BROKEN FLOWERS
(Broken Flowers)

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REGIA:    
Jim JARMUSCH

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2005   -   Commedia

DURATA:  106'

INTERPRETI:
Bill Murray, Sharon Stone, Jeffrey Wright, Frances Conroy, Jessica Lange, Tilda Swinton, Julie Delpy, Chloe Sevigny, Heather Alicia Simms

SCENEGGIATURA:
Jim Jarmusch

FOTOGRAFIA:
Frederick Elmes

SCENOGRAFIA: 
Mark Friedberg

MONTAGGIO: 
Jay Rabinowitz 

COSTUMI: 
John A. Dunn

SUONO:
Robert Hein

MUSICHE: 
Mulatu Astatke

SITO WEB

Trama

Don Johnston, eterno scapolo appena lasciato dall’ennesima fidanzata, riceve una lettera misteriosa.

Recensioni

 

 

 

Poveri Fiori

Il ticchettio di una macchina da scrivere, oscuro orologio che ferma e riavvolge il nastro del tempo. Una lettera viene imbucata: ne seguiamo il percorso, tappa dopo tappa (un prologo hitchcockiano), fino all’indirizzo del protagonista, casanova decaduto stancamente narciso (la sua compagna sta per andarsene e lui guarda – per l’ennesima volta, senza dubbio – il DON JUAN di Korda). Don scopre di avere avuto da una delle sue fiamme (chissà quale) un figlio, ormai ventenne, che lo sta cercando. Don Giovanni individua la nebulosa possibilità di una seconda giovinezza, di un affetto rigenerato: diventa Faust, inizia un pellegrinaggio. Don pedina i fantasmi del passato, sperando di essere a sua volta pedinato (le frequenti immagini dello specchietto retrovisore), ma non trova che un mondo di donne tenere e feroci, vendicative e devastate, un gineceo nutrito di letteratura (la ninfa e la ninfetta, l’interprete e lo Stregatto), popolato da creature che non esistono più o che possono esistere soltanto come fantasticheria (non casualmente il bouquet più sontuoso finisce su una lapide). Don, spettatore della vita (l’inquadratura che lo mostra di spalle al balcone, intento a osservare il traffico nella luce livida dell’alba), sa di avere poche speranze di chiudere felicemente la propria caccia all’uomo, ma non può accettarlo: è pronto a pagare con l’isolamento (la follia?) un momento di paternità (l’ultimo viandante, nella sua fugacità, richiama la sagoma indefinita con cui si chiude SOTTO LA SABBIA di Ozon). Jarmusch affronta la tragedia di Don con spirito lieve e limpida malizia, optando per una regia essenziale che mette in primo piano l’irreprensibile prova del cast (Murray è il solito prodigio di sfumature, ma le sue ragazze – su tutte una difficilmente riconoscibile Swinton – non sono meno impressionanti). Incantevole miniatura.

Stefano Selleri


Storia di fantasmi

Straordinaria prova di Jarmusch che, dietro il gentile sembiante della commedia, posa un occhio inumidito sulla disperata solitudine dell’uomo: malgrado un attacco vagamente compiaciuto (il DON GIOVANNI passa in Tv) il cineasta aggira dolcemente la truffa del film murraycentrico – un vero e proprio genere, ultimamente –  e dirige uno straziante concerto di spettri. Donne, che il protagonista reincontra dopo anni, già morte (in un caso letterale) che risorgono fugacemente per incrociare appena il suo binario e perdersi per sempre; seppure una galleria di caratteri, inchinata alle ragioni di quattro grandi attrici, questa è tanto intimamente acuta da suonare le corde del cuore (il devastante duetto Murray-Stone rimane dentro), formando elegantemente un brumoso tramonto senza speranza. Nostalgia, rigidità, ostilità o semplicemente follia: il viaggio di Don attraverso quattro tipi/topoi s’infiltra nelle sezioni dell’anima, singole parti di sé stesso, lucidando l’albo dei ricordi con la scarna petulanza del fallito. La sua ossessione femminile, gli umori travolgenti sopiti dalla maschera facciale, frammenti sparsi di memorie sono resi da Jarmusch con lucida ironia, rigirando senza tregua il coltello nella piaga (il cromatismo simbolico si fissa sul rosa), tirando misteriosamente le fila negli spaccati onirici splendidi e sfuggenti. La clamorosa sequenza finale, un colloquio beckettiano che dice della suprema maestria dell’autore – in un film tematicamente affine a DON’T COME KNOCKING di Wenders è ormai palese l’abisso fra i due (basti il diverso impiego della Lange) -, cala per rammentare che il cuore della vita umana è il disordine. Nessuno sguardo indietro porterà una goccia d’acqua a fiori da tempo appassiti.

Emanuele Di Nicola


Fiori rosa per te…

Immaginare di essere una lettera. Seguire, dall’interno della propria busta, i vari passaggi che compiono i prodotti postali nei punti di scambio. Scopriremo solo in seguito perché proprio da un ufficio di avviamento postale comincia la nostra avventura on-the-road al seguito del protagonista di BROKEN FLOWERS. Jim Jarmusch, calibrando con maestria momenti di dialogo e silenzio, intervallati da interventi formulari mai tanto piacevoli (la musica nell’auto all’inizio di ogni tappa, lo sguardo alle case e al quartiere che circonda l’abitazione a cui si deve arrivare), definisce con leggeri colpi di scalpello il mondo distaccato eppure fortemente emotivo di Don, rubacuori a fine carriera, ormai costretto a rimanere ore e ore seduto sul proprio divano come un peluche abbandonato. Sorridono di amara dolcezza i diversi momenti del viaggio che compie l’ex-playboy alla ricerca di quella verità improvvisa e sferzante che attraverso dei caratteri rossi stampati su carta rosa ha destabilizzato la sua vita: la scoperta, dopo vent’anni, di avere un figlio (peccato che non sappia chi sia la madre). Il viaggio diventa quindi uno specchio malinconico sulla solitudine dell’uomo e sulla sua incapacità di costruire legami sinceri: Don piomba per poche ore nelle vite delle sue ex-amanti e ne osserva con sguardo incredulo i cambiamenti (il più estremo: l’hippie trasformata in elegante signora inserita nel commercio di prefabbricati di lusso). Unici punti fermi del viaggio: la strada e dei fiori rosa. Un colore, il rosa, che ritorna continuamente all’interno della pellicola, ironico confronto fra il colore della tenerezza e un mondo, quello che attraversa Don, che di tenero ha davvero poco. Ciononostante, Don prosegue il suo cammino con il suo sorriso mestamente sincero e il cd masterizzato di musica etiope che gli ha regalato il vicino di casa, amico e investigatore improvvisato: è un continuo rapportare la misura del viaggio alla domesticità di alcuni momenti e di alcuni suoni, confrontando dunque costantemente la quotidianità che si consuma lontano da casa al cambiamento lento e quasi provocato volontariamente dal protagonista in seguito alla scoperta dell’esistenza del figlio. Un cast incredibilmente ricco eppure adatto a rimanere nella dimensione del personaggio di nicchia (le amanti sono poco più di una comparsa), aiuta nel plasmare la realtà dai tratti forse solo leggermente alterati della provincia americana nelle sue forme più diverse: la forza di Jarmusch però sta nel non soffermarsi sulle problematiche sociali delle diverse situazioni economiche che incontra Don nel corso del viaggio, ma nel cercare di liberare dalle bende che lo stringono le diverse personalità umane, sottolineandone e mettendone in luce anche i tratti stereotipati, costituendo così un quadro realistico e in continuo movimento, come i fiori in casa di Don, che da esemplari pieni di petali rosa, cominciano a perdere il loro fascino floreale fino a perdersi in un romantico e struggente appassimento.

Priscilla Caporro

Commenti

 

 

Fiori di Carta

Che l'importante non sia il punto di arrivo ma il viaggio sarà anche vero. Il problema del film di Jim Jarmusch è che l'on the road dell'uomo in visita ai vecchi amori, per trovare la madre del figlio che non sapeva di avere, potrebbe non finire mai oppure esaurirsi dopo pochi minuti. In ogni caso, non regge le due ore di proiezione. Anche perché ci si trova costretti a subire i non così coinvolgenti crucci esistenziali (silenzio e immobilità) di un ex dongiovanni miliardario. Certo, le dinamiche umane imbastite nella sceneggiatura sono universali, il bilancio di una vita può pesare indipendentemente dalla classe sociale di appartenenza, ma l'ennesimo uomo arrivato, che si ritrova solo e depresso a passare intere giornate davanti a un enorme schermo al plasma, non offre così tanti spunti di interesse. E nemmeno di riflessione. Di lui sappiamo poco. La rogna è che non vorremmo saperne di più. Non aiuta lo sguardo catatonico di Bill Murray (improbabile sciupafemmine), che da quando ha trovato il successo smettendo di recitare ("Lost in translation") non molla più la faccia sorniona e l'espressione di forzato distacco. Il suo fiacco vagare per un'America ben lontana dal sogno si fa spesso allusivo, ma le cinque tappe della sua via crucis non illuminano granché. La provincia poco allegra e i matrimoni infelici sono cose risapute. Non basta un approccio fintamente spontaneo per rendere la casualità della vita. Un calcolo è sempre evidente e tutti gli episodi, pur nella diversità dei caratteri femminili, finiscono per uniformarsi a una regia che impone il grottesco anche dove, magari, la vita avrebbe scelto altrimenti. Un minimalismo che si fa maniera affidandosi a un andamento stralunato tutt'altro che genuino. Poi, per carità, l'insieme è piacevole, la sfilata di attrici brave e belle allieta occhi e spirito, le professioni dei personaggi femminili (ordinatrice di armadi, comunicatrice animale) sono esilaranti e la colonna sonora "etiope" è strepitosa, ma la sensazione di una  verità profonda celata dietro all'apparente vacuità di gesti quotidiani diventa ingombrante e finisce per prendere il sopravvento. Invece, a volte, il poco è poco. E resta tale.

Luca Baroncini

Spazio lettori

 

 

I fiori di Jim sono appassiti?

In alcune delle pellicole precedenti di Jim Jarnusch il ritmo lento che scandisce episodi teneri o assurdi o pervasi di un umorismo stralunato riesce a creare un’atmosfera ipnotica e straniante, in cui il trito cliché del Viaggio viene trasfigurato nella dimensione del percorso iniziatico (pensiamo al Samurai nero di Ghost Dog, o al lugubre viaggio del contabile William Blake – sic! - in Dead Man). La raffinatezza della scelta della musica che accompagna gli eroi nella loro epopea serve in maniera perfetta le esigenze narrative riuscendo spesso a creare un’alchimia emotiva perfetta tra suono ed immagine.
Dato che Jarnusch dà il meglio di sé quando riesce a mutare in oro la materia sordida della marginalità, della violenza e dell’assurdo, forse è comprensibile che, lavorando ad una commedia sentimentale (peraltro scritta male e del tutto priva del minimo approfondimento psicologico) si trovi a disagio, annaspi subito e dopo mezz’ora di pellicola sia già con la testa sottacqua. Anche con questa premessa, Broken Flowers, è talmente diverso dai lavori precedenti che preferiamo pensare sia stato girato sotto effetto dell’alcol o da un omonimo. Abituati all’intelligenza, abbiamo dovuto riscontrare furbizia; al posto dell’umorismo surreale, ci siamo imbattuti in gag abborracciate dieci minuti prima del ciack; abbiamo dovuto subire un film che per la sua imbarazzante mancanza di contenuti può solo essere definito nullo.
Ma veniamo alla storia: in una città americana, Don Johnston, sessantenne donnaiolo sul viale del tramonto e manager in pensione depresso apprende di avere un figlio dalla lettera apparentemente inviatagli da una sua ex: inspiegabilmente pungolato da un improbabile quanto tardivo istinto paterno, finirà per intraprendere un lungo viaggio alla ricerca della potenziale madre del suo ipotetico figlio. Viaggio che non sarà di alcun aiuto allo scopo ma che in compenso si rivelerà molto vario. Incontrerà, infatti, nell’ordine, una ninfomane alcolista con adolescente lasciva al seguito dall’originale nome di Lolita; una donna d’affari spenta e triste sposata ad un imbecille; una pazza convinta di parlare con gli animali; una Hell’s Angel che vive in una comune di trogloditi; la “piccola” Michelle Pepe, per sua (e nostra) fortuna è morta.
Non sono poche le ragioni di frustrazione mentre calcoliamo che interi minuti di pellicola se ne vanno su campi lunghi che riprendono parcheggi, autostrade e panorami americani inspiegabilmente uniformi: che cosa vuole esattamente questo tizio? Che cosa prova? Perché le sue donne sono tutte delle anormali? Perché piange sulla tomba di una persona che non vede da venti anni, e la cui esistenza in vita o meno è chiaramente un fatto accessorio? Perché Bill Murray non fa altro che guardare il vuoto? Quale significato profondo dovremmo trarne? Cosa fa credere a Jarnusch che la scena di un uomo che fissa un cartello di legno scrostato dalle intemperie possa avere un significato al di là di quello letterale? Perché invariabilmente un sessantenne spocchioso e sgradevole dovrebbe attirare l’attenzione delle ragazze più belle e più giovani? Che cosa ha spinto delle star come Sharon Stone e Jessica Lange a prestare le loro belle facce a questo pasticcio? Infine, anche capendo che il cinema indipendente USA versa in serie difficoltà economiche, perché dovremmo rassegnarci a vedere un film (anche scadente come Broken Flowers) trasformato in una televendita dove si fa spudoratamente pubblicità a capi di abbigliamento, automobili, vini e software?
Ma lasciatami anche dire che il nudo integrale della bella Alexis Dziena, i brani strumentali di Mulatu Astatke e There is an End dei Greenhornes possono giustificare almeno un paio dei sette euro dai quali ci siamo separati.

Mario Braconi


Stefano
Selleri

8

Emanuele
Di Nicola

Niccolò
Rangoni

Luca
Pacilio

7
Hans
Ranalli

7
Daniele
Bellucci

7
Alessandro
Baratti

8
Manuel
Billi

8
Priscilla
Caporro

7
Luca
Baroncini

Luigi
Garella

Stefano
Trinchero

Stefano
Coccia

7
Alberto
Zambenedetti

6
Fabio
Sajeva

     
 

 

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