THE VILLAGE
(The Village)

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REGIA:    
M. Night SHYAMALAN

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2004   -   Thriller

DURATA:  120'

INTERPRETI:
Joaquin Phoenix, Bryce Dallas Howard, William Hurt, Sigourney Weaver, Adrien Brody, Judy Greer, Michael Pitt, Cherry Jones, Jayne Atkinson, Celia Weston, Brendan Gleeson

SCENEGGIATURA:
M. Night Shyamalan

FOTOGRAFIA:
Roger Deakins

SCENOGRAFIA: 
Tom Foden

MONTAGGIO: 
Christopher Tellefsen

COSTUMI: 
Ann Roth

EFFETTI SPECIALI:
Steve Cremin

MUSICHE: 
James Newton Howard

Trama

Alla fine del XIX secolo gli abitanti di un piccolo villaggio vivono isolati sulle colline, nel terrore delle creature innominabili che vivono nel bosco adiacente. Le creature hanno sempre convissuto pacificamente con gli abitanti del villaggio a patto che loro non entrassero nel bosco ma un giorno iniziano a dare segni di ostilità.

Recensioni

 

 

 

Valicare il confine del visibile

La prerogativa del cinema di Shyamalan sembra essere quella di instillare l’inquietudine attraverso l’esibizione di segni di presenze estranee al quotidiano, per lo più oggetti poco o mai visibili che spesso si configurano come un grande nulla, una terrificante assenza in grado di sconvolgere il corso dell’esistenza della comunità di persone su cui si abbattono. The village non fa eccezione, esplorando il territorio di una comunità isolata per la quale a produrre terrore e paranoia è la stessa idea dell’esistenza di qualcosa d’altro all’infuori della comunità stessa. Il film esibisce proprio l’incombere di questo “fuori” esplorando il territorio di confine che separa la porzione di spazio comunemente designata come realtà da quella sorta di enorme buio psichico dentro il quale si nasconde l’annientamento dell’esistenza, quella materia avversa alla vita comunemente designata come Il male. L’immagine chiave del film è proprio quella della sottilissima incarnazione fisica di un confine (i pali di legno e le torce) che, non presentando alcun tipo di recinzione, amplifica all’infinito la possibilità di infiltrazione del male, evidenziando la sua natura prevalentemente mentale e funzionando proprio da strumento paralizzante per la mente prima ancora che per il corpo: il pensiero del male è l’arma in grado di repellere l’ingresso nel bosco e allo stesso tempo di annientare l’esistenza di ciò che è contenuto al di fuori del confine. Non a caso la salvezza del villaggio è affidata agli occhi ciechi di Ivy, al suo presenziare in quel “di fuori” ma continuando a preservarne la non-esistenza grazie alla non-visione. La componente cromatica del male (il rosso) rappresenta un punto cardine della sua struttura, affida il suo potere ad una caratteristica sensitiva in grado di compiere una violenza psichica sugli abitanti del villaggio, di seminare un terrore al quale si può rivelare immune la sola Ivy, l’unica persona in grado di esperire il territorio esteriore senza realmente varcare il confine visivo che protegge dal male gli altri abitanti. Shyamalan concepisce il set disseminandolo di segni che vanno a costituire un potentissimo confine visivo e mentale intorno ai suoi protagonisti, evidenzia l’essenza del set come territorio alieno dal reale e dalle sue leggi, uno spazio la cui funzione primaria è quella di estromettere i suoi abitanti dalla realtà per consegnarli al territorio di una finzione suprema in grado di fare le veci del mondo. Shyamalan affida ad Ivy la facoltà di spingersi fino al confine del set e di scavalcarlo, di esplorare lo spazio che contiene il film stesso  come succede al Jim Carrey di The Truman show, ma privando il suo personaggio della possibilità di trascinare con sé all’interno del set qualsiasi traccia della sua esperienza aliena e preservando la solidità della superficie che separa la comunità dall’incubo del reale, dal male insito nel territorio della non-fiction.

Stefano Trinchero


Il cinema come lo vede lui

Il pregio principale di M. Night Shyamalan è di non essere facilmente inquadrabile in un genere; si potrebbe, anzi, azzardare l’ipotesi che sia stato in grado di creare un determinato stile riconducibile alla sua figura e a nessun altro. Dai tempi del “Sesto Senso” c’è sempre stato un filo rosso che ha unito tutta la sua produzione e, che si apprezzino o no le sue opere, questo è innegabile. Con “The Village” prosegue il discorso rurale, iniziato in “The Signs”, che trasforma definitivamente l’ambiente geografico con il quale l’autore era abituato a cimentarsi, visto che abbandona la metropoli per ritrovarsi immerso in una verde campagna, circondata da un bosco con le immancabili entità maligne, dette “innominabili”, che minacciano la tranquilla comunità casa-chiesa-lavoro tipica di un’America che non c’è più. La convivenza forzata tra gli abitanti del villaggio e le creature malvagie è sempre appesa ad un filo, e la tensione è palpabile in ogni momento della vita quotidiana, nonostante gli anziani del villaggio facciano di tutto per convincere la popolazione che va tutto bene. Ma quando l’apparente tranquillità sarà spezzata da un evento tanto drammatico quanto inaspettato, qualcuno dovrà fare il gran passo e attraversare quel bosco per recuperare le medicine necessarie a salvare una vita; da questo momento in poi il velo della finzione inizia a lacerarsi svelando sotto di esso una realtà del tutto diversa da quella che avevamo immaginato. Il film è certamente curato sotto ogni punto di vista, dalle scenografie ai costumi, dal montaggio alla regia (che non ci priva d’ottime sequenze), ma il colpo di scena finale, che è elemento caratterizzante del cinema di Shyamalan, seppur interessante sembra gestito in maniera affrettata e non convince appieno nella sua manifestazione. Dopo un prologo ben curato e uno svolgimento appropriato, la conclusione non rende giustizia ad un insieme che era apparso convincente ed interessante, lasciando un po’ con l’amaro in bocca. Probabilmente il gioco del finale a sorpresa comincia a non sorprendere più di tanto l’occhio, oramai allenato, dello spettatore, o forse c’è bisogno che il nostro s’inventi qualcosa di nuovo per i suoi prossimi film, pena la prevedibilità scontata d’ogni futura visione delle sue opere. Nonostante tutto, una produzione più che sufficiente e con buoni spunti, dalle quale però era lecito attendersi qualcosina di più.

Matteo Catoni


Quaccherismo asterixiano

SIGNS evidenti che svuotano l’allegorica matrice fantastica: ormai più quacchero che umanista, Shyamalan affronta in modo innocuo la favola nera, ammantandola di Utopie fino ad evocare l’ingenuità di certi episodi della prima serie di Star Trek. Non c’è paura perché non c’è pericolo, e non c’è pericolo perché manca il mistero: tutto è AD OCCHI APERTI, le rivelazioni inattese assomigliano sempre più ad un vezzo (come il cameo che il regista si concede), soprattutto nel momento in cui minano il senso delle tematiche fin lì disseminate (affrontare le proprie paure; la violazione del proibito come peccato e coraggio; la fuga dal dolore che non vale il prezzo dell’innocenza; l’amore che vince la morte). Il soggetto è curioso (se solo avesse perseguito segnali esoterici e ritualistici, che racconto gotico sarebbe stato!), ma le carenze drammaturgiche lo vestono in modo sfatto: per la prima volta corale, Shyamalan perde sintesi e concentrazione, alterna il bozzetto caricaturale alla magniloquenza e rende imbarazzante l’appello alla tensione (anche etica) di fronte a personaggi che fondono René Goscinny e William Shakespeare. Amore e violenza (la scena dell’accoltellamento, nella sua soggettiva meravigliata, è potente) regalano le pagine più convincenti, ma crescono i nonsense in una sgarrata giustapposizione degli eventi, dove le cieche si comportano come se vedessero, allungano le mani verso suadenti (quanto pletorici) lirismi e sono terrorizzate senza motivo (lei nel bosco, prima di incontrare chi non dovrebbe esserci). I folli, deformità in un irreale quadro di anime candide, scuoiano nell’ignoranza generale (?) e sono gli unici depositari della violenza: la ferocia è appannaggio delle sole menti deboli? Tale colpo di scena tradisce il concetto dell’amore che crea dolore e poi violenza. La filosofia rustica e asservita alla sorpresa di Shyamalan trova l’archetipo ideale nell’impensabile verginità della guardia forestale nel finale.

Niccolò Rangoni Machiavelli


I limiti dell’orrore (cinematografico)

Ennesima occasione persa questo The Village per offrire un’opera di un qualche interesse da parte di un autore, Shyamalan, che confessiamo apertis verbis di non amare troppo e che non ha mai saputo costruire efficacemente un convincente discorso sulle radici delle nostre paure, giocando in maniera alquanto triviale su esili meccanismi di suspense e su un senso del mistero non solo (e non tanto) poco coinvolgente, ma oseremmo dire maldestramente congeniato.
The Village è una pellicola che vorrebbe presumere di fare leva sull’ancestralità della paura lavorando su archetipi ben definiti (il bosco, il “lupo cattivo”, il buio, la religio), cosa che la fa in qualche modo ascrivere al genere horror (ma conosciamo bene le notevoli astuzie registiche di Shyamalan nell’eludere qualsiasi ingabbiamento nei generi), sennonché sia per una superficialità d’intenti (l’isolazionismo rurale come antidoto contro l’urbanità di un mondo esterno crudele ed abietto, l’amore come principio salvifico universale) che per una sconclusionata tessitura tramica (che chiede fin troppe volte indulgenza alla consequenzialità logica della fabula e ad un tacito accordo narrativo con lo spettatore) che, altresì, per uno sconcertante utilizzo pedestre della m.d.p (debitore fino alla nausea di Blair Witch Project o, peggio ancora, La casa nella prateria), l’oggetto filmico finisce per essere un giocattolino testuale orrorifico che vorrebbe strutturarsi sull’inquietudine diffusa delle atmosfere, dei luoghi e dei personaggi, ma che si rompe subito allorquando lo spettatore comincia a riconoscere le numerose incongruenze che, come si è detto, fanno inceppare l’ingranaggio diegetico e inizia ad accorgersi della scontatezza delle sequenze sulle quali la libido scopica aveva fatto i maggiori investimenti. Non riteniamo sia sufficiente operare concettualmente sull’innominabilità delle fobie, sulla loro non definibilità al fine di generare stati di angoscia progressivi, funzionali ai codici del genere horror, se poi ci si perde lungo i sentieri della pre(-)vedibilità (termine non casuale) banalizzando i frame potenzialmente più adrenalinici (Ivy da sola nel bosco con la creatura (in)nominabile, il suo varcare l’invalicabilità di un confine psichico più che fisico, il suo dover esplorare i territori indiscernibili di un male necessario). Scontato appare anche il pur affascinante lavoro sui colori (unico elemento degno di una certa attenzione), tutti accesissimi e riconoscibilmente connotativi anche nei momenti di totale oscurità. Anche la moraluccia finale sull’agàpe che supera ogni ostacolo ci sembra ai confini di ogni filmica decenza.
E per concludere un cast magniloquente che se da una parte ci piace per una certa riconosciuta misura, dall’altra ci sorprende per troppo poco zelo attoriale che rischia di disperdere l’impatto della  rappresentazione nelle brume dell’anonimato.

Mauro F. Giorgio


Che sia bluff?

La forza di M. Night Shyamalan sta nell'abbinare soggetti originali e sfiziosi a uno stile avvolgente, fatto di ritmi dilatati e movimenti di macchina morbidi e suadenti. Si percepisce un'idea di cinema molto personale, in cui nulla avviene per caso, ma al sesto lungometraggio l'elogio dell'attesa, a cui il regista indiano ci ha ormai abituati, mostra segni di stanchezza, perlomeno nello spettatore. Il problema di "The Village", gia' evidente anche nel precedente "Signs", e' che l'effetto domina sulla sostanza. Poco male se il retrogusto mantenesse intatto il senso di meraviglia (come ne "Il sesto senso" e, almeno parzialmente, in "Unbreakable"), invece lo stupore ha una data di scadenza molto ravvicinata e si rivela incapace di garantire la necessaria sospensione di incredulita'. Gia' raccontare le premesse della vicenda diventa come sparare sulla Croce Rossa, perche' la narrazione inciampa quasi subito nelle incongruenze. C'e' un villaggio circondato dai boschi in cui gli ingenui abitanti, che non fanno nulla durante il giorno se non estenuanti riunioni consiliari, vivono nel terrore delle creature "innominabili" che popolano la foresta (dei claudicanti Grinch con la voce cavernosa). Nel momento in cui la violenza rovina l'armonia della vita comunitaria (non era mai successo in tanti anni, ma sono uomini o automi privi di pulsioni? E "Il signore delle mosche" non ha insegnato nulla?), la necessita' di medicinali fa nascere l'esigenza di uscire dal confino. Chi sara' il prescelto per la rischiosa e pioneristica impresa? Una ragazza cieca (che, pero', in piu' di un'occasione ci vede meglio di un dieci decimi)! Procedere ulteriormente raccontando stonature e inverosimiglianze significherebbe rovinare la sorpresa (comunque intrigante) degli sviluppi, ma sono troppi i momenti in cui la palpebra ha percettibili cedimenti e il nonsense prende il sopravvento. Si dira' che il tema della paura inconscia dell'ignoto e' forte e realizzato con fantasia, che il mistero genera pericolose ossessioni, che con il terrore si possono governare intere nazioni, e che il film lo dimostra con intensita', ma perche' piegare a una causa giustissima un racconto cinematografico, con regole ben precise e codificate? Il risultato e' comunque accattivante, ha il pregio di non fossilizzarsi in un genere e di indurre alla riflessione, ma la sceneggiatura non regge e le deduzioni a cui giunge peccano di superficialita'. La tesi da esporre finisce cosi' per produrre l'effetto di una maglietta indossata di due taglie piu' piccola: stringe il film fino a soffocarlo. Sottotono la recitazione degli attori, tra cui si distingue la volonta' di Bryce Dallas Howard e la schiena (perche' soprattutto quella ci viene mostrata) di William Hurt. Totalmente ingannevole il trailer, che 
promette piu' brividi di quelli elargiti (bello, comunque, l'inseguimento nel bosco). Il passaparola non giovera' al botteghino.

Luca Baroncini

Commenti

 

 

The Village Show: Un mondo perfetto

THE VILLAGE può sembrare una paurosa storia d’amore abbarbicata sui suoi protagonisti e musicata in tono vagamente pomposo e retorico: ma in realtà, dietro il tendaggio modaiolo, fa capolino una crudele teoria del rovesciamento, fulcro pensante nel cinema di Shyamalan, che della sua opera è allo stesso tempo summa ed esaltazione. Non si intenda però il mero dato tramico, bensì un lavoro profondo sull’archetipo, provocazione dritta alla radice di un cinema che, forse, non ha intenzione di prendersi sul serio.

Commedia
Il regista presenta l’amore come un seme piantato nel mondo rurale ma subito c’è qualcosa che non quadra: questo è un sentimento vissuto in negativo, dove Lucius non desidera Ivy ma teme per la sua incolumità, dove il rosso della passione è il colore della paura, dove la difesa si ammanta di giallo. Questa scelta grottesca è un primo elemento di scetticismo nel tessuto narrativo, che si affianca ad altri verso una direzione inequivocabile: in questo senso le punte scespiriane della sceneggiatura, che si traducono in discorsi solenni e peana all’amour talmente retrò da sembrare kitsch e, in fondo, da esserlo. L’en plein air dell’Ottocento dipinto nel film si strappa la maschera quando, per favorirne la comprensione, il quadro viene ammirato da lontano (dall’esterno). Il cameo del regista, che invita lo spettatore a non rivelare il finale (non chiacchierare troppo) –d’altronde prima, per bocca dei personaggi, intimava di mantenere la compostezza (cerca di non urlare)-, può sembrare sterile vezzo ma insinua tra le righe, ancora una volta, uno strisciante intento parodico.

Toccare, vedere
Shyamalan imbraccia dunque questa idea, costituirsi pars destruens della sua stessa opera (attraverso signs rivelatori, ovviamente), ma non si limita ad essa continuando a coltivare la personalissima poetica del quotidiano che, in barba alle apparenze, riesce puntualmente a scovare una chiave di volta originale per disegnare un incastro perfetto, piegando alla propria esigenza l’involucro del film corale: da qui una duplice dichiarazione d’amore passiva affidata alla centralità del tatto, Lucius ed Ivy non si toccano come l’anziano Edward ed Alice. Da considerare in questo campo anche la cecità della bellissima Ivy; dinanzi ad un personaggio difficile da gestire, camminando sul luogo comune del non vedente che vede oltre, l’autore adotta una soluzione di sopraffina eleganza. Ivy non vede né vede, semplicemente percepisce qualcosa (colori...), alla ricerca delle corrispondenze fra gli oggetti della natura (Baudelaire...) per decifrare l’inconoscibile. Quest’ambigua linea d’ombra serve per scodellare una chiusura portentosa: dopo il superamento del confine lo spettatore diventa onnisciente al contrario del personaggio cieco che, in quel momento, restituisce all’assenza di vista il suo significato originario. La narrazione torna al classico mentre la (messin)scena torna all’antico con la strada di Ivy a ritroso nel bosco, il ritorno, l’affermazione finale della sua presenza (Lucius, sono qui).

Entrapment
Il regista impegna la vieta formuletta dell’horror per fare altro, e continua a farlo splendidamente mostrando un disinteresse cronico per il pubblico pagante: compone un discorso tutto suo a rischio di comprendersi da solo (la scatola misteriosa, da Bunuel fino a Lynch), è un fine psicologo che non concede nulla [non esiste la paura ma l’idea di paura: ecco perché si può fuggire terrorizzati di fronte ad un paio di mascheroni da carnevale], accetta la condanna alla sottovalutazione come spesso accade ai veri artisti. Complesso ed estremamente appagante è estrarre un senso dal film di Shyamalan, che sarebbe volgare ed impietoso ridurre a parabola politica sull’intimidazione (le creature boschive come i terroristi di oggi...) e fuorviante liquidare come riproposizione del mito del Buon Selvaggio e/o esaltazione della Campagna contro la Città.
L’autore si è ormai lasciato indietro le acerbità de IL SESTO SENSO, l’attaccamento morboso alla trama e la mania della sorpresa a tutti costi, in favore dell’affabulazione e della passione per la rappresentazione (rami intrecciati, paesaggi lunari, luci ed ombre, ralenti); UNBREAKABLE era l’emozionante fumetto della vita e della morte, SIGNS raccontava l’invasione divina piuttosto che aliena. Oggi THE VILLAGE è l’ennesimo bagliore nel cinema Usa da supermarket, avvolto teneramente in un cast strepitoso: solo Phoenix rischia la catatonia ma d’altronde è il suo personaggio, Hurt è un giovane grande vecchio, Brody è un fottuto psicopatico, la Weaver si ricicla amabilmente red, Bryce Howard polverizza ogni figliadartismo  in una prova di levigato splendore.
Ha ragione chi indica i film di MNS come una trappola per lo spettatore: una dolce trappola sottile, dove perdersi è sublime.

Emanuele Di Nicola

Spazio lettori

 

 

Il confine della conoscenza

Shyamalan sceglie di rischiare girando THE VILLAGE, un film dal carattere profondamente metaforico, dove dietro ad una apparentemente banale e risaputa vicenda “di paura” si cela un film dalla natura poliedrica, che nel corso della narrazione spazia dal dramma alla storia d’amore, dove alle sequenze di paura corrispondono momenti di sottile ironia. Il regista trae spunto da un’ambientazione fiabesca, avvolta nella nebbia, per edificare un complesso gioco di immagini e di significati, utilizzando un’ elegante fotografia che in alcune sequenze richiama i migliori dipinti impressionisti, con un cromatismo carico di valori simbolici, scegliendo di estromettere lo spettatore da ogni manifestazione diretta di sensazioni di qualunque tipo: la macchina da presa viene delicatamente spostata verso altri soggetti proprio nei momenti di maggiore carico emozionale, siano essi di natura positiva, come l’amore fra i due protagonisti, o negativa, come lo sbigottimento relativo alla manifestazione delle “creature innominabili”. Shyamalan propone un continuo parallelismo fra i personaggi della vicenda cinematografica e gli spettatori. Lampante esempio di questo interessante espediente è la cecità della protagonista, che in alcuni casi riesce a percepire i colori, e quella dello spettatore, altrettanto incapace di “vedere” la realtà, costretto ad affidarsi al proprio istinto e indotto alla comprensione attraverso il lento dipanarsi del gomitolo narrativo.
Il regista, tramite scene di sentimenti non esternati o di pudiche emozioni nascoste all’indiscreto occhio dello spettatore, suggerisce continue riflessioni sul valore dell’amore, della fiducia e dell’importante ruolo che la paura e la negatività svolgono all’interno dell’esistenza umana, analizzando il tutto estraniandosi dalla fastidiosa retorica che spesso affligge la produzione cinematografica e spaziando attraverso un universo analizzato con levità e candore. La leggiadria con cui Shyamalan affronta le problematiche poste dal suo lavoro non intacca in alcun modo il senso fortemente claustrofobico, angosciante, silenziosamente minaccioso che pervade l’intera pellicola.
La fiaba fa capolino all’interno della narrazione esclusivamente attraverso l’aspetto visivo, grazie a scene di rara bellezza che riconducono all’incanto ricreato dalle penne dei più grandi scrittori: ecco dunque rivivere fotogrammi che potrebbero fare parte di una trasposizione cinematografica di Cappuccetto Rosso o di Biancaneve, dove una capillare inquietudine si insinua in tutto il contesto della vicenda. Ad esclusione della resa ottica, Shyamalan colora di una appena percettibile diffidenza tutto ciò che mette in relazione il suo film con l’universo trasognato delle fiabe, concludendo ancora una volta con un convincente colpo di scena, elemento che da sempre caratterizza la sua produzione.
Senza lasciarsi facilmente ingannare dalla falsa immagine di “horror”, lo spettatore è lasciato soavemente in balia della natura multiforme di un film che inevitabilmente sta dividendo e continuerà a dividere la critica ed il pubblico. Con il suo stile inconfondibile, Shyamalan dà vita ad un lungometraggio interessante e particolare, che induce a pensare in chiave socio-antropologica al rapporto fra potere e conoscenza,  all’inganno prodotto dalla suggestione mentale e dall’assenza di comunicazione. 
THE VILLAGE si allontana dolcemente da ogni sorta di catalogazione per spaziare all’interno di un universo libero, privo di costrizioni, carico di valori simbolici, di colori vibranti e di emozione.

Priscilla Caporro


Una comunità elitaria vive in un villaggio isolato e separato dalla città da un misterioso e inquietante bosco in puro stile fiabesco, tramandando di generazione in generazione valori solidi e immacolati per cui valga la pena di vivere, sottraendosi alla paventata crudeltà del mondo cittadino e difendendo un tacito patto di reciproco rispetto con le Creature Innominabili che abitano la foresta. Nessuno può entrarvi senza infrangere quel patto, ma un giorno una terribile fatalità colpisce a morte un abitante del villaggio e rende necessario affrontare i pericoli del bosco per raggiungere la città al fine di reperire i farmaci che potranno salvargli la vita. La forza dell’amore spinge la protagonista non vedente a sfidare i pericoli del bosco per avventurarsi nella città sconosciuta…
Al di là dei significati politico/sociologici attribuiti al film [“la metafora di una società che, nella disperata lotta contro il Male, finisce per adottare metodi e sistemi che rischiano di essere peggiori della causa che sono chiamati a combattere" – da FILM TV, n.d.R.] Shyamalan crea una suspense intensa ma solo apparente, destinata a crollare dopo le primissime sequenze, mentre intesse un labirinto di svolte narrative tanto prevedibili quanto improbabili o perfino discutibili.

Le creature mostruose tanto annunciate e temute non esistono, o meglio, prendono consistenza solo nella mente di chi le teme; la ragazza cieca protagonista del racconto si muove e si comporta come se vedesse il mondo reale, non soltanto con l’immediatezza per cui un non vedente ha una percezione più profonda delle cose (o dei colori, altro segno ad alta valenza simbolica) che va al di là della vista concreta, ma correndo e comportandosi come se avesse la vista comune; lo psicolabile viene considerato portatore di sventure e di delitti e come tale va isolato.
Siamo lontanissimi da Il Sesto Senso e da Unbreakable (Signs non fa neppure testo, con la sua goffaggine e la sua comicità involontaria).
Chi scrive spera che M. Night Shyamalan abbia ancora qualcosa di veramente interessante da raccontarci, perché sa creare atmosfere intrise di suspense come pochi altri, perché ha talento e idee originali, che spesso però traspone sullo schermo in maniera assai poco credibile.

Annalisa Ghigo


Stefano
Trinchero

Niccolò
Rangoni

Daniele
Bellucci
7

Matteo
Catoni
Mauro F.
Giorgio
4
Emanuele
Di Nicola
9
Luca
Baroncini
Luigi
Garella
Gianluca
Pelleschi
8
Luca
Pacilio
7
Massimiliano
Troni
7
Manuel
Billi
Stefano
Selleri
Alberto
Zambenedetti
6
       
 

 

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