figura meno riuscita che raramente varca le quinte della memoria. LA GUERRA DI MARIO è quindi disperato, non può che finire male ma per lui facciamo un tifo spudorato: se cercavamo un cineasta davvero alternativo in Capuano ormai l’abbiamo trovato, sarebbe troppo chiedere anche una catarsi in questo cielo grigio cupo.

Emanuele Di Nicola

 


La grande mela (bacata) biologica

Un guaglione come tanti, un nome comune, Mario, un destino simile a quello di tanti altri ragazzini cresciuti in ambienti difficili. Il tentativo di riscatto, la possibilità di aprire le porte ad una nuova vita, fatta di normalità, di una tranquilla vita fatta di videogiochi, capricci scemi e torte di compleanno. Negli occhi di Mario però continuano a balenare gli stralci di un’esistenza ormai passata, i cui tratti in bianco e nero restano marcati nella memoria, pronti ad essere riesumati da una reminescenza balorda e ingrata, che fa rispuntare dall’oblio gli schizzi di sangue, i gemiti delle vittime, i riti di iniziazione propri della delinquenza organizzata. E’ nei dialoghi con un piccolo cane incontrato per strada e poi adottato che Mario comincia a trovare la sua salvezza, perché incredibilmente il botolo randagio sa essere più comprensivo di una psicologa che da dietro ad una scrivania elargisce sorrisi mentre insinua dubbi in chi avrebbe bisogno solo di certezze. Non a caso poi dopo ogni seduta riprendono posto nel sedile posteriore dell’auto, accanto al ragazzino, lunghi e pesanti silenzi interrotti dai suoni che escono fuori da un cellulare che più che un mezzo per comunicare diventa sempre più spesso una barriera per isolarsi. E’ nel display riempito dai colori di un giochetto virtuale che Mario trova la sua pace, nel fingersi un supereroe come ogni ragazzino della sua età. I fantasmi però tornano, si avvinghiano alle gambe sottilissime di uno scugnizzo disperatamente fragile in un mondo in cui deve soltanto farsi forza per andare avanti: Mario cerca il sollievo nello sguardo amico e libero di una zingarella conosciuta ad un semaforo, insegue forsennato il sogno di quella assoluta indipendenza dai canoni imposti dalla società che lo circonda, che lo soffoca, lo uccide pur senza rendersene conto, che sembra lanciargli un salvagente che, come in un incubo, si trasforma in una zavorra. Gli occhi di Mario sono seri, anche se il suo sorriso è quello di un ragazzino dolce, sensibile, che nonostante tutto sa ancora emozionarsi. E fa male al cuore vedere infrangere tutti i suoi sogni, strappato da quel nucleo familiare che aveva cercato di capirlo, facendogli sentire ad ogni modo il calore dell’affetto: un verdetto del tutore e la vita di Mario è destinata a cambiare un’altra volta. Non si può però pulire con un colpo di spugna la vita di un ragazzino. Mario ritorna nel bianco e nero dei suoi pensieri, mentre la sua quotidianità si ricolora della grigia monotonia di una battaglia persa. Forse.

Priscilla Caporro

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