VOLEVO SOLO DORMIRLE ADDOSSO
 

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REGIA:    
Eugenio CAPPUCCIO

PRODUZIONE:  Italia   -   2004   -   Drammatico

DURATA:  97'

INTERPRETI:
Giorgio Pasotti, Cristiana Capotondi, Faju, Marcello Catalano, Massimo Molea, Giuseppe Gandini, Jun Ichikawa, Mariella Valentini, Ninni Bruschetta, Ennio Sassi

SCENEGGIATURA: Massimo Lolli - Alessandro Spinaci

FOTOGRAFIA: Gian Filippo Corticelli

SCENOGRAFIA: Stefano Giambanco

MONTAGGIO: Marco Spoletini

COSTUMI: Cristina Francioni

MUSICHE: Francesco Cerasi

Trama

Il dottor Marco Pressi, giovane manager in un’azienda, è chiamato a tagliare 25 posti di lavoro su 90 dipendenti in un periodo di 3 mesi.

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Il meccanicismo delle emozioni

Questo esordio italiano, istintivamente accostato a MI PIACE LAVORARE della Comencini, si svincola in realtà dallo specifico del mobbing suggerendo una visuale lineare ed agghiacciante: oggi l’uomo è approdato alla completa identificazione con il suo stesso lavoro –sei ciò che fai- generando non più il classico appiattimento sul ciclo della routine, ma una vera e propria confusione della personalità. Il protagonista del film rivolge la sua frase-simbolo (Ti stimo molto) ai propri colleghi ma anche alla madre e alla fidanzata, e non lo fa (solo) per una deriva personale: è caratteristica l’assenza d’ogni possibilità di scelta, stante l’innesto filmico essenziale del cinico collega in crisi di vendite (Lei ha tempo per giocare a tennis e rompersi la mano) che sottilmente suggerisce la negazione dell’essere umano (dunque: l’essere disumano). Da qui il titolo del film: nel privato di Pressi amare e scopare coincidono, dove l’avverbio “solo” non è affatto dichiarazione di umiltà (ho bisogno solo di quello) ma una nitida limitazione della prospettiva (non sono capace di altro), che non nasce per (evidente) imposizione ma da un’evoluzione naturale dell’homo laborans. Come in TEMPI MODERNI il proletario, tanto avvezzo alla produzione seriale, manteneva il gesto dell’ingranaggio anche oltre le mura della fabbrica così si può inquadrare Marco Pressi: una missione da killer aziendale l’ha condotto alla totale spersonalizzazione, impossibile da relegare tra quattro mura lavorative e quindi trasportata in quelle domestiche, nell’i(n)terazione con la donna e conseguente scappatella. La sua mente è un’intelligenza artificiale infetta da plusvalore meccanico: si muove roboticamente, senza nulla che lo scuota, non la lingua di una prostituta stampata sul finestrino dell’auto (una sequenza torva ed allucinata che adeguatamente rompe l’indugio del reale), figurarsi la fidanzata (non) ufficiale. Nel finale, che sembra virare finalmente sul dato umano (un ufficio addobbato per Natale, una telefonata non più rimandata), qualcuno ha visto uno scioglimento ottimista che mi pare solo apparente: la voce off racconta di un movimento circolare del tempo, un ufficio dopo l’altro (dopo l’altro, dopo l’altro...), la convenzione vince la convinzione, l’involucro uomo continua ad essere encefalogramma piatto perennemente inquadrato di spalle. Domani è lo stesso giorno.
Se le RISORSE UMANE sono lontane, se alcuni spaccati del privato corteggiano lo stereotipo, se gli incontri di Pressi con i dipendenti rischiano (/raschiano) la galleria dei caratteri, se il cast allunga una parvenza televisiva tuttavia Cappuccio, costringendo all’angolo pomposità e retorica (da sempre sorelle della malafede), tenta di indorare la pillola con silente ironia (il cameo di Freccero) e, celandosi tra estemporanee variazioni di registro (dal dramma al melò), invero raccoglie energie per sferrare il colpo letale sotto la cintura. Un’interessante sottigliezza che ci lascia doloranti.

Emanuele Di Nicola

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Per mancanza di fondi dovuta ad un significativo calo delle vendite, Marco Pressi, formatore di venditori in una multinazionale francese, riceve l’incarico di ridurre drasticamente il personale aziendale di venticinque unità in poco meno di tre mesi.
Se raggiungerà il target aziendale, la sua carriera riceverà un’impennata, tra promozioni, bonus, privilegi e quant’altro. L’alternativa implicitamente ventilata è il licenziamento.
La metamorfosi (quasi) kafkiana da formatore a squalo aziendale è inevitabile e repentina, sebbene non accettata fino in fondo da Marco e comunque vissuta con dubbi e lacerazioni ben dissimulati.
Da manager benvoluto, stimato e rispettato, Marco si trasforma suo malgrado in killer di personale osservato con rabbioso timore da ogni angolo di corridoio.
Parallelamente la sua vita affettiva naufraga in disastri più o meno annunciati, trovando una temporanea ed effimera svolta tra le braccia di una prostituta di colore, mentre la colf sudamericana lo apostrofa con un tragicomico “Hombre De Mierda” tra una pulizia e l’altra nel suo trasandato disordinatissimo appartamento.
Il pochissimo tempo libero che il suo nuovo spietato incarico gli concede, Marco lo trascorre stancamente e senza slanci tra un amplesso e l’altro, attorniato da persone per cui non prova alcun interesse. Insomma, Marco più che vivere, si lascia morire di noia (e non a caso la sua giovanissima e vitale fidanzata – interpretata dall’ormai onnipresente Cristiana Capotondi – lo ha soprannominato “El Muerto”).
Marco Pressi-la pressa-umana passa in rassegna con agghiacciante meticolosità tutti i possibili candidati al licenziamento, promettendo loro allettanti “trattamenti di fine rapporto” fino al prevedibile quanto paradossale epilogo.
Il regista trae spunto dalla sceneggiatura per delineare una composita umanità che scade spesso nel “macchiettismo” (la donna in fin di vita, il napoletano “inguaiato”, il dipendente dalla zelante ottusità, la giovane segretaria delusa, il collega milanese “lavoro-solo-mi-vai-a-vendere) mentre i tormentoni segnano la storia in una sorta di tragicomico Leitmotiv (“Ti stimo moltissimo” la frase che Marco ripete come in trance a tutti i suoi colleghi, oppure “Niente progetti: solo desideri e obiettivi… People first” le vuote frasi standard ipocritamente adottate dal sistema aziendale per la formazione del personale, o anche “Complimenti”, parola che Marco durante le lezioni al personale esorta a rivolgere a colleghi e dipendenti per gratificarli e incentivarli a produrre di più).
Il dignitoso film di Eugenio Cappuccio è al contempo onesta denuncia e feroce satira del mondo del lavoro contemporaneo, in cui la sfrenata competitività e le spietate leggi di mercato soffocano l’essere umano, riducendolo a numero senza valore (emblematica l’inquadratura del monitor sulla scrivania di Pressi che riporta come screen-saver il numero aggiornato di dipendenti da “segare”).
I dirigenti vengono rappresentati alla stregua di feroci squali (il collega milanese stakanovista, il direttore francese con moglie snob e figlio che sorride a comando, la cinese inesorabile – in una connotazione macchiettistica ma verosimile)
Giorgio Pasotti, reduce da importanti ruoli televisivi, che lo hanno reso popolare al grande pubblico, approda al cinema con ottimi risultati… Complimenti!

Annalisa Ghigo


Emanuele Di Nicola
6

Luca Baroncini
7

 

     
           
 

 

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