IL GRANDE SILENZIO
(Die Grosse Stille)

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REGIA:    
Philip GRÖNING

PRODUZIONE:  Ger/Svi/Fra   -   2004   -   Documentario

DURATA:  164'

SCENEGGIATURA:
Philip Gröning

FOTOGRAFIA:
Philip Gröning

MONTAGGIO: 
Philip Gröning

SUONO: 
Philip Gröning - Michael Hinreiner

MUSICHE: 
Michael Busch - Philip Gröning

SITO WEB

Trama

Die Grösse Stille (“il grande silenzio” in italiano) è tratto dall’esperienza-progetto del regista Philip Gröning, che ha passato 6 mesi nel silenzio quasi fantastico, lontano dal modo e dalla sua confusione, del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi, per documentare la vita dei Monaci Certosini e la loro regola suprema, quella del distacco più assoluto dal mondo.

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Philip Gröning, autore di tre lungometraggi di fiction (Summer del 1986, The Terrorists! del 1992, L´amour, L´argent, L´amour del 2000) passò 6 mesi nel silenzio irreale del chiostro della Grande Chartreuse, nelle Alpi francesi, vicino a Grenoble, per documentare la vita dei Monaci Certosini e la loro regola suprema, quella del distacco più assoluto dal mondo. Il grande silenzio è il frutto di questa esperienza. Scandito dall’alternarsi delle stagioni, commentato da passi del vangelo che sintetizzano i precetti dei monaci, intervallato dai primi piani frontali dei confratelli, questo viaggio ipnotico sulle montagne che toccano il cielo ha il ritmo lento di un eterno ritorno dal valore mistico, in cui gli atti, i riti e le azioni ricorrenti della “regola” si sposano e si rispecchiano nella natura. Un documentario-fiume senza commento, lontano dall’estetica televisiva, estremo ed ostico, seducente sul piano formale e privo di qualsiasi finalità apologetica.

Manuel Billi


A un passo dal cielo

Esperienza cinematografica, documentario monastico, saggio di cinema ascetico: formule apparentemente appropriate per Il grande silenzio, film-documento girato da Philip Gröning insieme ai monaci della Grande Chartreuse, sulle Alpi francesi nei pressi di Grenoble. Soltanto apparentemente però, ché queste etichette non si adattano del tutto all’opera del cineasta tedesco: c’è qualcosa di più e qualcosa di meno nel suo documentario immersivo. Equipaggiato con una videocamera ad alta definizione e con una cinepresa leggerissima, Gröning si è trasferito per sei mesi nel monastero certosino, cercando di cogliere il trascendente quotidiano che ne scandisce la vita attraverso la descrizione meticolosa dei tempi, delle occupazioni e delle cerimonie religiose dei monaci. Una vita basata sulla regolarità e sulla ripetitività assolute, ma anche scossa da piccoli sconvolgimenti come l’arrivo di due novizi o la partenza di un fratello per Seoul. Inutile sottolineare che questo approccio radicale genera una sequenza ininterrotta di immagini dotate di una suggestività e di un fascino simili a un sortilegio: quadri di ieratica fissità, squarci ambientali letteralmente prodigiosi, primi piani dei monaci dalla frontalità quasi bizantina, il pulviscolo luminoso sospeso nell’immobilità di un interno. Tutti momenti in cui il cinema sublima in pura visione trascendentale, sciogliendo ogni laccio contingente: qui il cinema è direttamente e immediatamente visione mistica, estasi priva di pathos. Ma è nella stessa radicalità dell’approccio – che non può non ricordare quella di Nicolas Philibert e del suo indimenticabile Essere e avere – che si apre una piccola crepa, una impercettibile fessura che col passare del tempo si distende su tutta la superficie filmica. Lo sguardo del cineasta tedesco sembra spesso risentire dell’eccessiva rigidità imposta dall’Ordine al suo progetto: nessuna voce narrante, nessun commento musicale, nessuna luce artificiale. Regole autenticamente dogmatiche che se da un lato favoriscono l’esercizio di uno sguardo incontaminato (una sorta di splendente grado zero della visione), dall’altro relegano il ruolo di Gröning a osservatore passivo e distaccato, finendo per limitarne le potenzialità empatiche. Il pudore si trasforma in pudicizia e la sobrietà in inibizione, soffocando sul nascere ogni velleità mimetica. È uno sguardo intimidito, insomma, quello che trapela dalle immagini de Il grande silenzio, un atteggiamento visivo quasi rinunciatario, costretto a ritagliarsi faticosamente spazi di autonomia all’interno di un’architettura inesorabilmente opprimente. Lo scollamento tra profilmico (realtà) e filmico (sguardo) non va senza conseguenze: fatta eccezione per le sequenze già menzionate e per la vertiginosa litania del Benedicite – senza dubbio il momento più intenso della pellicola – si ha spesso l’impressione (voluta o meno non ci interessa affatto) che questi fratelli siano veri e propri freaks (si pensi al monologo finale del monaco non vedente, di un semplicismo prossimo al delirio) e che il loro rifiuto del mondo coincida con l’ossessione della certezza e dell’ordine (“I segni non sono incerti, siamo noi ad essere incerti”; “Se aboliamo i segni, andiamo incontro al disordine” sono le eloquenti parole dei monaci durante una delle rarissime discussioni collettive all’aperto). Resta comunque l’innegabile malia di immagini potenti e incorrotte, filmate con indiscutibile talento visivo e quasi rubate ad un luogo impervio, silenziosamente arroccato sulle Alpi francesi. A un passo dal cielo.

Alessandro Baratti

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