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Smith e Hickock sono morti
La
vita è solo il padre della saggezza, la morte è la madre.
da De Rebus Incognitis
Perry Smith
La famiglia sterminata a Halcomb. Capote legge l’articolo sull’omicidio.
L’arrivo in città dello scrittore e Nell Harper Lee (che poco tempo
dopo avrebbe vinto il Pulitzer per IL BUIO OLTRE LA SIEPE, stupefacente
romanzo che condivide con certa opera capotiana luoghi e atmosfere).
L’arresto di Smith e Hickock, gli assassini. Il rapporto dello scrittore
con il primo, sorta di gemello sfortunato. L’ansia di Truman di fronte
alla mancata fine del caso, i rinvii dell’esecuzione, il suo libro
ancora senza un finale (TC: scrivere il libro non è stato difficile
quanto il viverci sempre assieme).
A ben guardare CAPOTE è l’esaustiva integrazione del romanzo A SANGUE
FREDDO: lo sguardo “oggettivo” (ma oggettivizzante sarebbe più proprio)
dell’autore, il suo racconto scabro ma lirico, denso e vibrante del
pluriomicidio di Halcomb, costituivano sì lo specchio fedele degli
avvenimenti ma ne mantenevano un bel po’ nell’ombra. Il film (e i
capitoli della biografia di Clarke da cui la pellicola è tratta) allarga
lo spettro e rivela quanto dello scrittore ci sia stato nel dopo-omicidio,
quanto questi abbia influito sugli esiti della faccenda, come la sua
docu-novel e il lavoro in essa profuso fossero diventati parte dei
giochi in atto. Quello che mancava al libro (mancava si fa
per dire, ovviamente, perché di un’interpretazione personale della
materia si trattava; di un reportage, certo, ma anche di un romanzo
che lavorava la sostanza reale con le tecniche proprie della fiction)
è uno dei protagonisti principali dei fatti (Truman Capote): questo
film lo aggiunge al quadro squarciando il velo sul decisivo ruolo
che lo scrittore ebbe in un excursus processuale che avrebbe condotto,
dopo anni, i due assassini alla forca. CAPOTE non è dunque un biopic,
è un tentativo cinematografico di cambiare la prospettiva (cfr. ROSENCRATZ
E GUILDESTERN SONO MORTI) di un romanzo (o – perché no? - del film
che Brooks ne trasse nel 1967), virando l’attenzione sul punto di
vista del narratore e del suo lavoro (non solo documentaristico).
Ecco che CAPOTE si rivela film di delicata pregnanza morale, che propone
il nodo etico legato al farsi di un’opera straordinaria cui sono mancate
per anni una quarantina di pagine decisive, quelle della conclusione:
l’atteggiamento dello scrittore, che abbandona, in nome del suo lavoro
(e del successo che, era sicuro, gli avrebbe arriso), i due killer
al loro destino di morte. Risultato: un capolavoro letterario, due
morti per impiccagione, uno scrittore all’apice del successo, umanamente
e psicologicamente distrutto (poiché dilaniante era stato il suo oscillare
tra l’affetto che nutriva per i due e la necessità oramai impellente
di chiudere il libro; in una lettera a Cecil Beaton TC scrive: Perry
e Dick hanno presentato ricorso alla Corte Federale per un nuovo processo:
se l’ottengono avrò un crollo definitivo). Il film di Miller
si concentra dunque sul rapporto che Capote aveva instaurato con gli
assassini, con Perry in particolare (un grande Clifton Collins Jr.),
figura affascinante la cui complessità la pellicola lascia solo intuire
(Norman Mailer: Perry Smith è uno dei grandi personaggi della
letteratura americana) cui lo legavano esperienze infantili similari,
stessi traumi, stessi dolori: inevitabile il feeling e un reciproco,
contrastato sentimento (ognuno vedeva nell’altro ciò che sarebbe potuto
diventare). Il regista sceglie un approccio visivo secco e austero,
elimina i rossi e i blu per illividire al massimo le immagini, adotta
uno stile composto e stilizzato con improvvisi e pittorici campi lunghi
ma non va al di là di questo, non riuscendo mai a uscire fuori dall’esigenza
primaria (e comoda) di esporre veridicamente i fatti (poiché tutti
veri sono gli accadimenti, compresa la sessione fotografica che Richard
Avedon fece in prigione ai due assassini - cose che oggi suonerebbero
impensabili -), di raccontare la storia e i suoi risvolti, di esporla
con pedissequa e piatta prevedibilità. Se è apprezzabile la scelta
del regista di fare dello scrittore il centro del film, rimanendo
l’omicidio un elemento tra gli altri nel rapporto complesso di Capote
con l’opera che andava scrivendo e verso la quale avvertiva una sorta
di responsabilità sacra, intuendone l’enorme potenziale innovativo,
prendendo questa prospettiva come base primaria, d’altro canto tutto
di superficie è il ritratto che ne risulta [informazioni varie strategicamente
e forzatamente disseminate, patetiche citazioni – il veneziano Harry’s
Bar, di cui TC era habitué, in Kansas (!) -, sparsa aneddotica a condire
(il rifiuto di Capote di usare il registratore nasceva dalla sua convinzione
che l’apparecchio impedisse la franchezza dell’interlocutore oltre
che dall’innata capacità dell’autore di memorizzare le conversazioni)]:
se è vero, come si è detto che il film non è un biopic è vero d’altronde
che ne presenta grosso modo tutti i difetti. Rimane la splendida performance
di Philip Seymour Hoffman che è Capote: solo chi non ha mai
visto un filmato dello scrittore o non ha avuto modo di ascoltare
il film in originale (il doppiaggio suona inevitabilmente – mi verrebbe
da scrivere incolpevolmente, se non fosse che questa pratica è colpevole
a priori – fallimentare) potrebbe pensare che l’attore reciti sopra
le righe (Capote era sopra le righe, e l’americano che negli
anni 70 guardava in TV i talk show cui spesso TC partecipava, lo sa
bene). E’ prevista per la fine dell’anno l’uscita di un altro film
sull’argomento, INFAMOUS, con Toby Jones nel ruolo dello scrittore
e Sandra Bullock in quello di Harper Lee.
(Hicock):
Be’, cosa c’è da dire sulla condanna a morte? Io non sono contrario.
Si tratta solo di vendetta, ma che c’è di male nella vendetta? E’
molto importante. Se io fossi parente dei Clutter (…) non potrei riposare
tranquillo fino a quando il responsabile non avesse fatto quel famoso
giretto sulla Grande Altalena. Quella gente che scrive lettere ai
giornali (…). Dicevano insomma cos’è tutta questa farsa legale, perché
quei figli di cane di Smith e Hickock non hanno avuto il fatto loro,
come mai questi maledetti assassini stanno ancora mangiando il danaro
dei contribuenti. Be’, io capisco il loro punto di vista. Sono inviperiti
perché non riescono ad avere quello che desiderano, la vendetta. E
non l’avranno mai, se io posso evitarlo. Io credo nella forca. Purché
non sia io ad essere impiccato. da A Sangue Freddo
Luca
Pacilio
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