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Lo scandalo in canna
Tra i più discussi autori contemporanei, torna sugli
schermi l’accoppiata Thomas Vinterberg (regia) e Lars Von Trier
(sceneggiatura); la nuova creatura annega puntualmente nel feroce
dibattito.
Partendo da quella proliferazione di armi da fuoco, che da BOWLING A
COLUMBINE ad ELEPHANT vanta ormai una sua filmografia, l’opera azzarda
il taglio inedito: eliminando ogni condanna vuole mostrare, semplicemente,
come la fascinazione di una pistola può agire sulla mente umana sino a
diventare amica, confidente, compagna e perfino rimpianto dopo la
separazione. Se lancia premesse interessanti ricalcando la forma
epistolare, DEAR WENDY (la lettera che scrive Dick al suo gingillo è il
motivo del film) per lunghi, insopportabili tratti si appoggia
indelicatamente sullo stereotipo giovanile: l’aurea maledetta
dell’America borderline, una congrega di loosers, loro
interazione ed evoluzione. Nella costituzione del circolo Dandies
si riconosce in potenza una scabrosa eco sulle derive della nostra
attualità (basti citare la National Rifle Association di Charlton Heston
che compariva nell’opera di Moore) ma il costrutto narrativo è invero
becero ed irritante: a colpi di musica rock (l’alibi con cui Dick
introdurrà gli Zombies è una sana presa per i fondelli) la
gioventù bruciacchiata si perde in vaghi misticismi rituali, tra
preghiere involontariamente comiche e conviti a lume di candela,
conoscendo lo scompiglio con la classica irruzione dell’elemento di
disturbo, un nuovo arrivato (nero) che distruggerà l’armonia del
gruppo.
La conclusione di questo film lascia di stucco: in una sorta di western
urbano, ritagliato a misura di bambino sino al paradosso, si vuole
teorizzare l’eterno conflitto tra volontà ed azione, il controverso
divario tra impostazione mentale ed atto pratico. Una sequenza,
tranquillamente paragonabile al finale di DOGVILLE oltre il livello
scenico (la piazza in cui si svolge non è altro che palscoscenico),
giocata sull’agghiacciante figura di Clarabelle che si avvicina appena
al violento schiaffo dell’iperbole; poi tutto diventa pleonastico, non
richiesto, narrativamente superfluo (Wendy ha compiuto il suo percorso e deve
fare quella fine), scivolando nell’ennesima provocazione gratuita non
supportata dal giusto mezzo. Vinterberg, che da tempo ha ormai assorbito
uno stile postdogmatico risparmiandoci la vacuità della camera a
mano e della messinscena forzatamente sporca in virtù di un girato più
lineare (tra ralenti e varie suggestioni, come le traiettorie dei
proiettili nel prefinale), ci prova dipingendo gustose macchiette (lo
sceriffo di Pullman) e deviando sulla grande metafora finale; ma complice
la pesantissima mano di Lars – tutto sarebbe stato migliore se scritto
da altri – con DEAR WENDY non trova ancora un percorso autonomo,
rimanendo oggi ancorato al dovere di scandalizzare per contratto.
Emanuele
Di Nicola
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