LA FABBRICA DI CIOCCOLATO
(Charlie and the Chocolate Factory)

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REGIA:    
Tim BURTON

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2005   -   Fant.

DURATA:  106'

INTERPRETI:
Johnny Depp, Freddie Highmore, David Kelly, Helena Bonham-Carter, Deep Roy, Julia Winter, Noah Taylor, Jordan Fry, Christopher Lee 

SCENEGGIATURA:
John August
(dal romanzo di R. Dahl)

FOTOGRAFIA:
Philippe Rousselot

SCENOGRAFIA: 
Alex McDowell

MONTAGGIO: 
Chris Lebenzon

COSTUMI: 
Gabriella Pescucci

EFFETTI VISIVI:
Nick Davis

MUSICHE: 
Danny Elfman

SITO WEB

Trama

Willy Wonka, eccentrico magnate del cioccolato, mette in palio cinque golden tickets all’interno delle barrette; chi li troverà potrà visitare l’affascinante e misteriosa fabbrica. Charlie è un bambino povero ma la speranza è l’ultima a morire.

Recensioni

 

 

 

A world of impure imagination

Tim Burton lo sfrontato: dopo il film chiave BIG FISH, e prima del ritorno all’animazione di CORPSE BRIDE (di cui già si gode un gustosissimo trailer), particolarmente temeraria è stavolta l’impresa del californiano. WILLY WONKA AND THE CHOCOLATE FACTORY (da quel geniaccio di Roal Dahl) è una fiaba amatissima dagli americani, misconosciuta da noi ma radicata laggiù nell’immaginario collettivo con la prepotenza della sola MARY POPPINS: offrire questo remake, è chiaro, può essere boccone dolceamaro, facendo leva sul bacino popolare – per raccogliere il discorso sullo storytelling che Burton coltiva da sempre – ma contemporaneamente impigliandosi in esso. Un nodo, questo, che accompagna irrimediabilmente la pellicola e non sarà mai sciolto del tutto.
Dopo i mirabolanti titoli di testa (una vera burtonata, dove il cast annega nella cioccolata) CHARLIE si adagia su una scelta piuttosto comoda: ripercorrere fedelmente le tracce dell’amabile originale (regia di Mel Stuart, 1971) differendo da esso in alcuni snodi specifici (per i maniaci del confronto, tre gli autentici innesti: i flashback di Willy Wonka, l’esilarante sequenza dei criceti, l’epilogo) ma piuttosto riverente al prototipo. Per il resto, la storia del piccolo Charlie alle prese con il golden ticket è la più classica delle favole: manicheista, timida ed istruttiva, pazzerellona ma con un finale edificante. Su questa tela Burton spalma le proprie lampanti ossessioni, tra cui la celebre deformità come suo marchio di fabbrica (ogni bambino è freak: tutti tarati da solari difetti, dall’obesità alla boria, passando per la la miseria “altra” di Charlie – d’altronde anche Wonka fu mostro, come dichiara la sua memoria) declinandole stavolta in versione bonaria: al solito l’impulso circense è straripante (i balletti degli Ompa Loompas), tutto è fatato e meraviglioso come attraverso lo specchio (la fabbrica, ennesimo mondo a parte), il gotico ammicca alla sala (richiamando Halloween) ma tutto s’inchina alla morale della favola. Da qui un nucleo centrale meccanico e tremolante, in cui i bambocci finiscono puntualmente preda dei loro vizi al mero obiettivo di agevolare la continuity; se Burton continua a pescare a piene mani nel folklore americano – anche cinematografico, con esilarante assenza di pudore: vedi la parodia di PSYCHO e 2001, con una barretta di cioccolato al posto del monolito, tra farsa ed impertinenza – stavolta appare legato ad un progetto obbligatorio, dove i doveri del rifacimento travolgono l’autore in sé stesso. Malgrado questo, il regista resta lontano dall’opaca saltimbancheria: è un menestrello che coccola il suo plot, lo riempie di piste fuorvianti (la spy story, il confronto familiare), gioca e si diverte con pubblico e personaggi. Inferiore all’originale CHARLIE è un Burton in vacanza, spassoso certo, ma rigorosamente a mezzo servizio.

Cade sulla musa Deep la scelta naturale del regista, non priva di autoironia; ma le molteplici sfumature del suo personaggio, la spiazzante logorrea, i tranelli e i giochi di parole gettano sinistri presagi sul nostro doppiaggio.

Emanuele Di Nicola


Cinderella Boy

La musica di Danny Elfman accende lo schermo con la divertente sequenza che accompagna i titoli di testa: in un tripudio di colori e marchingegni sofisticati prende forma la mitica tavoletta di cioccolato di Willy Wonka. Cinque incarti nascondono altrettanti biglietti d'oro che permetteranno ai fortunati vincitori di vivere un'intera giornata a stretto contatto con il folle creatore di quell'universo affascinante e misterioso. La brillante partenza lascia presagire un tuffo nella magia, ma le più che lecite aspettative trovano insormontabile ostacolo nelle trappole moraleggianti del solito racconto edificante. La fedeltà al libro di Roald Dahl finisce infatti per limitare la creatività del geniale Tim Burton, che prova ad annerire la storia, ma finisce per restare invischiato in una stucchevole melassa. Fin dall'inizio, con la scusa della favola, viene proposto un modello di famiglia quasi aberrante per il buonismo che lo caratterizza: padre lavoratore che viene licenziato ma se ne fa subito una ragione, madre casalinga sempre dietro a tagliare cavoli, bambino tanto buono, modesto e sognatore, con contorno di ben quattro nonni, tra il petulante e il dormiente, che condividono serenamente lo stesso lettone. Nonostante tutto vada per il peggio, il sestetto accantona qualsiasi pulsione e vive, perlopiù d'aria, in una topaia sbilenca in totale armonia. Ovviamente il bambinetto sarà uno dei cinque fortunati a trovare l'incarto dorato e, ancora più ovviamente, sbaraglierà la concorrenza nel raggiungimento del premio "più meraviglioso che ci sia". Tra l'altro con ben poca fatica, vista la esasperata antipatia degli avversari. Si dirà che la trama è solo uno degli elementi del film e che l'estro di Burton ha modo di esprimersi al meglio nel fantastico mondo dello schizzato protagonista, ma se è vero che le coloratissime scenografie e alcune idee (il chewingum che sostituisce un pasto completo, la cascata di cioccolato, gli scoiattoli addestrati per sbucciare le noci) soddisfano l'occhio e divertono, l'insieme non decolla mai, ingessato in un ritmo blando che si affida unicamente all'iterazione. Lo stesso schema narrativo, infatti, viene ripetuto ben quattro volte, una per ogni moccioso in gara (protagonista perfettino escluso): tour all'interno della fabbrica, interruzione a causa dell'insolenza di uno dei bambini, conseguenza devastante, stacchetto cantato. Eh sì, perché la conclusione di ogni siparietto viene affidata allo show musicale, grottesco e pieno di citazioni, degli "Umpa-Lumpa", una sorta di pigmei tutti uguali con la faccia identica a quella di Tony Renis (una forza lavoro, tra l'altro, ideologicamente discutibile). L'anima del progetto dovrebbe essere l'ennesimo freak affidato al talento interpretativo di Johnny Depp, ma anche la sua prova risulta sottotono: ammicca al dark ma lo evita, prova a esagerare ma si frena, e vaga con insipido candore distribuendo battute moscie e sguardi stralunati. Perfetto per il ruolo sarebbe stato l'insopportabile Paul Reubens, già compagno di Burton nelle scorribande nonsense di "Pee-Weès Big Adventure", ma le sue scelte sessuali lo hanno portato fuori mercato. Forse, però, è proprio il personaggio a non godere di sufficiente approfondimento. Basta pensare alla problematicità solo apparente del suo conflitto, risolta senza un vero perché nel finale sbrigativo e riappacificatore (con tanto di inciso fuori campo, caso mai qualcuno non avesse capito).
Grande successo commerciale in America, dove il libro di origine e il film del 1971 con Gene Wilder sono diventati fenomeni di culto, il lungometraggio di Burton sembra destinato anche da noi a conquistare il botteghino. Meglio attendere, però, per riconciliarsi con l'autore e la sua personale visione, l'estusiasmante "La sposa cadavere", a breve sui nostri schermi.

Luca Baroncini

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Leccornie e bontà d’animo

Ancora una volta Tim Burton dà libero sfogo al suo genio creativo e fantastico, in un film per grandi e piccini.
Ad accompagnarlo in questo nuovo viaggio nella fantasia sono due compagni che conosciamo bene: Roald Dahl, saggio ironico scrittore per l’infanzia (e forse anche per l’età matura), e Johnny Deep, sex symbol dei nostri tempi.
Dopo “Big fish”, Burton ritorna con una favola-epopea sull’animo umano, mettendone in evidenza anche gli aspetti più meschini e questa volta lo fa attraverso i bambini, con un Johnny Deep  orchestratore di vizi e virtù.
Egli abbandona la veste di affascinante latin lover (già a contatto con dolci e cioccolato in “Chocolat”) e indossa i panni di un genio rimasto bambino, Willy Wonka.
Il suo è un Willy Wonka magistrale, curato nei minimi dettagli e mostrato sotto la lente d’ ingrandimento da Burton, che, con la telecamera, vuole cogliere anche i più piccoli movimenti, mossette, espressioni, smorfie dell’enigmatico pasticciere. Delicato, elegante, bizzarro, creatura androgina dal passato misterioso, che sembra non essere mai cresciuto nella sua fabbrica rimasta chiusa per quasi vent’anni.
E’ lui il vero protagonista. La visita all’interno della sua impresa di dolciumi in realtà è un cammino alla scoperta di chi sia veramente questo mastro cioccolatiere dalle invenzioni sensazionali, e lo stesso Wonka rivive la sua infanzia, interrompendo il flusso del racconto presente con i numerosi flashback.
Nelle scenografie da favola di Hansel e Gretel, i bambini, a cui Willy Wonka permette di visitare la sua fabbrica, non sembrano aver mantenuto la stessa ingenuità e purezza dell’infanzia ma appaiono “i piccoli mostri” del mondo adulto, non nascondono vizi e capricci umani.
Avidità, ingordigia, prepotenza, arrivismo vengono colpiti con amara ironia; nella fabbrica di cioccolato non vince il più bravo ma il più semplice e buono. I bambini cattivi vengono messi fuori gioco uno ad uno da incidenti bizzarri,  punizioni per le loro pretese, alleggeriti dai balletti di discomusic dei collaboratori di Wonka, gli Umpalumpa.
Ma i bambini possono davvero essere cattivi?La loro punizione è un modo per far riflettere i genitori che li hanno viziati e che li hanno resi insopportabili. Così la storia della fabbrica di cioccolato diventa una fiaba moderna rivolta agli adulti, specchio degli errori che troppo spesso commettono trasformando i loro figli in immagini di sé.
Film divertente e brioso che in alcuni punti cede di originalità per le numerose ripetizioni di “Willy Wonka e la fabbrica di cioccolato”, di Mel Stuart. Di nuovo c’è sicuramente il miscuglio plastico alla Burton di amara ironia e fantasia visionaria.
Citazioni a parte, la morale di questa favola è che, almeno per due ore, i grandi possono ritornare ad essere bambini.
 

Silvia Badon


Emanuele
Di Nicola

6

Daniele
Bellucci

7

Manuel
Billi

9

Niccolò
Rangoni

7
Hans
Ranalli

6
Luigi
Garella

Luca
Baroncini

5
Matteo
Catoni

Raffaella
Saso

7
     
 

 

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