IL
CAIMANO
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Bruno, produttore in disarmo e marito in crisi, decide di aiutare la giovane Teresa a realizzare il suo primo lungometraggio: Il Caimano, ovvero la storia di Silvio Berlusconi. |
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Un Caimano in ascolto Chi è il Caimano? Facile: Berlusconi. E chi è Berlusconi? Uno che rifiuta la realtà costruendone una nuova di zecca da rifilare al prossimo, uno che a domande precise risponde insultando l'interlocutore e cambiando argomento, uno che detesta chi non lo adora a sufficienza. Esattamente come Bruno, che vede nello script (appena sfogliato) di Teresa soprattutto un pretesto per rimandare il proprio fallimento professionale e chiude gli occhi sul disastro del proprio matrimonio, consumando una vendetta plateale quanto infantile.
Il Caimano siamo tutti noi, o meglio, c’è un po’ di Caimano in ognuno di noi: anche per questo il personaggio è interpretato da tre attori, uno dei quali è lo stesso regista (che peraltro, in macchina con Teresa, non ascolta quello che gli dice la donna, preferendo canticchiare e straparlare à la Moretti). Ha ragione il produttore polacco (Jerzy Stuhr, praticamente nella parte di se stesso): il problema è l’Italietta che ama i sogni d’oro e odia il duro risveglio (la demolizione del set), non (solo) l’eroe a reti unificate capace di approfittare della situazione. Il finale è a questo proposito ancora più esplicito: il Caimano parla e si dilegua, sono gli altri ad agire per lui (un V per Vendetta al contrario, dunque). Stefano Selleri Ecce Moretti Premessa importante: "Il Caimano" non è un film su Berlusconi, ma è un film di Nanni Moretti. Può sembrare scontato, ma è apprezzabile vedere come la forte personalità dell'autore non si sia lasciata condizionare più di tanto nel costruire un film in cui la contemporaneità è centrale ma non sovrasta le motivazioni dei personaggi. Certo, si può discutere della furbata di fare uscire il film a due settimane dal voto. L'attesa spasmodica, la efficacissima campagna promozionale incentrata su silenzi e mistero, la manipolazione dei mass-media, la strumentalizzazione politica, faranno molto bene agli incassi, ma rischieranno di deludere chi varcherà la soglia del cinema con la necessità di vedere un film che dica finalmente "qualcosa di sinistra". Non perché il lungometraggio manchi di un punto di vista forte, ma perché alla fine scuote meno del previsto. Al di là dell'evento mediatico, "Il Caimano" è anche un'opera interessante. Il cinema di Moretti è, come sempre, molto personale; politico come in precedenza, perché immerge i personaggi nel presente, con un grigiore che si ripercuote dal luccichio ingannevole delle tele-ballerine alle difficoltà del quotidiano. Ma senza il peso di un'ideologia da teorizzare, lasciando che i personaggi vadano per la loro strada. La sensazione, a caldo, è che la carne al fuoco sia tanta, forse troppa, e che non tutto arrivi in modo calibrato. C'è il tentativo, in parte riuscito, di fondere una dimensione privata con gli interrogativi della collettività. Difficile farlo senza incorrere nelle banalità del già visto e sentito. Per fortuna Nanni Moretti evita le trappole del comizio e non ambisce al documentario. L'occasione di attaccare la scena politica attuale è offerta dalla scelta, non originale ma efficace, di un collante meta-cinematografico. Uno dei personaggi è infatti una giovane regista alla ricerca di un produttore per un film che racconti l'epopea di Berlusconi e il declino a cui ha portato il paese. Il rischio di uno sterile parlarsi addosso, con il giochino delle citazioni e dei camei illustri, è grande, ma la autoreferenzialità, pur notandosi, non disturba. Il difetto principale degli spezzoni di film trash diretti dal protagonista (un bravissimo Silvio Orlando) è che sono lunghetti e non così spassosi, ma la cornice permette di dire in modo trasversale cose importanti ("Da dove vengono tutti questi soldi?") evitando la petulanza di chi è già ideologicamente schierato. In questo senso la critica al potere di Moretti è lucida e ben condotta, anche se marginale al racconto, imbevuto di personaggi che comunque ne escono indenni, parlano ogni tanto del presente ma non si sporcano direttamente le mani. Il film finisce infatti per sbilanciarsi verso le strade rodate di un capolinea affettivo, di cui volutamente si tacciono le cause e messo in scena solo nelle conseguenze. Anche in questo caso la scelta stilistica è ammirevole, ma il rischio di una leggerezza e di un dolore costruiti a tavolino è sempre nell'aria. Così come appare un po' superficiale la descrizione dei meccanismi produttivi dell'ambiente cinematografico e troppo calcata la piacioneria dei bambini. Ma con Nanni Moretti è così: prendere o lasciare. E nell'asfittico panorama contemporaneo trovare un artista capace di esporsi a suo modo, con antipatia, coerenza e decisione, è cosa comunque preziosa. Del resto, come dice lo stesso Moretti, anche attore, "chi sa sa e chi non sa non vuole sapere", quindi inutile pensare che un film debba mostrare ciò che è già, da tempo, sotto gli occhi di tutti. Anche se... Luca Baroncini “Questo è un film d’azione!” Nanni Moretti tenta il colpaccio con un’esondazione pubblicitaria fatta di “ossimorici” silenzi, invadendo con l’incedere dei lanzichenecchi i mass-media: come sempre però, il rischio delusione è in agguato, e sembra proprio che Il Caimano morettiano non sia stato risparmiato dalle malefiche falciate dovute alle eccessive aspettative. Teoricamente dovrebbe essere un’analisi sull’Italia dell’era del presidénte proveniente da Arcore e sulla noia ampollosa del triste Stivale negli ultimi decenni. Tutto questo circondato dalla spigliata storia di una sceneggiatura cattiva e indagatrice, che al grido di “Da dove vengono tutti questi soldi?” avrebbe dovuto mettere a nudo Il magnate italiano. Punzecchiature varie avrebbero dovuto animare alcuni brevi interventi ironici sul mondo del cinema, su quel tipo di produzione di qualità mediocre sulla quale ormai il made-in-Italy sembra essersi afflosciato come un soufflé maltrattato. Ci sarebbe piaciuto non poco un film così “bastardo” ma –ahinoi- Moretti forse non centra propriamente l’obiettivo. Dopo un inizio sfolgorante, in cui si susseguono idee brillanti (assolutamente memorabile tutta la sequenza in cui le parole della sceneggiatura si trasformano in visionarie immagini nella mente di Bruno, il produttore protagonista), il motore si inceppa e la storia si impantana nella melma di un’ironia che a lungo andare stanca e distrugge. Deridere il cinema medio italiano poteva essere una trovata non da poco, ma dedicarvi l’intera parte centrale del film, quella più consistente, appare forse eccessivo. Moretti ci propina ancora una volta la storiella della famiglia distrutta, fra crisi coniugali in questo caso trasognate, dolci e allo stesso tempo dolorose, e bambini meravigliosi, stavolta piccole vittime silenziose di una situazione difficile, che reagiscono trasformandosi in infanti-fachiri che camminano sui mattoncini Lego. Oltre a perdersi nei meandri delle beghe del piccolo mondo quotidiano (mentre Faenza è temibilmente in agguato: la Buy che urla al telefono dopo aver trovato il maglione stracciato è la stessa identica Buy che si scagliava contro il marito traditore ne I giorni dell’abbandono), Moretti mette nel carrello della spesa tutto ciò che gli passa per la testa, dalle lesbiche, all’Olanda, all’attore “piacione”, al produttore polacco che ha fatto carriera… Inutile dire che l’intera pellicola perde di vigore e di credibilità, gli spezzoni legati alla produzione del film “Il Caimano” sono sempre più sporadici e alla fine quasi fuor di luogo, gli interventi documentaristici del “vero” Berlusconi sono imbarazzanti come la prima volta che li avevamo visti in televisione, la stretta al cuore è pressoché inevitabile (così come il desiderio di espatriare). Eppure Moretti nel finale con una cabrata portentosa si riporta a livelli decisamente alti, dedicandosi ad un autentico exploit visionario che affascina non poco. Lampi di fuoco si ripercuotono dietro alle spalle del Caimano alla fine del suo processo, un Caimano dalle morettiane fattezze che si parla addosso. Peccato dunque per una sezione centrale forse troppo monotematica che non permette di inquadrare al meglio il percorso narrativo e analitico della storia; quel che consola è che però nella memoria restano le immagini forti e vigorose della cassa piena di soldi che cade dal cielo, del pavimento coperto di lettere di ammiratori, delle risate false e sguaiate del Caimano, dell’arringa finale di un uomo senza più credibilità che si lancia nelle solite chiacchiere vuote. Moretti, mentre canta a squarciagola in macchina (citazione lampante a La stanza del figlio) e contemporaneamente si lancia in uno sfogo logorroico, si pronuncia: “E’ sempre il momento di fare una commedia”. Forse è vero, forse no. Quel che è certo è che per insistere troppo sul tema della commediola all’italiana, abbiamo perso quello che poteva essere un grande film.. Priscilla Caporro |
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Il grande caimano e l’apocalisse del senso. Il cinema non sposta i v(u)oti. [A caldo, caimano cotto e mangiato]
Mauro F. Giorgio A ragion veduta Ne Il caimano, come in Aprile, Moretti coniuga il versante intimista a quello pubblico avvalendosi, in questo caso, del ricorso alla fiction, laddove in Aprile era il suo privato personale a venire in gioco; è arguto il discorso sull’Italia attuale affidato alla descrizione della piccola umanità che circonda i protagonisti, piccoli anch’essi, e sul luogo comune antiberlusconiano (il personaggio della Trinca) che diventa vuoto ritornello (la prima apparizione di Moretti la dice chiara sulla posizione dell’autore) che non serve a niente: chi voleva capire ha già capito e chi non ha capito non capirà più (/non vuole capire). Moretti, come nel film del 1998, sembra voler sferzare più certa sinistra [la critica a destra è, per così dire, già data e la si affida più al repertorio – l’episodio “del kapò” dà la nausea - che al film (nel film) Il Caimano] che sottolineare lo scatafascio (allora ancora da venire) dell’Italietta di stampo forzista. Luca Pacilio Un film berlusconiano Non crediamo di offenderlo, se qualifichiamo il regista di questo film come "intellettuale". Si dà il caso che un vezzo degli intellettuali sia quello di scambiare i propri fantasmi, le vanità, le idiosincrasie, per questioni nevralgiche e universali; in Aprile Moretti aveva già manifestato una certa confusione, parendogli che la vittoria del cosiddetto centrosinistra alle elezioni fosse una rivoluzione positiva per il paese come la nascita di un figlio lo era nella sua vita. Hans Ranalli La seconda volta Il Caimano, pregi e difetti di Nanni Moretti, si presenta come opera interessante solo alla seconda lettura: il regista gira un film medio italiano – non è un complimento – soffermandosi a lungo sulla vecchia, stantia, sorpassata crisi coniugale. E allora? La questione è che i battibecchi tra Orlando e la Buy, le rivoltanti scene madri con il maglione fatto a pezzi o il concerto interrotto, la tenera saggezza dei bambini pienamente odiosi (ci guardano, ovvio), la sequenza imbarazzante delle auto che si sorpassano a vicenda sono momenti semplicemente stupidi. Troppo. Da qui il dubbio: Moretti forse ci fa. Ossia: la pellicola sembra voler illustrare, con la pervicace saggezza del teorema, quanto può essere stereotipato, pusillanime, indecente, insomma brutto il “film italiano” dell’epoca corrente – Pacilio nota una curiosa assonanza scenica con I giorni dell’abbandono, ovviamente casuale ma forse non così aliena a livello narratologico. Seguendo il filo, Il Caimano gioca dunque, divertendosi, sul contrasto tra la grigia ordinarietà del nostro cinema e la straordinarietà dell’intento del suo protagonista, non a caso un fallito, nel girare un film su Silvio Berlusconi. A mostrare il contrasto con l’intento di Bonomi, in questa lettura, non sarebbe quindi lo spassoso squarcio di B-movie lanciato in apertura, bensì l’opera stessa: il film nel film berlusconiano acquista le sue stimmate di impresa solo in contrasto con la diffusa medietà che popola Il Caimano di Moretti. A rinforzare questa teoria interverrebbe inoltre la scelta onirica, molto morettiana, di deviare repentinamente la realtà nelle spire dell’immaginazione, ritagliando notevoli momenti di puro quadro visivo: qui l’opera affonda le sue più nobili spadate, tematicamente lontano ma nell’intento affine a Buongiorno, notte, sfidando il tabù, coltivando lecitamente la licenza di partire dal dato politico reale (Moro, Berlusconi) per poi dibattersi liberamente nelle braccia del fantastico. Carte in tavola, il film pesca i momenti migliori nel suo detour – fin troppo trattenuto – in territori di sogno che, seppure segnati da lampanti ossessioni (la provenienza dei soldi del caimano), evocano una logica coerente, nella sua stravaganza addirittura compatta, dolcemente imbevuta di un impeto paradossale (il danaro cade letteralmente dal cielo). Non si sottovaluti inoltre la lunga sequenza finale, in cui Moretti rischia apertamente la sputtanata mettendoci la faccia - il culto della personalità dell’autore è dietro l’angolo – ma ormai non è più neanche Berlusconi bensì l’idea di Berlusconi, volendo chiaramente suggerire una possibilità, l’ennesima deviazione metaforica passando per una solare suggestione teatrale (il tribunale è palcoscenico – non a caso, sul set, abbiamo assistito alla sua costruzione -, con tanto di spalti, la condanna una grottesca recita a soggetto). Allora: Il Caimano è un brutto film o fa il brutto film? Non che la differenza sia abissale, certo, tutto resta largamente irrisolto, sicuro, ma rispetto all’odiosa furberia de La stanza del figlio, volgarissima rincorsa della lacrima pacchiana per calcolo e malafede, stavolta Nanni semina il germe del dubbio. Mai stato un genio questo regista, che si è sempre proposto più come acrobata della crisi che puro animale da cinema; lo evidenzia il fatto che, anche ai tempi d’oro (dicono), le sue uscite più amate (prendiamo Ecce Bombo) sono etimologicamente da considerarsi più cult che realmente riuscite. Malgrado tutto, però, ingiusto sarebbe accomunarlo alla sciagurata nuova scuola dei Faenza e Comencini, laddove Moretti sugli sfigatissimi colleghi allunga perlomeno l’ombra della parodia. Emanuele Di Nicola …(Ri)conoscenze… …la poetica del dettaglio, del particolare come unica
risposta estetica, eidetica e morale “differenziale” all’imbarbarimento
culturale che stiamo scontando e vivendo… Manuel Billi |
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lettori
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Stefano Selleri 6 |
Daniele |
Manuel |
Luca Baroncini 7 |
Mauro F. Giorgio 7 |
Luca Pacilio 4 |
| Hans Ranalli 4½ |
Emanuele Di Nicola 6 |
Niccolò Rangoni 6 |
Priscilla Caporro 6 |
Stefano Coccia 7½ |
Matteo Catoni 7½ |
| Alessandro Baratti 4½ |
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