LA CASA DEL DIAVOLO
 (The Devil's Reject)

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REGIA:    
Rob ZOMBIE 

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2005   -   Horror

DURATA:  101'

INTERPRETI:
William Forsythe, Bill Moseley, Sid Haig, Sheri Moon, Leslie Easterbrook, Ken Foree

SCENEGGIATURA: Rob Zombie

FOTOGRAFIA: Phil Parmet

SCENOGRAFIA: Anthony Tremblay

MONTAGGIO: Glenn Garland

COSTUMI: Yasmine Abraham

MUSICHE: Tyler Bates - Rob Zombie

SITO WEB

Trama

Assediati dai poliziotti nella loro fattoria, i Firefly accettano lo scontro a fuoco. La madre viene arrestata, mentre Otis e Baby riescono a scappare. I due, raggiunti da Captain Spaulding, cercano di fuggire dalla morsa dello sceriffo Wydell, che, nel frattempo, ha ingaggiato anche due brutali tagliagole.

Recensioni

 

 

 

Motherfuckers!

Scompaginato da un montaggio frastornante e attraversato da scariche visive ad altissimo voltaggio, La casa dei 1000 corpi era un film all’insegna dello shock, dello stordimento, della contaminazione estetica. Se da una parte questo trattamento stilistico era portato avanti con lucidità lungo tutto il film (cosa che non poteva che colpire positivamente), dall'altra finiva per inibire l'essenziale gioco delle identificazioni e proiezioni, precludendo allo spettatore la possibilità di partecipare emotivamente alle vicende rappresentate sullo schermo. Ne derivava una pellicola di grande impatto visivo, ma vagamente epidermica: più che testimoniare una rinuncia alle dinamiche psicologiche convenzionali, la mancata partecipazione emotiva suonava come un limite del film. Con La casa del diavolo (codardo titolo italiano che “ripulisce” The Devil’s Rejects, “i rifiuti del diavolo”), Rob Zombie mostra di aver imparato la lezione e costruisce un film interamente basato sulla gestione delle identificazioni. Se in un primo momento simpatizziamo infatti con la famiglia Firefly asserragliata nella fattoria e detestiamo i poliziotti capitanati dall’invasato sceriffo Wydell (un William Forsythe fenomenale), successivamente prendiamo le distanze anche da Otis e Baby (Bill Moseley e Sheri Moon, entrambi stupendi), fino a riconoscere la sostanziale interscambiabilità dei ruoli di vittime e carnefici (sottolineata anche dalla ripetizione della medesima battuta, in situazioni simili, da parte dello sceriffo e di Otis: “Ho soltanto cominciato”). Ma il gioco delle identificazioni si fa ancora più complicato: una volta raggiunta la parità morale tra inseguitori e inseguiti (gli uni e gli altri ugualmente ammirabili/detestabili), sono le situazioni narrative a determinare il posizionamento affettivo dello spettatore. Con magnifica imprevedibilità, Rob Zombie continua a cambiare le carte in tavola: prima ci inchioda alla brutalità della vendetta personale, poi ci soccorre con un intervento gratuitamente liberatorio e infine, in una sequenza di cinema al cubo, ci lancia in una corsa anarchica e forsennata contro la legge. E con quanta maestria stilistica orchestra il tutto! Ralenti e freeze frame alla Peckinpah, montaggio iperframmentato (ma non caotico come ne La casa dei 1000 corpi), scelte musicali da urlo (Blind Willie Johnson, The Allman Brothers Band, Otis Rush): ogni soluzione risulta perfettamente integrata in un’opera rabbiosa e disperata, attacco frontale alle istituzioni e insieme canto del cigno di un’utopia radicalmente eversiva. Detto chiaramente, questo magnifico The Devil’s Rejects è il controtipo negativo dell’altrettanto magnifico Le tre sepolture: se nel film di Tommy Lee Jones l’America dei padri puniva ed educava i figli irresponsabili, qui padri e figli, alleati, rifiutano la morale dell’autorità, crivellandola di colpi e scagliandocisi contro con furibonda irruenza suicida. Attenzione, le due sequenze più fottutamente esaltanti del cinema americano degli ultimi dieci anni sono in questo film: l’omicidio iniziale di Abbie sulle note di Midnight Rider della Allman Brothers Band e il tiratissimo finale sull’incalzante, irresistibile accelerazione ritmica di Free Bird dei Lynyrd Skynyrd. Motherfuckers!

Alessandro Baratti


Natural Born Killers

Un'America fatta esclusivamente di motel sperduti, volgari topless-bar e luride topaie, non può che covare il male assoluto. L'origine di tutto è sempre la famiglia, specializzata nel proteggere le pulsioni più malsane, il punto d'arrivo, invece, semplicemente non esiste. Non ci sono valori a cui ancorarsi e il libero arbitrio può permettere di scegliere solo tra le inesistenti sfumature del "nero". Rob Zombie, dopo il caos non privo di interesse di "La casa dei 1000 corpi", torna sul luogo del delitto con un sequel ancora una volta infarcito di citazioni e sperimentazione, ma sorretto da una visione più compatta, in grado di conferire al risultato maggiore coesione. L'horror sfocia quindi in un western che rievoca, sia nelle immagini (dai ralenty esasperati all'utilizzo della luce, alla gestione dei grandi spazi) che nell'epica della narrazione, un'atmosfera molto seventy (soprattutto Peckinpah e Leone). L'originalità non è certo nel cosa, banalotto, quanto nel come. La trama, infatti, pur nella cura con cui la sceneggiatura cerca di dare spessore ai personaggi, non osa più di tanto e si risolve in una caccia ai "cattivi" che si trasforma in efferata vendetta personale. Ciò che colpisce è l'abilità di Zombie nel rendere visivamente ricco un percorso già così ampiamente solcato. Determinante, al riguardo, il contributo sonoro, con un soundtrack che acquista una valenza narrativa superando la semplice funzione di commento e raccordando con gusto ed eccentricità le varie sequenze (un esempio, le urla di una vittima scuoiata che diventano un vocalizzo jazz). Apprezzabile anche la totale libertà con cui Zombie si scaglia contro tutto e contro tutti, incapace di accettare compromessi e di risparmiare chicchessia (da Elvis ai Fratelli Marx, non dimenticando, ovviamente, religione, istituzioni e mass media). Senza sconti per lo spettatore, una poetica del disgusto permea l'intera pellicola, contaminando facce e luoghi. Conseguenza inevitabile è l'alta dose di violenza, perfettamente in linea con il delirio psicologico e l'assenza di morale dei personaggi, vere e proprie macchine di morte dominate da un istinto sanguinario. Che la vera libertà sia figlia unicamente della naturale inclinazione (al bene o al male poco importa) è questione di dubbia condivisione e in questo senso il film si limita a provocare senza approfondire granché. Così come non sempre convince il grottesco di alcuni siparietti (la gag del gelato per conferire "normalità" al mostruoso, o l'episodio lunghetto, un po' saputello e didascalico del critico di cinema), ma ci si trova davanti a un punto di vista estremo, cinematograficamente potente, disturbante, lontano anni luce dalla plastica conciliante di troppo horror contemporaneo. Il che depone ovviamente a favore.

Luca Baroncini

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Non Entrate In Quella Sala

La perfezione tecnica del girato in puro stile anni ’70 - tra inquadrature in steadycam, carrelli, riprese dall’alto e in ralenti, fermi immagine a fine sequenza e passaggi a scorrimento tra una scena e la successiva - non corrisponde purtroppo allo squallore delle ambientazioni e all’impronta volutamente ed eccessivamente gore-splatter che imprime tutta la pellicola. La versione nostrana di titolo e locandina è ingannevole quanto basta nel suggerire una trama horror tradizionale con rimandi a cupe case infestate da demoni, che invece si mostra subito per quello che è: un’autentica boiata spacciata per film culto intriso di citazioni.
Il film si pone come sequel de La Casa Dei 1000 Corpi  (sempre copyright  Robert Cummings, ex leader dei White Zombie, in “arte” Rob Zombie – nome tutto un programma per un regista di film horror) ma a conti fatti risulta un ributtante e mal riuscito tentativo di incrocio tra Easy Rider e Non Aprite Quella Porta. Road movie squinternato e fine a se stesso, spaccia una morale spicciola da quattro soldi per cui lo sceriffo vendicatore si porrebbe su un piano di crudeltà ancora peggiore dei cosiddetti cattivi: il raccapricciante, vomitevole clan cannibale è composto da personaggi tanto stereotipati quanto improbabili, sebbene inseriti in uno scenario tanto realistico da apparire squallido, riflesso agghiacciante della criminalità americana portata alle estreme conseguenze. I caratteri sono resi alla stregua di sboccate macchiette in odor di zolfo che di divertente non hanno proprio nulla (vedi Capitan Spaulding, preso di peso da Animal  Crackers del citato Groucho Marx e deformato in una versione punk di IT) e che - di fronte al fanatismo degli agenti altrettanto spietati che danno loro la caccia - passano addirittura per eroi, vittime di un sistema ingiusto e prevaricatore che non comprende la loro legittima voglia di rivalsa.

Perfettamente calati nei rispettivi ruoli, gli attori sono bravi e convincenti, forse anche convinti di recitare in un film di valore che resterà nella storia cinematografica come fatto culturale. La spocchia e la presunzione di certi avanzi della scena musicale punk rock non riescono neppure a far precipitare l’intera operazione nella comicità involontaria (per tacere del linguaggio  da Bronx che connota certe battute e situazioni da commedia western americana, che da noi neppure fanno sorridere) dal momento che di fronte a certi orrori (nella più autentica accezione del termine ma escludendo riferimenti al genere cinematografico) non è l’ilarità bensì lo stomaco ad essere drammaticamente sollecitato.

Annalisa Ghigo


Alessandro
Baratti

Luca
Baroncini

7

Gianluca
Pelleschi

8

Niccolò
Rangoni

7
Fabio
Sajeva

7
 
           
 

 

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