IL CAIMANO
 

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REGIA:    
Nanni MORETTI 

PRODUZIONE:  Italia   -   2006   -   Commedia/Drammatico

DURATA:  112'

INTERPRETI:
Silvio Orlando, Margherita Buy, Jasmine Trinca, Michele Placido, Elio De Capitani, Nanni Moretti

SCENEGGIATURA:
Nanni Moretti - Francesco Piccolo - Federica Pontremoli 
(da un soggetto di Nanni Moretti e Heidrun Schleef) 

FOTOGRAFIA:
Arnaldo Catinari 

SCENOGRAFIA: 
Giancarlo Basili 

MONTAGGIO: 
Esmeralda Calabria

COSTUMI: 
Lina Nerli Taviani 

MUSICHE: 
Franco Piersanti 

SITO WEB

Trama

Bruno, produttore in disarmo e marito in crisi, decide di aiutare la giovane Teresa a realizzare il suo primo lungometraggio: Il Caimano, ovvero la storia di Silvio Berlusconi.

Recensioni

 

 

 

Un Caimano in ascolto

Chi è il Caimano? Facile: Berlusconi. E chi è Berlusconi? Uno che rifiuta la realtà costruendone una nuova di zecca da rifilare al prossimo, uno che a domande precise risponde insultando l'interlocutore e cambiando argomento, uno che detesta chi non lo adora a sufficienza. Esattamente come Bruno, che vede nello script (appena sfogliato) di Teresa soprattutto un pretesto per rimandare il proprio fallimento professionale e chiude gli occhi sul disastro del proprio matrimonio, consumando una vendetta plateale quanto infantile. Il Caimano siamo tutti noi, o meglio, c’è un po’ di Caimano in ognuno di noi: anche per questo il personaggio è interpretato da tre attori, uno dei quali è lo stesso regista (che peraltro, in macchina con Teresa, non ascolta quello che gli dice la donna, preferendo canticchiare e straparlare à la Moretti). Ha ragione il produttore polacco (Jerzy Stuhr, praticamente nella parte di se stesso): il problema è l’Italietta che ama i sogni d’oro e odia il duro risveglio (la demolizione del set), non (solo) l’eroe a reti unificate capace di approfittare della situazione. Il finale è a questo proposito ancora più esplicito: il Caimano parla e si dilegua, sono gli altri ad agire per lui (un V per Vendetta al contrario, dunque).
Moretti gioca con il mondo del cinema (un magnifico cast per uno stuolo di piccole parti) e con i tasselli della composizione [la lavorazione del film di Teresa è intervallata dalle sequenze (volutamente sgangherate, anche troppo) delle opere scult prodotte da Bruno e dai frammenti della sceneggiatura, in cui si concentrano i momenti visivamente più rilevanti (la valigia misteriosa, il pavimento ricoperto di lettere)], ma il meccanismo tende a incepparsi: i ritratti privati suonano artefatti (i soliti bambini invariabilmente adorabili e naturalmente più maturi dei genitori, la coppia gay turbolenta ma affiatata cui si oppone lo sfascio della famiglia tradizionale), l’universo dei cinematografari è popolato da figurine spesso dimenticabili (una per tutte: il divo porcellone), la parentesi documentaristica (Berlusconi al Parlamento europeo) è superflua didascalia. Un film irrisolto, ma non da liquidare nel nome (o nel timore) di un pregiudizio.

Stefano Selleri


Ecce Moretti

Premessa importante: "Il Caimano" non è un film su Berlusconi, ma è un film di Nanni Moretti. Può sembrare scontato, ma è apprezzabile vedere come la forte personalità dell'autore non si sia lasciata condizionare più di tanto nel costruire un film in cui la contemporaneità è centrale ma non sovrasta le motivazioni dei personaggi. Certo, si può discutere della furbata di fare uscire il film a due settimane dal voto. L'attesa spasmodica, la efficacissima campagna promozionale incentrata su silenzi e mistero, la manipolazione dei mass-media, la strumentalizzazione politica, faranno molto bene agli incassi, ma rischieranno di deludere chi varcherà la soglia del cinema con la necessità di vedere un film che dica finalmente "qualcosa di sinistra". Non perché il lungometraggio manchi di un punto di vista forte, ma perché alla fine scuote meno del previsto. Al di là dell'evento mediatico, "Il Caimano" è anche un'opera interessante. Il cinema di Moretti è, come sempre, molto personale; politico come in precedenza, perché immerge i personaggi nel presente, con un grigiore che si ripercuote dal luccichio ingannevole delle tele-ballerine alle difficoltà del quotidiano. Ma senza il peso di un'ideologia da teorizzare, lasciando che i personaggi vadano per la loro strada. La sensazione, a caldo, è che la carne al fuoco sia tanta, forse troppa, e che non tutto arrivi in modo calibrato. C'è il tentativo, in parte riuscito, di fondere una dimensione privata con gli interrogativi della collettività. Difficile farlo senza incorrere nelle banalità del già visto e sentito. Per fortuna Nanni Moretti evita le trappole del comizio e non ambisce al documentario. L'occasione di attaccare la scena politica attuale è offerta dalla scelta, non originale ma efficace, di un collante meta-cinematografico. Uno dei personaggi è infatti una giovane regista alla ricerca di un produttore per un film che racconti l'epopea di Berlusconi e il declino a cui ha portato il paese. Il rischio di uno sterile parlarsi addosso, con il giochino delle citazioni e dei camei illustri, è grande, ma la autoreferenzialità, pur notandosi, non disturba. Il difetto principale degli spezzoni di film trash diretti dal protagonista (un bravissimo Silvio Orlando) è che sono lunghetti e non così spassosi, ma la cornice permette di dire in modo trasversale cose importanti ("Da dove vengono tutti questi soldi?") evitando la petulanza di chi è già ideologicamente schierato. In questo senso la critica al potere di Moretti è lucida e ben condotta, anche se marginale al racconto, imbevuto di personaggi che comunque ne escono indenni, parlano ogni tanto del presente ma non si sporcano direttamente le mani. Il film finisce infatti per sbilanciarsi verso le strade rodate di un capolinea affettivo, di cui volutamente si tacciono le cause e messo in scena solo nelle conseguenze. Anche in questo caso la scelta stilistica è ammirevole, ma il rischio di una leggerezza e di un dolore costruiti a tavolino è sempre nell'aria. Così come appare un po' superficiale la descrizione dei meccanismi produttivi dell'ambiente cinematografico e troppo calcata la piacioneria dei bambini. Ma con Nanni Moretti è così: prendere o lasciare. E nell'asfittico panorama contemporaneo trovare un artista capace di esporsi a suo modo, con antipatia, coerenza e decisione, è cosa comunque preziosa. Del resto, come dice lo stesso Moretti, anche attore, "chi sa sa e chi non sa non vuole sapere", quindi inutile pensare che un film debba mostrare ciò che è già, da tempo, sotto gli occhi di tutti. Anche se...

Luca Baroncini


“Questo è un film d’azione!”

Nanni Moretti tenta il colpaccio con un’esondazione pubblicitaria fatta di “ossimorici” silenzi, invadendo con l’incedere dei lanzichenecchi i mass-media: come sempre però, il rischio delusione è in agguato, e sembra proprio che Il Caimano morettiano non sia stato risparmiato dalle malefiche falciate dovute alle eccessive aspettative. Teoricamente dovrebbe essere un’analisi sull’Italia dell’era del presidénte proveniente da Arcore e sulla noia ampollosa del triste Stivale negli ultimi decenni. Tutto questo circondato dalla spigliata storia di una sceneggiatura cattiva e indagatrice, che al grido di “Da dove vengono tutti questi soldi?” avrebbe dovuto mettere a nudo Il magnate italiano. Punzecchiature varie avrebbero dovuto animare alcuni brevi interventi ironici sul mondo del cinema, su quel tipo di produzione di qualità mediocre sulla quale ormai il made-in-Italy sembra essersi afflosciato come un soufflé maltrattato. Ci sarebbe piaciuto non poco un film così “bastardo” ma –ahinoi- Moretti forse non centra propriamente l’obiettivo. Dopo un inizio sfolgorante, in cui si susseguono idee brillanti (assolutamente memorabile tutta la sequenza in cui le parole della sceneggiatura si trasformano in visionarie immagini nella mente di Bruno, il produttore protagonista), il motore si inceppa e la storia si impantana nella melma di un’ironia che a lungo andare stanca e distrugge. Deridere il cinema medio italiano poteva essere una trovata non da poco, ma dedicarvi l’intera parte centrale del film, quella più consistente, appare forse eccessivo. Moretti ci propina ancora una volta la storiella della famiglia distrutta, fra crisi coniugali in questo caso trasognate, dolci e allo stesso tempo dolorose, e bambini meravigliosi, stavolta piccole vittime silenziose di una situazione difficile, che reagiscono trasformandosi in infanti-fachiri che camminano sui mattoncini Lego. Oltre a perdersi nei meandri delle beghe del piccolo mondo quotidiano (mentre Faenza è temibilmente in agguato: la Buy che urla al telefono dopo aver trovato il maglione stracciato è la stessa identica Buy che si scagliava contro il marito traditore ne I giorni dell’abbandono), Moretti mette nel carrello della spesa tutto ciò che gli passa per la testa, dalle lesbiche, all’Olanda, all’attore “piacione”, al produttore polacco che ha fatto carriera… Inutile dire che l’intera pellicola perde di vigore e di credibilità, gli spezzoni legati alla produzione del film “Il Caimano” sono sempre più sporadici e alla fine quasi fuor di luogo, gli interventi documentaristici del “vero” Berlusconi sono imbarazzanti come la prima volta che li avevamo visti in televisione, la stretta al cuore è pressoché inevitabile (così come il desiderio di espatriare). Eppure Moretti nel finale con una cabrata portentosa si riporta a livelli decisamente alti, dedicandosi ad un autentico exploit visionario che affascina non poco. Lampi di fuoco si ripercuotono dietro alle spalle del Caimano alla fine del suo processo, un Caimano dalle morettiane fattezze che si parla addosso. Peccato dunque per una sezione centrale forse troppo monotematica che non permette di inquadrare al meglio il percorso narrativo e analitico della storia; quel che consola è che però nella memoria restano le immagini forti e vigorose della cassa piena di soldi che cade dal cielo, del pavimento coperto di lettere di ammiratori, delle risate false e sguaiate del Caimano, dell’arringa finale di un uomo senza più credibilità che si lancia nelle solite chiacchiere vuote. Moretti, mentre canta a squarciagola in macchina (citazione lampante a La stanza del figlio) e contemporaneamente si lancia in uno sfogo logorroico, si pronuncia: “E’ sempre il momento di fare una commedia”. Forse è vero, forse no. Quel che è certo è che per insistere troppo sul tema della commediola all’italiana, abbiamo perso quello che poteva essere un grande film..

Priscilla Caporro

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Il grande caimano e l’apocalisse del senso. Il cinema non sposta i v(u)oti.

[A caldo, caimano cotto e mangiato]
Esiste già a priori un quid di iniquamente escatologico, di subdolamente arrogante nel dire “l’ultimo film di Nanni Moretti” di cui tutti, nessuno escluso, dalla casalinga di Voghera al critico “laureato” (nell’accezione montaliana del termine) dei quotidiani-riviste-telelevisioni “devono” parlare, a prescindere dalla visione. È un’attesa costruita, studiata, imposta, sorvegliata, direzionata, fatta di posticce precognizioni, di boriosa ciarla intellettualsinistroide che ama gonfiare il suo ventre caimanico di significanti impazziti. Ilcaimano(di)nannimoretti, silvioberlusconi, elezionidelnoveaprileduemilasei. E intanto esce il prodotto morettiano (già “moretti”, “morettiano”, sono termini con aree semantiche ben demarcate essendovi contenuti significati come politica, antiberlusconismo, cinema-di-un-certo-livello, etc.), in un clima in cui inevitabilmente le parole - troppe parole (importanti o meno che siano) - vengono prima delle cose. E il film, nel suo essere meravigliosamente orrendo, è proprio un grande caimano che tutto fagocita, pensieri, parole, opinioni, atti, fatti, cinema e metacinema è tutto indistintamente introiettato, ruminato, ri-ruminato (chi l’ha detto che i rettili non ruminano?), metabolizzato e risputato in faccia alla serena idiozia supposta confusa, compiacente e compiaciuta dello spettatore. C’è una disperazione, un po’ reale e un po’ paraninfa, nel richiamare simbolicamente (dunque programmaticamente) alcune figure della morte (ma Moretti l’ha sempre fatto nei suoi film, da Io sono un autarchico a La stanza del figlio) che amano morettianamente transustanziarsi come figure della morte del cinema, per ritrasfigurarsi, a loro volta, come moralistico (ma non solo) decadimento della contemporaneità. Bruno Bonomo che al di là degli eccessi e dei recessi silviorlandeschi volutamente pantomimici è il teneramente terrificante uomo medio (che i francesi designano come Jacques Bonhomme, la cui mediocritas è mentale non sociale) che vive contemporaneamente diverse morti, tra pubblico e privato, quella dell’intimità sentimentale, della famiglia (…e un brivido ci percuote la schiena), quella ovviamente politica (ma qui da buon berlusconiano più che viverla la assiste) dell’italietta di un grande leviatano che negli ultimi trent’anni ha divorato sogni e soldi per restituirli nella forma della massificazione catodica, e quella del cinema, o meglio di un cinema ormai morto e sepolto nonostante le riesumazioni critico-popolari dei Sanguineti di turno ucciso da un cadavere, il cinema italiano attuale dei Muccino, Verdone (“è sempre il momento di fare una commedia”(?)), Virzì ma anche dei soliti placidi eroi della cinematografia nostrana, delle Buy e delle Trinca (lesbiche, non lesbiche, appassionate, carrieriste, stronzette dai rigurgiti femministi, mogliettine tradite, studentesse universitarie, commesse precarie, sante, puttane etc. etc.), un relitto che si annida negli anfratti peninsulari, come il bar(ac)cone che si aggira in Via Nomentana e dintorni; un cinema di-genere/de-genere che vede sublimemente la sua miglior messa a morte possibile (e Bruno Bonomo con esso) attraverso grandiose immagini di disfacimento, cinematograficamente orrorifiche, delle ruspe che demoliscono set e teatri di posa. Sembrerebbe davvero, come sostiene Marco Giusti, un film girato da Sergio Bergonzelli, o da Guido Zurli, per quanto è scombinato, apparentemente sgangherato, dissonante (anche nelle scorribande musicali da Piersanti alla malinconia ruffiana di Damien Rice), iperbolicamente farsesco (ridondante l’ancillarità delle grottesche immagini del repertorio berlusconiano) e ci piacerebbe accostare Il caimano a titoli di stupefacente rigogliosa improbabilità come Mocassini assassini, Violenza a Cosenza, Maciste contro Freud (Cataratte no perché troppo allusivamente metaforico, non ha purezza), ma c’è del metodo, c’è una volontà artatamente esemplare, come se dietro pellicole quali Nelle pieghe della carne o La missione del mandrillo ci fosse l’anima metalinguistica (le progressive sovrapposizioni del cinema sul cinema nel cinema, che comunque non dimenticano i disperati carrelli su Bruno Bonomo e l’agghiacciante fissità della m.d.p.che registra la dissoluzione del set-vita-Paese) di un Paolo Cavara o di un Nando Cicero o di un qualcuno che nella sua riconoscibilità veste i panni di qualcun altro (nella sua altrettale riconoscibilità, nonostante le metamorfosi uno-triniche) per annunciare apocalitticamente il già noto, ovvero la morte del senso dietro il vuoto, ricorrente, assordante paludamento significante.

Mauro F. Giorgio


A ragion veduta

Ne Il caimano, come in Aprile, Moretti coniuga il versante intimista a quello pubblico avvalendosi, in questo caso, del ricorso alla fiction, laddove in Aprile era il suo privato personale a venire in gioco; è arguto il discorso sull’Italia attuale affidato alla descrizione della piccola umanità che circonda i protagonisti, piccoli anch’essi, e sul luogo comune antiberlusconiano (il personaggio della Trinca) che diventa vuoto ritornello (la prima apparizione di Moretti la dice chiara sulla posizione dell’autore) che non serve a niente: chi voleva capire ha già capito e chi non ha capito non capirà più (/non vuole capire). Moretti, come nel film del 1998, sembra voler sferzare più certa sinistra [la critica a destra è, per così dire, già data e la si affida più al repertorio – l’episodio “del kapò” dà la nausea - che al film (nel film) Il Caimano] che sottolineare lo scatafascio (allora ancora da venire) dell’Italietta di stampo forzista.
Che Moretti, non sia un maestro di stile lo abbiamo sempre saputo (e in questo caso la sciattezza visiva sembra cercata o quanto meno giustificata - il B movie -): ha sempre fondato sulla sostanza, sull’argomento, sulla sferzata caustica ai costumi e sull’affabulazione il suo cinema pauperistico (e infatti quando tenta il registro visionario o onirico toppa puntualmente - il finale di Palombella rossa, l’apparizione parafelliniana della nave nel traffico romano in questo film). Il caimano ci conferma che il regista, non appena esce dalle ampie ma rassicuranti plaghe del lavoro spudoratamente autoreferenziale perda completamente la bussola e che sia quello, e solo quello, il cinema che sa (/può) fare (non è un caso che l’opera abbia i suoi colpi d’ala nelle scene che ripropongono certi tic riconoscibili: quella in macchina, in cui compare il regista; quando Orlando “moretteggia” – la scena al cellulare con la Buy mentre il figlio gioca la partita -; lo scambio di battute al festival tra il protagonista e Tatti Sanguinetti). Si guardi invece alla storia d’amore tra i due protagonisti: tre quarti del film raccontano della fine di una coppia con un’ordinarietà di toni e di sostanza che in niente si distingue da quella cui il medio(cre) cinema italiano (la tv?) ci propina da decenni (per non parlare di certi siparietti orrendi: la sequenza di Placido al telefono è retriva commediaccia che non fustiga il mal costume ma piuttosto ci ride crassamente sopra; la scena di Bonomo, fuori di testa al teatro, è roba che neanche l’ultimo Faenza). Né basta l’insistere sul (semplicistico) meccanismo metacinematografico (le apparizioni di registi e attori-registi non sembra casuale: da Mazzacurati, a Montaldo, da Placido a Virzì, da Stuhr a Sorrentino) per conferire complessità al costrutto ( Sogni d’oro aveva già esplorato, con ben altra efficacia, questa possibilità). Il caimano è un film sintomatico del malessere - non solo italico ma - di un autore e che, parafraso il Selleri, non va sicuramente liquidato in nome di un pregiudizio ma a ragion veduta.

Luca Pacilio


Un film berlusconiano

Non crediamo di offenderlo, se qualifichiamo il regista di questo film come "intellettuale". Si dà il caso che un vezzo degli intellettuali sia quello di scambiare i propri fantasmi, le vanità, le idiosincrasie, per questioni nevralgiche e universali; in Aprile Moretti aveva già manifestato una certa confusione, parendogli che la vittoria del cosiddetto centrosinistra alle elezioni fosse una rivoluzione positiva per il paese come la nascita di un figlio lo era nella sua vita.
Negli anni successivi, quando il cosiddetto centrosinistra navigava a vista tra una politica economica cospicuamente destrorsa (schiava com'era del dogma monetarista), una certa dose di macelleria sociale, corporativismi assortiti, missioni di guerra in spregio alla Carta fondamentale e al diritto internazionale, abominevoli disegni di riforma costituzionale e generose ventate clericali, il regista abbandonò il cosiddetto impegno per dedicarsi a un melodramma famigliare ( La Stanza del Figlio) fasullo e disonesto come un sorriso del Caimano, inerte, ricattatorio e lacrimevole.
Oggi l'impegnato si risveglia, e temendo per le sorti della nazione ci dà dentro con l'invettiva, lo sghignazzo e il lamento; è noto come il talento satirico e l'estro del moralista si nutrano di rabbia, ma non debbano risolversi in essa: altrimenti il livore annoia, perché la rabbia è mera retorica, neppure delle più squisite. Non parliamo poi dell'eterno lagno di chi ritiene che l'Italia tutta e i suoi dirigenti politici siano immeritevoli del proprio intelletto et buon gusto; di chi ha come massimo timore le brutte figure internazionali a cui ci espone imperterrito e stolido il Cavalier Banana; di chi non si dà la pena di comprendere o almeno di descrivere, preferendo esprimere altezzosa ripugnanza: atteggiamento gratificante per l'amor proprio, ma per nulla analitico e solo apparentemente critico.
Nel film vagolano tre direttrici, e a ciascuna compete un distinto registro espressivo (tutti convergendo nel personaggio interpretato, bene, da Orlando): il dramma famigliare, il quadro sociologico, il pamphlet politico.
Nel primo si alternano siparietti con i bambini (immancabili, odiosi marmocchi) e scene di crisi coniugali di esasperante banalità, con una tendenza all'isteria, alla sceneggiata e all'autocommiserazione che iscrive Moretti a epigono del muccinismo; anzi, in questo purè espressivo non sai più distinguere: Moretti sembra Muccino e Muccino sembra Moretti (o Faenza, o Comencini), le famiglie visualizzate dagli uni sono il calco o la matrice di quelle rappresentate dagli altri, e tutte fanno parte del medesimo museo delle cere strillacchianti o piangenti.
È sconfortante la concezione primitiva (e al tempo stesso riciclata) che del dramma famigliare ha Moretti. Ma addirittura scandaloso è lo sguardo miope che il regista pretende di lanciare sul cambiamento sociale (a meno che egli non abbia solo voluto insaporire la vicenda con una serie di scenette): il querulo ed evasivo stupore e il momentaneo rifiuto emotivo del protagonista di fronte a realtà come "lesbismo" o "inseminazione artificiale" lasciano di sale, sembrano usciti da uno sketch di Zelig o perfino del Bagaglino (tette e parolacce a parte): in questo clone di caricaturale compressina per compiacere il pubblico di prima o seconda serata sarebbe la rappresentazione scultorea ed epocale della merdea mediocritas? Siamo stupefatti. Vuoi mettere la davvero calzante raffigurazione, offerta non già dal vergognoso e bigotto immaginario del regista (complementare al perbenismo guardone di Bertolucci), bensì dal realissimo e italianissimo "meglio fasci che froci!" di una Mussolini mai così autobiografia della nazione come oggi!
Ancor più stupefatti restiamo di fronte all'altro campione morettiano dell'homo berlusconiensis: l'attore arricchito e ignorante, supponente e sporcaccione, reso dal bravissimo Michele Placido. Dunque, costui sarebbe il prodotto dell'ultraventennale rincoglionimento perseguito dal biscionesco dominio mediatico: l'incarnazione dell'Italia così come contaminata dal berlusconismo. Ma stiamo scherzando?
Si può legittimamente pensare che B. sia il demiurgo di un degrado terribile della nazione, e al tempo stesso l'incarnazione archetipica di quel degrado, della mancanza di etica pubblica (per non dire dell'elementare civismo) che ci affligge, della concezione premoderna delle istituzioni che ci caratterizza, del familismo amorale, predatorio e servile che ci qualifica, del disvelamento demagogico delle forme democratiche di cui il nostro paese è permanente laboratorio (Populismo e democrazia di Meny e Surel sembra scritto avendo davanti l'Italia). Ma tutto questo che c'entra con la trivialità dei nuovi ricchi - altro annoso lamento degli intellettuali, tanto che un autore ben altrimenti consapevole come Fellini ne fu così condizionato da rovesciare nel Satyricon lo scanzonato e curioso spirito petroniano in una funerea esposizione di orrori - esplicitamente abbinata dal regista al condizionamento operato dalle televisioni? Quanto al sesso telefonico praticato dal personaggio interpretato da Placido, sarebbe espressione di semplice maleducazione verso gli ospiti costretti ad ascoltarne i gemiti orgasmici, o addirittura il segno di una corruzione morale, come un tempo sarebbe stato il segno della viziosa decadenza borghese? No comment.
È indicativo che nel film si racconti la sceneggiatura di un film che racconta fatti veri: involontaria confessione d'impotenza a leggere il reale con occhi diversi da quelli della cronaca. E infatti, cronaca per cronaca, le scene in cui B. è interpretato da Elio De Capitani (bravo, peraltro, scevro da eccessi caricaturali) cedono il passo agli inserti televisivi in cui protagonista è B. in persona: infatti, il truce e tragicomico Cavaliere è in se stesso una forma di rappresentazione del male italiano. Occorrerebbe attingere un secondo livello di lettura, di trasposizione metaforica, oppure compiere un'onesta rievocazione storica (insomma, Un Borghese Piccolo Piccolo o Il Delitto Matteotti), per riuscire più convincenti, e puntualmente il film acquista una sua forza cupa e sinistra quando il ruolo di B. viene interpretato da Moretti: abbandonata ogni pretesa di somiglianza fisica, via i sorrisi da Omino di burro (secondo la storica definizione di Beniamino Placido), via i capelli tinti e l'accento brianzolo. Il regista si produce in una rielaborazione sintetica del Caimano, evidenziandone con un colpo di frusta la natura occultata dal sorriso e dal cerone. Cinque, sei minuti di film che incutono paura, proprio perché l'intensa e stratificata minaccia del personaggio è per un attimo resa, con semplice efficacia, attraverso una finzione narrativa.
C'è nel Caimano una battuta rivelatrice: "Sapete parlare solo di B. e della TV". Ebbene, osserviamo questo film inetto a descrivere una società - se non attraverso la desolante piattezza di una sfilza di luoghi comuni. Chi ci rende l'autore di Bianca e de La Messa è finita ? - e fagocitato dalla figura di B.: incentrare il discorso sulla sua assoluta eccezionalità è stato un errore di prospettiva in difetto (perché non ne ha raccontato che in parte e solo casualmente la catastrofica pericolosità) e in eccesso, in quanto tradisce una sorta di perverso culto della personalità che impedisce di innalzare lo sguardo al di sopra dello schermo irradiato dalle antenne dell'uomo di Arcore, per guardare sul serio non soltanto alle macerie che il suo passaggio lascerà, ma al ventre collettivo che ne partorì il trionfo, eleggendolo - in tutti i sensi - a propria espressione piuccheperfetta.

Hans Ranalli


La seconda volta

Il Caimano, pregi e difetti di Nanni Moretti, si presenta come opera interessante solo alla seconda lettura: il regista gira un film medio italiano – non è un complimento – soffermandosi a lungo sulla vecchia, stantia, sorpassata crisi coniugale. E allora? La questione è che i battibecchi tra Orlando e la Buy, le rivoltanti scene madri con il maglione fatto a pezzi o il concerto interrotto, la tenera saggezza dei bambini pienamente odiosi (ci guardano, ovvio), la sequenza imbarazzante delle auto che si sorpassano a vicenda sono momenti semplicemente stupidi. Troppo. Da qui il dubbio: Moretti forse ci fa. Ossia: la pellicola sembra voler illustrare, con la pervicace saggezza del teorema, quanto può essere stereotipato, pusillanime, indecente, insomma brutto il “film italiano” dell’epoca corrente – Pacilio nota una curiosa assonanza scenica con I giorni dell’abbandono, ovviamente casuale ma forse non così aliena a livello narratologico. Seguendo il filo, Il Caimano gioca dunque, divertendosi, sul contrasto tra la grigia ordinarietà del nostro cinema e la straordinarietà dell’intento del suo protagonista, non a caso un fallito, nel girare un film su Silvio Berlusconi. A mostrare il contrasto con l’intento di Bonomi, in questa lettura, non sarebbe quindi lo spassoso squarcio di B-movie lanciato in apertura, bensì l’opera stessa: il film nel film berlusconiano acquista le sue stimmate di impresa solo in contrasto con la diffusa medietà che popola Il Caimano di Moretti. A rinforzare questa teoria interverrebbe inoltre la scelta onirica, molto morettiana, di deviare repentinamente la realtà nelle spire dell’immaginazione, ritagliando notevoli momenti di puro quadro visivo: qui l’opera affonda le sue più nobili spadate, tematicamente lontano ma nell’intento affine a Buongiorno, notte, sfidando il tabù, coltivando lecitamente la licenza di partire dal dato politico reale (Moro, Berlusconi) per poi dibattersi liberamente nelle braccia del fantastico. Carte in tavola, il film pesca i momenti migliori nel suo detour – fin troppo trattenuto – in territori di sogno che, seppure segnati da lampanti ossessioni (la provenienza dei soldi del caimano), evocano una logica coerente, nella sua stravaganza addirittura compatta, dolcemente imbevuta di un impeto paradossale (il danaro cade letteralmente dal cielo). Non si sottovaluti inoltre la lunga sequenza finale, in cui Moretti rischia apertamente la sputtanata mettendoci la faccia - il culto della personalità dell’autore è dietro l’angolo – ma ormai non è più neanche Berlusconi bensì l’idea di Berlusconi, volendo chiaramente suggerire una possibilità, l’ennesima deviazione metaforica passando per una solare suggestione teatrale (il tribunale è palcoscenico – non a caso, sul set, abbiamo assistito alla sua costruzione -, con tanto di spalti, la condanna una grottesca recita a soggetto). Allora: Il Caimano è un brutto film o fa il brutto film? Non che la differenza sia abissale, certo, tutto resta largamente irrisolto, sicuro, ma rispetto all’odiosa furberia de La stanza del figlio, volgarissima rincorsa della lacrima pacchiana per calcolo e malafede, stavolta Nanni semina il germe del dubbio. Mai stato un genio questo regista, che si è sempre proposto più come acrobata della crisi che puro animale da cinema; lo evidenzia il fatto che, anche ai tempi d’oro (dicono), le sue uscite più amate (prendiamo Ecce Bombo) sono etimologicamente da considerarsi più cult che realmente riuscite. Malgrado tutto, però, ingiusto sarebbe accomunarlo alla sciagurata nuova scuola dei Faenza e Comencini, laddove Moretti sugli sfigatissimi colleghi allunga perlomeno l’ombra della parodia.

Emanuele Di Nicola


…(Ri)conoscenze…

…la poetica del dettaglio, del particolare come unica risposta estetica, eidetica e morale “differenziale” all’imbarbarimento culturale che stiamo scontando e vivendo…
…la non risoluzione degli enigmi “irrisolvibili” quale non-risposta ad una domanda legittima a cui, tuttavia, solo superficialmente è possibile rispondere…
…la ridefinizione dei limiti nella/della rappresentazione del “mostruoso”, dell’abnorme. Unica strategia adottabile: lo smascheramento, la demistificazione. [Moretti sceglie di restituire tutte le “qualità” polimorfiche ad un mostruoso al quale forse ci eravamo assuefatti. L’assuefazione comporta una progressiva indifferenza, non una rimozione, dell’anomalia, che al contrario permane e finisce col pervadere la nostra esistenza, col rendere nebulosi ed incerti i nostri rapporti con l’altro, mettendo in crisi la nostra capacità di interrogare il reale, di rappresentarlo senza ripiegare o fuggire in un mostruoso “bigger than reality” (l’horror-trash), alla fine rassicurante perché partorito e governato dalla nostra fantasia, un liberatorio ed onanistico esorcismo “di genere” delle nostre paure…
…a proposito, mi sovviene un passo di Bauman: con la caduta dell’opposizione tra realtà e simulazione, tra l’essenza della cosa e la sua rappresentazione, in un certo senso si cancellano e si attenuano anche le differenze tra la norma e l’anomalia, tra ciò che è conforme alle aspettative e l’imprevisto, tra il fenomeno ordinario e quello eccentrico, tra il domestico e il selvaggio (Il disagio della postmodernità, pag. 31)]…
… ultimi minuti… il Nostro irrappresentabile si toglie la maschera di cerone, non ride più e non fa più ridere perché mai avrebbe dovuto far ridere (ci sarà sempre bisogno di una commedia, a patto che non umanizzi ciò che umano non è o non può più essere – ma la vera commedia non ha mai fatto questo, anzi…): il già detto (tutti i topoi “argomentativi” del CavalierCaimano contro i “cumunisti” panacee di tutti i mali), le parole udite mille volte nel corso degli anni, riacquisiscono la significanza loro propria, non più gridate da un oratore sorridente che dice di amare il proprio paese che già crediamo/credevamo di conoscere, ma proferite dalla proiezione/simulacro di un Berlusconi finalmente “personaggio”. Ciò fa gelare il sangue, producendo nello spettatore lo stesso strano sentimento descritto da Freud nel suo saggio sull’Unheimlich. Come se vedessimo, ci confrontassimo e finalmente (ri)conoscessimo per la prima volta il “patrigno” (a)morale della generazione anni ’80, come se avessimo la non piacevole sensazione che non presto “smetteremo” di essere suoi figli e che, al contrario, molti sono già pronti a gettare molotov per salvare il caro e amato padre che tanto ha fatto per il nostro bene, per (dis)educarci, per farci crescere robusti e dementi…
…l’orrore nel familiare, la presunzione tutta italiana di aver già visto e vissuto tutto, di aver toccato il fondo non accorgendosi che continuare a raschiare significa cominciare a scavare la propria fossa. Senza mausoleo, patetiche vestigia del presente….

Manuel Billi

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