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La cattiva
strada del digitale (e due!)
Mancavano solo loro, ed
ora eccoli, i Fantastici 4 sbarcano finalmente su grande schermo. Il
genere dei film tratti da fumetti conta ormai decine di titoli che si
dividono essenzialmente in due filoni: da una parte le pellicole in grado
di aggiungere un tocco personale all’originale cartaceo, e dall’altra
i film “copia-e-incolla” che sfruttano il nome degli albi per spingere
il pubblico a pagare il biglietto. “I Fantastici 4”, purtroppo per i
fan del fumetto, appartiene più al secondo che non al primo tipo.
C’è una premessa da fare: non era facile portare al cinema il fumetto
di Stan Lee e Jack Kirby per almeno due motivi. Primo, la franchigia dei
Fantastic Four è la prima ad aver introdotto nel lontano 1961 la figura
del moderno supereroe con superproblemi quindi il confronto con
l’originale è ancora più difficile. Secondo, dopo gli straordinari
successi degli “X-Men”, “Spiderman” e le uscite di tutti gli altri
film fumetto è difficile essere ancora originali, soprattutto quando la
formula di base è sempre la stessa. L’enorme attesa per la
trasposizione del primo successo di Stan Lee può avere quindi influito
sulla travagliata lavorazione del film. Inizialmente la regia era stata
affidata a Peyton Reed, e solo in un secondo momento è subentrato Tim
Story (“The barbershop”, “Taxi”). Anche la sceneggiatura è
passata di mano in mano fino a giungere a Michael France (“The Punisher”,
“Hulk”) e Mark Frost (co-creatore della serie “Twin Peaks”). Senza
un regista e uno sceneggiatore sicuro alla fine sono stati i 100 milioni
di dollari di budget a decidere per tutti: meglio puntare subito sulla
computer grafica, sulle scene spettacolari, e sulle belle facce del cast e
il resto sarebbe venuto da sé.
La storia è purtroppo la parte dolente della pellicola. I quattro amici
variamente assortiti (lo scienziato timido, la bella dottoressa, lo
sbruffone e il bruto dal cuore d’oro) trasformati loro malgrado in
supereroi reagiscono diversamente alla loro nuova condizione. Il giovane
del gruppo (Chris Evans) pensa solo a mettersi in mostra e a rimorchiare,
lo scienziato (Ioan Gruffudd) è perseguitato dal senso di colpa, la bella
(Jessica Alba) sfrutta l’invisibilità per sottrarsi all’inseguimento
dei fan, mentre l’uomo-roccia (non ci posso credere il commissario
Scali! alias Michael Chiklis) soprannominato La Cosa è sfuggito da tutti.
A peggiorare le cose ci si mette il cattivo, ex-capitano della missione e
sfortunato spasimante della bella dottoressa, che dopo essere stato
estromesso dalla società che ha fondato si scopre dotato di superpoteri
devastanti. A questo punto la storia si dipana in sottotrame che
illustrano i singoli personaggi alle prese con i nuovi poteri e le
tensioni che si generano all’interno del gruppo (culminanti in un
salvataggio collettivo su un ponte, e in una mega-rissa tra La Cosa e La
Torcia Umana). Ma i Fantastici Quattro simbolo dei quattro elementi
fondamentali alla vita (aria, acqua, terra e fuoco) non possono che
riunire le forze per sconfiggere il loro ex-finanziatore che nel frattempo
si è trasformato in Dottor Doom e vuole dominare il mondo.
Tutto questo vi suona familiare? No, è semplicemente l’ingrediente base
di ogni film fumetto che si rispetti. Quello che fa di una sequenza di
inquadrature in computer grafica e attori ben vestiti un film
indimenticabile è il talento del regista. È sufficiente prendere in
considerazione l’opera di Burton con “Batman” o di Raimi con
“Spiderman” per rendersene conto. Purtroppo per noi la regia dei
“Fantastici 4” non è firmata da nessuno dei due, e la macchina da
presa di Story non fa altro che mettere insieme i pezzi di una
sceneggiatura che sembra scritta a tavolino e priva di una vera anima.
Questa mancanza di coesione si riflette anche sul registro sul quale
sintonizzare la vicenda. Story è un regista che proviene dalla commedia e
predilige decisamente i momenti leggeri, ma d’altra parte la moda dei
film sui supereroi impone una componente dark a cui nessuna pellicola
sembra potersi sottrarre. Fin da subito si capisce che il film non riuscirà
ad approfondire come dovrebbe i mille risvolti dei personaggi e tutte le
possibilità drammatiche della loro condizione. Story punta tutto sulle
gag di Chiklis (un uomo si sta buttando da un ponte, Ben lo guarda e gli
fa: “E tu pensi di avere problemi? Dai un’occhiata a me!”), sulla
piacioneria di Evans e sulle forme di Jessica Alba. Il grande assente del
film è proprio il cattivo. Il personaggio interpretato da Julian Macmahon
rimane letteralmente nell’ombra, le sue motivazioni vaghe, e lo scontro
finale con gli eroi occupa solo gli ultimi venti minuti della pellicola.
Certo Julian Macmahon non è Dafoe né Jack Nicholson, ma la genesi e la
caratterizzazione del mostro meritavano un approfondimento e una messa in
scena più accurati.
Quello che rimane, a parte lo spot dello snowboard e del motocross, è
l’impatto spettacolare. Ecco l’unico potere in grado di salvare le
superproduzioni. Story ammette candidamente di non aver mai avuto nulla a
che fare con gli effetti speciali prima di questo film, e la mancanza di
esperienza in questo settore si fa decisamente sentire. Le scene in
digitale non sono eccezionali, si è visto di molto meglio. Il make-up de
Ben Grimm rimane la cosa più riuscita del film, non è niente di speciale
intendiamoci, ma almeno la pelle di pietra è verosimile e il personaggio
non sembra uscito da un videogioco. Anche dal punto di vista tecnico
quindi niente mostarda. Il film di Story può divertire, accattivare per i
personaggi modaioli, ma al di là di questo ci si aspettava e si poteva
fare di meglio.
Curiosità: non manca neanche questa volta il cammeo
di Stan Lee, è il postino che consegna le buste a Reed. Dopo l’uscita
del film “Gli incredibili” la produzione ha deciso di sopprimere la
scena in cui La Cosa scuoteva un albero per far cadere un gatto, sarebbe
risultata troppo simile.
Massimiliano
Troni
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