LA
TERRA DEI MORTI VIVENTI
(Land of the Dead)
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Trama |
La terra è ormai invasa dai morti viventi. I pochi umani sopravissuti si sono barricati in una città in cui i ricchi vivono ai piani alti, i poveri nei bassifondi… ma intanto i morti si organizzano… |
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Gli altri siamo noi Il problema maggiore dell’ultimo capitolo della tetra
tetralogia dei morti è forse la sua “convenzionalità”. Romero,
infatti, che non ha mai scritto sceneggiature memorabili né è mai stato
un gran dialoghista, è sempre stato però un abilissimo creatore di
atmosfere che esulano un po’ dagli stereotipi horror
più classici (e vieti); i tre precedenti film della saga zombica, così
come il concetto stesso di “zombi”, generano più angoscia che paura,
ossia un malessere meditato e profondo che affonda le sue radici in un
solido substrato allegorico e metaforico. Il regista ha sempre visto bene
di ripetere, a mo’ di “marchio di fabbrica”, una struttura
all’angoscia molto congeniale, quella dell’Assedio: i sopravissuti in
trappola in un luogo chiuso, i morti che vogliono entrare e mangiarseli.
Già questo primo locus tipico
del ciclo dei morti è in gran parte disatteso da Land of the Dead che solo
teoricamente si configura come quarto capitolo della serie “i morti
assediano…”; nella pratica infatti il tentativo di ingresso degli
zombi nella città non costituisce il fulcro emotivo/emozionale del film
che invece si perde in sottotrame, giochi di potere e vendette di scarso
interesse. La conseguenza più immediata di questo impianto narrativo in
qualche modo più complesso, ma anche più “diluito” rispetto ai
precedenti capitoli, è la perdita della inquietante, diretta semplicità
di questi ultimi in favore di una nuova convenzionalità. Ecco che in
luogo dell’inquietudine e dell’angoscia Romero si trova costretto a
giocare la carta dello spavento e degli “scossoni”, ricorrendo spesso
a vecchi trucchetti horror, vuoti e vagamente tristi (il falso allarme
seguito dall’effetto “sobbalzo sulla sedia”, la sparata audio
improvvisa), che un tempo avrebbe usato con molta più parsimonia e senso
della misura. Tale banalizzazione registica di Land
rispetto ai suoi predecessori la si riscontra, purtroppo, anche a livello
“contenutistico”, verrebbe da dire “di idee”; Romero ha infatti
tentato di rinnovare il consueto portato socio-politico della saga finendo
quasi per snaturarlo. Il fascino dello zombi come immagine deteriorata del
“consumatore finale” cede qui il passo a una critica alla società
diretta quanto scontata (nella nuova città ri-organizzata pochi ricchi
sfruttano molti poveri) ma soprattutto a una (ambigua) evoluzione degli
stessi zombi che lascia un po’ perplessi: c’era davvero bisogno di
dotare i claudicanti morti viventi di un barlume di intelligenza per
ricordarci che “gli zombi siamo noi”? Non bastava il già esplicito
scambio di battute iniziale (“sono morti che fingono di essere vivi,
come noi…”) a puntualizzare l’ovvio? Certo, la trovata (autoreferenziale)
che stavolta l’eroe di colore è dall’altra parte della barricata è
simpatica, peccato rientri comunque nell’ambito di una banalizzazione
che rischia di intaccare la primigenia forza allegorica dei morti viventi
(nel film chiamati per la prima volta “appestati”, pessima
non-traduzione dell’originale walkers). Gianluca Pelleschi Uno zombi si aggira per l’occidente (capitalistico) Romero torna alla regia dopo cinque anni portando
su grande schermo il quarto capitolo della saga degli zombi. Bisogna dire
subito che “La terra dei morti viventi” è una produzione targata
Universal, quindi molto più ricca dei precedenti capitoli. Questo lo si
capisce fin dalla prima scena: profluvio di zombi variamente mutilati e
disgustosamente orripilanti, macchinari futuristici di ogni sorta e
diversi scenari come sfondo dell’azione: un’intera città con tanto di
sotterranei, ghetto e grattacielo dei potenti ritoccato in computer
grafica. Massimiliano
Troni [1]
Gli antenati dello zombi moderno sono rintracciabili nelle figure del
Golem (dall’omonimo film di Paul Wegener del 1920) e del revenant (dalla
tradizione immemore). Nel 1943 la Rko porta sugli schermi la versione
caraibica dei morti viventi in Ho
camminato con uno zombi di Jacques Tourneur, variante a cui si ispira
le ripresa del filone negli anni’80 da parte dei registi del gore
italiano. Tuttavia alla base della versione contemporanea del morto
vivente come resuscitato in cerca di vendetta c’è la figura del
vampiro-zombi de La maschera del
demonio (1960) e Terrore nello
spazio (1965) di Mario Bava, e soprattutto del precursore L’ultimo
uomo della Terra (1963) di Sidney Salkov e Ubaldo Ragona (tratto dal
libro I am a legend di Richard
Matheson che ha ispirato anche Occhi
bianchi sul pianeta Terra (1975) e La
notte dei morti viventi). Tuttavia Romero nel 1968 conferisce alla
figura dello zombi due caratteristiche che resteranno alla base di tutta
la mitologia successiva: li trasforma in prodotti della società
occidentale contemporanea e accentua gli elementi ripulsivi del loro
aspetto. [2]
Il precursore di questa recente evoluzione del filone, risalente ormai al
2002, è l’originale 28 giorni
dopo di Danny Boyle. In questo film per la prima volta la finzione
della catastrofe dello zombi non rimanda più alla situazione reale, ma è
la realtà: è questa la funzione della citazione del ground
zero all’inizio del film. L’orrore reale per la disumanizzazione
della società e lo shock per la perdita delle spoglie materiali dei
defunti (l’annientamento è la forma estrema di perdita della figura,
quindi di deformazione) trasporta anche il desiderio sul piano
dell’esperibile, dunque rimanda non alla soddisfazione ma alla catarsi.
Se l’eccezionalità dell’evento reale ricuce lo strappo con
l’immaginario fantastico, quello che rimane della fenomenologia delle
sue forme non può essere che manierismo o ironia. Bisognerebbe chiedersi
a questo punto, quale sia il ruolo degli effetti speciali nel momento in
cui l’eccezionale, il soprannaturale diviene esperienza naturale e
quotidiana. Ovvero qual sia il ruolo del cinema del terrore nell’epoca
del terrorismo? [3]
La metafora della guerra al terrorismo e dell’attacco all’America è
evidente nei passaggi narrativi chiave della vicenda. Gli zombi dopo una
lunga oppressione prendono coscienza della loro condizione; le armi che
utilizzano sono quelle lasciate sul campo di battaglia dai vivi; e
l’attacco finale ha per obiettivo simbolico una torre che domina la città
dove vive l’élite della società. [4] “[…] quello che si vede sullo schermo è stato realizzato sul set, ci sono solo un paio di scene in CGI che erano necessarie. In una, per esempio, devo far saltare un pezzo di testa a uno zombie e non potevo farlo con le tecniche tradizionali e neanche potevo davvero far fuori una delle comparse, in casi come questi ho utilizzato le tecniche digitali, per il resto è una produzione vecchio stile. Gli attori però non hanno mai lavorato su green screen, l’altra grossa cosa in CG è la torre in cui vive il personaggio di Dennis Hopper, quella è stata creata in digitale” da un’intervista di Alessandro De Simone a G. A. Romero, Ihmagazine http://www.ihmagazine.it/articoli/no1611.html, 18 maggio 2005. |
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Come se L'autentica natura dei morti viventi non è
simbolica, metaforica o allegorica, come recita la vulgata cinefila. È
puramente mentale. Un processo psichico che scatta ogni qual volta è dato
osservare, riconoscere e temere un organismo costituito da usi, consumi e
appetiti eterodiretti. L’orrore scaturisce dal vedere nella meccanica
mostruosità dello zombi una spaventosa gigantografia di sé, una feroce
caricatura delle proprie tendenze a riprodurre inconsapevolmente – e
pertanto a legittimare involontariamente – modelli di vita e pensiero
ricevuti. Con una certa voluttà, giova aggiungere. Il morto vivente è il
cliché trionfante, il luogo comune festante, il linguaggio “che
parla” l’uomo. Un riflesso deformato, ma non più di tanto, della
normalità, insomma. Alessandro Baratti |
| Spazio
lettori
|
|
Gianluca Pelleschi 5 |
Daniele |
Massimiliano |
Luca |
Niccolò Rangoni 6½ |
Alessandro Baratti 4½ |
| Luca Baroncini 6 |
Matteo Catoni 7 |
Hans Ranalli 7 |
Alberto Zambenedetti 8 |
Emanuele Di Nicola 6½ |
Manuel Billi 7 |
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