BROTHERS OF WAR - Sotto due bandiere
 (Taegukgi hwinalrimyeo)

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REGIA:    
KANG Je-Gyu 

PRODUZIONE:  Corea del Sud   -   2004   -   Guerra

DURATA:  143'

INTERPRETI:
Won Bin, Jang Dong-Kun, Kong Hyeong-jin, Young-Shin

SCENEGGIATURA: Kang Je-gyu

FOTOGRAFIA: Hong Kyung-Pyo

MONTAGGIO: Choi Kyeong-hie

MUSICHE: Lee Dong-jun

SITO WEB

Trama

Dopo il macabro ritrovamento di ossa umane compiuto, ai giorni nostri, da un gruppo di archeologi coreani, si sviluppa un lungo flashback che illustra il legame tra quelle ossa e una serie di tragici eventi. Ne furono protagonisti due fratelli, partiti per il fronte nelle fasi iniziali della sanguinosa Guerra di Corea.

Recensioni

 

 

 

Fratelli coltelli

Ripescato da noi in bassa stagione, Tae Guk Gi è stato fino ad oggi il film di maggior successo commerciale mai realizzato in Corea del Sud, con circa 10 milioni di biglietti venduti. Nei cinema italiani arriva, al solito, con un po’ di ritardo, dopo esser stato presentato nel 2004 al Far East Film Festival, dove ha anche raggiunto la seconda piazza di un podio importante, quale è a nostro avviso il Premio del Pubblico tradizionalmente assegnato a Udine. Il film di Kang Je-gyu, distribuito nelle nostre sale col titolo internazionale Brothers of War, può in realtà risultare indigesto per più di un motivo. Pur collezionando momenti di sicura presa popolare, un kolossal bellico pretenzioso come questo, che poggia le sue dinamiche spettacolari su una sceneggiatura schematica e a tratti superficiale, non può che apparire gonfio di retorica. Irrita in primo luogo la faciloneria con cui viene rievocato il dr amma della Guerra di Corea, sanguinoso e devastante conflitto civile in cui il susseguirsi degli eventi venne più volte orientato dalle decisioni di potenze straniere. Qui, invece, lo sfondo storico si assottiglia paurosamente, per dare spazio ai differenti destini di due fratelli che nel ’50 partono verso la linea del fronte, andando incontro a vicissitudini che rischieranno di trasformarli profondamente; fino a creare le premesse di contrasti insanabili, per i quali è facile prevedere un esito tragico. Questo percorso iniziatico, purtroppo, è costellato da trappole emotive d’ogni tipo, associate a semplificazioni psicologiche, in base alle quali i personaggi scadono a pretesto per rappresentare le drammatiche conseguenze di comportamenti deviati e scatti d’orgoglio, di insopportabili crudeltà e sentimentalismi parimenti inopportuni.
Il problema è che la divisione delle due Coree continua a scatenare, ad un livello più generale, reazioni emotive difficilmente controllabili. Di qu esto sembra approfittare alla grande lo smaliziato Kang Je-gyu, che già nel precedente Shiri, thriller fantapolitico non meno fracassone e reazionario, aveva esposto le sue credenziali, che potremmo anche riassumere così: saper convogliare tematiche scottanti e controverse in un blockbuster dal robusto impianto spettacolare, capace di catturare l’attenzione attraverso quelle soluzioni narrative la cui matrice populista sembra fare più effetto sulle masse.
Consola, in parte, che un altro storico successo di pubblico del cinema coreano, focalizzato, ma da una diversa angolazione, sul tema della Corea divisa, porti la firma del grande Park Chan-wook. Non è perciò un mistero che rispetto a Tae Guk Gi sarebbe stato preferibile recuperare, per una pur tardiva distribuzione, lo splendido Joint Security Area, che il regista coreano realizzò ancor prima della ormai celebre trilogia della vendetta. Ancorato ad una regia più “classica”, fors e non brillante come nelle opere successive ma funzionale allo scopo, il film di Park Chan-wook narra di un incidente di confine tra pattuglie nemiche, con successivo processo e difficoltosa ricostruzione della verità. Ottima la resa del clima da guerra fredda, in cui la responsabilità dell’accaduto risulta di difficile attribuzione, mentre tanto ai militari della Corea del Nord che a quelli del Sud l’autore sembra concedere un interesse sincero, volto alla ricerca dei più sottili risvolti umani. Ecco, pur non approdando a vere e proprie demonizzazioni, in Tae Guk Gi la rappresentazione dei Coreani del Nord produce comunque un’impressione fastidiosa, per cui si osservano di sfuggita soggetti stereotipati, robotici, buoni solo ad obbedire agli ordini, incapaci di esprimere un sentire complesso e realistico. In una sola parola: il nemico.
Nella povertà di scrittura del film rimane allora l’onnipresenza del fango quale nota dominante, grigia allusione ad una morte costantemente in agguato, tra le esplosioni e i proiettili vaganti. Ed una simile pretesa di realismo sembra imitare, nella violenza di combattimenti filmati con scelte fotografiche coerenti e apprezzabile dinamismo della macchina da presa, le scelte estetiche di Salvate il soldato Ryan. Ma il compitino viene svolto senza particolare brio, raccogliendo più i difetti che i meriti del film diretto da Spielberg.

Stefano Coccia

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