IL
SILENZIO
TRA DUE PENSIERI
(Sokoote
beine do fekr
- Silence between two thoughts)
Scheda
Trama
Recensioni
Commenti
Spazio lettori
Voti
|
Trama |
Da qualche parte in Iran. Una giovane donna è stata condannata a morte: essendo vergine, potrebbe evitare l’eterna dannazione. Prima di eseguire la sentenza, il boia dovrà sposarla. |
| Recensioni
|
The Sight of Silence Quello che sorprende, del cinema di Payami (autore del
terso e sottovalutato SECRET
BALLOT), è la capacità di essere sempre, prima e più di ogni altra
cosa, cinema. Lapalissiano? Sarà, ma parecchi film iraniani recenti (lo
stinto CERCHIO di Panahi, l’ultima altalenante produzione di Makhmalbaf
– per tacere del pietoso parentado -) hanno mostrato, oltre alla
predilezione per temi di forte impatto come l’oppressione della donna e
i danni causati dalla religione, un sovrano disprezzo della forma,
associato alla tendenza a cedere alla decorazione o (nei casi più felici)
a una piattezza da fiction. Stefano Selleri People “don’t” rocking in the free world Il cerchio si apre e si chiude nello
stesso punto, su una nuda roccia, nel momento in cui i ruoli della
tragedia si invertono, nell’apoteosi della violenza che produce soltanto
altra violenza. Babak Payami,
regista coraggioso, fa letteralmente “respirare” il suo film, lo fa
vivere nei lunghi silenzi che lo caratterizzano, nelle riprese fisse sui
volti che all’improvviso si animano, prendono vita, svelando lo scenario
sterile in cui si muovono i protagonisti, alcuni liberi di scegliere la
propria vita, altri incastonati in un assurdo meccanismo che cancella ogni
tipo di libertà o di scelta. Un’opera che brucia immediatamente lo
spettatore, immergendolo in contesto di violenza purtroppo ancora
esistente; delle donne condannate (per motivi che definire assurdi è un
eufemismo) costrette ad un muro, pronte per essere fucilate. Il ragazzo
che compie questo gesto è semplicemente un uomo che ha perso la propria
strada, schiacciato da una realtà troppo opprimente per poter reagire,
incastonato in una situazione che lui stesso ha creato; un personaggio
splendidamente caratterizzato, vivo, pulsante, che rende importante e
necessaria ogni inquadratura che lo vede protagonista (magnifiche le
riprese fisse che lo immortalano mentre prega nel deserto) riempiendo la
scena con il suo sguardo disilluso ed impotente, stanco di reagire e
d’affrontare la vita. La sua naturale controparte è la donna
condannata, che non può essere giustiziata perché ancora vergine (e le
vergini vanno in paradiso, mentre lei deve andare all’inferno perché
peccatrice). La condizione femminile ricopre un ruolo primario nello
svolgimento dell’opera, e ci mostra uno stato delle cose terrificante;
una ragazza prigioniera in una casa, al buio, pronta a ricevere una
pallottola nel petto, per ragioni che resteranno incomprensibili. Una
società maschilista, basata sulla violenza, sul terrore, sull’oppressione sistematica di ogni forma di
emarginazione da parte del sesso femminile. Lo stile utilizzato da Payami
è asciutto, crudo e privo di qualsiasi elemento non diegetico, che
richiama alla memoria quel capolavoro del cinema italiano che è “Il
vangelo secondo Matteo”. Il gusto della messinscena, il valore estremo
attribuito ai gesti e alle espressioni del corpo, la semplicità
meravigliosa nel posizionare gli attori sul luogo dell’azione, la
capacità di rendere poesia un rituale antico in cui le anziane e le
ragazze della tribù tirano semplicemente dei sassi contro il nulla, fanno
riaffiorare alla mente la magnificenza del film di Pier Paolo Pasolini,
dipingendo la donna in una condizione senza tempo, identificabile per la
sua essenza e non contestualizzabile nell’epoca in cui trova a vivere.
Un film realizzato con immense difficoltà (una didascalia nei titoli di
testa ci ricorda che buona parte del materiale girato è stato sequestrato
dall’autorità giudiziarie) ma che fa parte di quel cinema
“necessario” che deve essere presente nelle nostre sale perché, oltre
ad essere un ottimo prodotto dal punto di visto squisitamente stilistico,
è un’opera che svolge una fondamentale funzione sociale, mostrando una
realtà che esiste ma che tendiamo a dimenticare, perché scomoda ed
intollerabile per i nostri occhi occidentali. Matteo Catoni |
| Commenti
|
Lo scrupolo del boia Tra
i colpi di fucile che aprono e chiudono il film, non accade quasi nulla.
Tempo e azione restano sospesi fra questi due momenti in cui gli uomini
amministrano la giustizia, applicando un principio religioso e morale con
quella rigidità che li rende sicuri di essere nel giusto, ossessivi e
ossessionati difensori di un’integrità che temono possa venir
indebolita, contaminata dai trasgressori, dai peccatori, dai traditori. Hans Ranalli |
| Spazio
lettori
|
|
Stefano Selleri 7½ |
Matteo |
Daniele |
Hans Ranalli 7 |
||
Homepage Prime visioni Archivio