THE
EDUKATORS
(Die Fetten Jahre sind
vorbei)
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“I tempi d’oro Sono finiti”. Frasi come questa sono il biglietto da visita di Jan, Peter e Jule, tre ragazzi berlinesi che nell’era della passività sociale hanno scelto di andare contro corrente, inventandosi una particolare forma di ribellione. Entrano nelle lussuose dimore di quei borghesi che, approfittando delle contraddizioni e degli squilibri del sistema capitalista, hanno accumulato ingenti ricchezze. Per principio non rubano niente, ma mettono a soqquadro le case dei loro nemici di classe, lasciando in giro volantini attraverso i quali vorrebbero far riflettere sull’inutilità di tutto quel lusso, oltre a diffondere insicurezza negli strati alti della borghesia. Non a caso, i tre giovani attivisti si definiscono “gli educatori”. Le loro imprese cominciano a fare notizia. Ma una sera qualcosa va storto… |
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Colpirne uno per educare se stessi Borghesia contro proletariato. Per fortuna, nel panorama sempre meno audace del cinema contemporaneo c’è ancora qualcuno che ha il fegato di schierarsi. Il giovane regista austriaco Hans Weingartner ha vissuto esperienze di attivista politico, frequentando movimenti di estrema sinistra. Ha la rabbia in corpo e si vede. In questo lungometraggio, non immune da limiti di scrittura filmica e da momenti eccessivamente “gridati”, Weingartner ha saputo comunque realizzare un gustoso e brillante saggio, su come la fiction cinematografica possa e debba dar voce alle tensioni sotterranee, alle insoddisfazione profonde di un universo giovanile meno compatto di quanto i media vorrebbero farci credere. Ovvero, un universo giovanile non del tutto anestetizzato dallo sciocchezzaio televisivo e dai micidiali ingranaggi della società capitalista, di fronte ai quali ci sono ancora individui animati dalla volontà di ribellarsi, di alzare la voce per dire semplicemente: no! La prima sequenza di The Edukators vale quanto una dichiarazione di poetica, e forse di più. È un autentico atto di sfida. Tra riprese che beffardamente adottano il punto di vista delle telecamere di sorveglianza, ed altre che ci mostrano i vari ambienti di una lussuosa villa, assistiamo al rientro dalle vacanze dei proprietari, famigliola borghese antipatica come poche e spudoratamente ricca. Al loro ritorno la coppia e i due impettiti rampolli si trovano davanti agli occhi uno scenario inatteso: i mobili accatastati al centro del salone, un costosissimo apparecchio stereo nel frigorifero, per non dire della statua di gesso condannata dagli intrusi all’impiccagione. Autentica ciliegina sulla corta, ecco i soldati di porcellana collezionati dalla signora che affiorano dalla tazza del cesso! Cosa può essere accaduto, questa la domanda che si pongono i “poveretti”… L’enigma è di facile soluzione. Se anche il Tyler Durden di Fight Club declina ogni responsabilità in proposito, non rimane che una risposta: sono passati “Gli educatori”. Ed hanno lasciato in vista il classico biglietto, alla cui firma corrisponde uno slogan: “I tempi d’oro sono finiti!” Lo stesso Tyler Durden, da parte sua, avrebbe commentato l’accaduto affermando che “Le cose che possiedi, alla fine ti possiedono”, ma il succo rimane pressoché identico. Davvero un bel prologo. Poco dopo il pubblico potrà vedere in faccia “gli educatori”, nome dietro il quale si celano due amici, Peter e Jan, che con simili azioni dimostrative intendono manifestare la propria ribellione agli sprechi e alle troppe assurdità del sistema capitalista, nel contesto di un’epoca in cui parecchi coetanei appaiono meno sensibili di un tempo, rispetto a certe problematiche. Il film è ambientato oggi a Berlino, il che ci permette di isolare i due ragazzi nel flusso di una metropoli indifferente e frenetica, dove Jule, la ragazza di Jan, sta intanto vivendo una situazione di estremo disagio: è infatti costretta a sgobbare come un mulo in un ristorante molto chic, dove lei ed altri dipendenti vengono trattati con arroganza unica; tutto questo perché precedentemente Jule ha avuto la sfortuna di fare un incidente stradale, in cui è rimasta coinvolta la costosa auto sportiva di un cinico e ricco manager, tale Hardenberg, che chiedendole i danni in tribunale l’ha in pratica costretta ad accettare qualsiasi lavoro, pur di pagare al più presto il pesante debito. Ma il senso di frustrazione e di impotenza che spesso accompagna Jule, attiva a sua volta in gruppi che contestano le multinazionali e gli squilibri della globalizzazione, muta radicalmente quando Jan parte e lei finisce per trascorrere più tempo con Peter, il miglior amico del suo ragazzo, venendo tra l’altro a scoprire che sono proprio loro “gli educatori” di cui si sente tanto parlare. Jan, tornando a Berlino, troverà una situazione alquanto cambiata. E non solo sul piano sentimentale, cosa che il pubblico, testimone di un feeling sempre più stretto tra Peter e Jule, fa presto ad intuire. La novità più sconvolgente è infatti l’iniziazione di Jule alle imprese degli “educatori”, con la ragazza che ha preteso di accompagnare Peter in una delle loro scorribande, facendosi prendere dall’entusiasmo al punto di farsi scoprire per una disattenzione dal proprietario della villa presa di mira. I tre giovani sono costretti dal fastidioso imprevisto a cambiare in corsa le regole del gioco, improvvisandosi sequestratori a fini politici di chi, con loro grande meraviglia, confesserà di essere stato un sessantottino convinto, almeno prima di tentare la scalata al successo economico e rinnegare gli antichi ideali. Sarà per l’ambientazione berlinese, o per la scaltra dialettica del rapito da associare al carattere poco smaliziato dei rapitori, ma tutto questo ci ispira non poche somiglianze con La terza generazione, per quanto l’amarezza di fondo del capolavoro di Fassbinder lo caratterizzi ad un più alto livello estetico, e di consapevolezza politica. In The Edukators fa un certo effetto la spregiudicatezza con cui si citano gridi di battaglia appartenenti ad altre stagioni di lotta, quali “colpirne uno per educarne cento”, ma in definitiva non si rimane tanto colpiti dal danno (minimo) che i tre protagonisti recano a chi detiene il potere, quanto piuttosto dalla solidarietà che si stabilisce tra loro, e che li spinge verso la ribellione anche quando la sproporzione tra le intenzioni e i mezzi appare evidente. Come dire che non è affatto facile, specie di questi tempi, assestare un colpo deciso al sistema, ma intanto ci si educa come aspiranti rivoluzionari, quantomeno. La carica eversiva che Weingartner ha saputo infondere al film si fa dunque apprezzare, sebbene in certi momenti si avverta un tono eccessivamente didascalico nei dialoghi, mentre un altro punto a favore di The Edukators è la freschezza del linguaggio cinematografico, con la macchina a mano che si muove nervosamente intorno ai personaggi ed un montaggio decisamente spigliato. Un buon contributo arriva dalle musiche, senz’altro evocative, per quanto si faccia notare un certo abuso, come contrappunto emotivo di scelte sempre più sofferte, del brano di Leonard Cohen che verso la fine viene ripetuto più volte (Si tratta di Hallelujah, qui nella versione di Jeff Buckley). Altrettanto indovinato il cast, in cui spiccano l’energica Julia Jentsch, già protagonista di Sophie Scholl, e il bravo Daniel Bruhl di Good bye, Lenin! Stefano Coccia |
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Stefano Coccia 7 |
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