IL SILENZIO TRA DUE PENSIERI
(Sokoote beine do fekr - Silence between two thoughts)

Scheda
Trama
Recensioni
Commenti
Spazio lettori
Voti

REGIA:    
Babak PAYAMI

PRODUZIONE:  Iran   -   2003   -   Drammatico

DURATA:  95'

INTERPRETI:
Maryam Moghaddam, Kamal Naroui, Moazen

SCENEGGIATURA:
Babak Payami

FOTOGRAFIA:
Farzad Jodat

SCENOGRAFIA: 
Babak Payami – Farzad Jodat

MONTAGGIO: 
Babak Karimi – Jafar Panahi

SUONO: 
Reza Dilpak

Trama

Da qualche parte in Iran. Una giovane donna è stata condannata a morte: essendo vergine, potrebbe evitare l’eterna dannazione. Prima di eseguire la sentenza, il boia dovrà sposarla.

Recensioni

 

 

 

The Sight of Silence

Quello che sorprende, del cinema di Payami (autore del terso e sottovalutato SECRET BALLOT), è la capacità di essere sempre, prima e più di ogni altra cosa, cinema. Lapalissiano? Sarà, ma parecchi film iraniani recenti (lo stinto CERCHIO di Panahi, l’ultima altalenante produzione di Makhmalbaf – per tacere del pietoso parentado -) hanno mostrato, oltre alla predilezione per temi di forte impatto come l’oppressione della donna e i danni causati dalla religione, un sovrano disprezzo della forma, associato alla tendenza a cedere alla decorazione o (nei casi più felici) a una piattezza da fiction.
IL SILENZIO TRA DUE PENSIERI non arretra di fronte alla (sacrosanta) denuncia sociale, ma sa trascenderla, tratteggiando con ammirevole economia di mezzi espressivi un universo testuale di rara forza. Il piano sequenza (l’interminabile, agghiacciante incipit) traduce in immagini la tirannia che la religione (meccanica, svuotata di significato, la maschera più vile del conformismo) esercita su corpi e anime: avviluppati nelle spire di un tempo immobile, i personaggi sono costretti a ripetere gesti di cieca brutalità, indifferenti di fronte al dolore e alla morte, visti come unica superstite regola di vita. Le reticenze della sceneggiatura (chi è la donna? perché è stata condannata a morte?) fanno di ogni inquadratura un ingannevolmente placido mare di allusioni (il non-dialogo propedeutico alle nozze), turbato da improvvise, violente onde (ai confini del didascalico: il confronto con il patrigno) che subito svaniscono. In un simile deserto (non solo dal punto di vista geografico) l’amore non può attecchire: costretti ad abitare gli stessi spazi, il boia e la prigioniera rimangono estranei (la stessa immagine li mostra, l’uno in ombra, l’altra immersa nella luce, incapaci di muoversi, di avvicinarsi al nemico), vorrebbero forse parlare ma non sanno come, possono condividere solo un momento di pietà. E quando tutto sembra concluso, anche grazie allo slancio suicida del boia (“l’hanno uccisa?”, ultimo frainteso interrogativo, il solo, lacerante frammento d’incompiuta ipotesi amorosa), la morte ottiene la propria preda, esercitando il proprio inappellabile magistero attraverso una mano che non può che rimanere indefinita, poiché il delitto è il solo tratto universale, su questo pianeta di spettri viventi e vivi morituri. Il silenzio del titolo è, per il regista, il momento in cui un individuo, o una intera società, si risveglia da un incubo o da una convinzione cieca (…) il viaggio attraverso il dubbio e l’indecisione: si tratta comunque di un effimero pellegrinaggio, che sfocia inevitabilmente nella dissoluzione più cupa.
Poiché le autorità iraniane hanno sequestrato i negativi, Payami ha ricostruito il film servendosi di una copia di lavorazione realizzata in digitale. È questa versione, presentata ai festival di Venezia e Toronto nel 2003, che esce nelle nostre sale. La qualità dell’immagine è (comprensibilmente) bassa, il doppiaggio (come al solito) sconfortante, ma la visione resta consigliabile, in (vana?) attesa di un dvd “riparatore”.

Stefano Selleri


People “don’t” rocking in the free world

Il cerchio si apre e si chiude nello stesso punto, su una nuda roccia, nel momento in cui i ruoli della tragedia si invertono, nell’apoteosi della violenza che produce soltanto altra violenza. Babak Payami, regista coraggioso, fa letteralmente “respirare” il suo film, lo fa vivere nei lunghi silenzi che lo caratterizzano, nelle riprese fisse sui volti che all’improvviso si animano, prendono vita, svelando lo scenario sterile in cui si muovono i protagonisti, alcuni liberi di scegliere la propria vita, altri incastonati in un assurdo meccanismo che cancella ogni tipo di libertà o di scelta. Un’opera che brucia immediatamente lo spettatore, immergendolo in contesto di violenza purtroppo ancora esistente; delle donne condannate (per motivi che definire assurdi è un eufemismo) costrette ad un muro, pronte per essere fucilate. Il ragazzo che compie questo gesto è semplicemente un uomo che ha perso la propria strada, schiacciato da una realtà troppo opprimente per poter reagire, incastonato in una situazione che lui stesso ha creato; un personaggio splendidamente caratterizzato, vivo, pulsante, che rende importante e necessaria ogni inquadratura che lo vede protagonista (magnifiche le riprese fisse che lo immortalano mentre prega nel deserto) riempiendo la scena con il suo sguardo disilluso ed impotente, stanco di reagire e d’affrontare la vita. La sua naturale controparte è la donna condannata, che non può essere giustiziata perché ancora vergine (e le vergini vanno in paradiso, mentre lei deve andare all’inferno perché peccatrice). La condizione femminile ricopre un ruolo primario nello svolgimento dell’opera, e ci mostra uno stato delle cose terrificante; una ragazza prigioniera in una casa, al buio, pronta a ricevere una pallottola nel petto, per ragioni che resteranno incomprensibili. Una società maschilista, basata sulla violenza, sul terrore, sull’oppressione sistematica di ogni forma di emarginazione da parte del sesso femminile. Lo stile utilizzato da Payami è asciutto, crudo e privo di qualsiasi elemento non diegetico, che richiama alla memoria quel capolavoro del cinema italiano che è “Il vangelo secondo Matteo”. Il gusto della messinscena, il valore estremo attribuito ai gesti e alle espressioni del corpo, la semplicità meravigliosa nel posizionare gli attori sul luogo dell’azione, la capacità di rendere poesia un rituale antico in cui le anziane e le ragazze della tribù tirano semplicemente dei sassi contro il nulla, fanno riaffiorare alla mente la magnificenza del film di Pier Paolo Pasolini, dipingendo la donna in una condizione senza tempo, identificabile per la sua essenza e non contestualizzabile nell’epoca in cui trova a vivere. Un film realizzato con immense difficoltà (una didascalia nei titoli di testa ci ricorda che buona parte del materiale girato è stato sequestrato dall’autorità giudiziarie) ma che fa parte di quel cinema “necessario” che deve essere presente nelle nostre sale perché, oltre ad essere un ottimo prodotto dal punto di visto squisitamente stilistico, è un’opera che svolge una fondamentale funzione sociale, mostrando una realtà che esiste ma che tendiamo a dimenticare, perché scomoda ed intollerabile per i nostri occhi occidentali.
Una piccola lezione di cinema che giunge dal medio oriente, un’opera che rimane impressa nelle nostre menti grazie ad una naturalezza che è propria solo dei grandi registi.
Una donna si lava il viso ed un uomo appoggiato al muro l’osserva, pensando ad una vita, ad un amore, che non potrà mai vivere.
Poesia e commozione.

Matteo Catoni

Commenti

 

 

Lo scrupolo del boia

Tra i colpi di fucile che aprono e chiudono il film, non accade quasi nulla. Tempo e azione restano sospesi fra questi due momenti in cui gli uomini amministrano la giustizia, applicando un principio religioso e morale con quella rigidità che li rende sicuri di essere nel giusto, ossessivi e ossessionati difensori di un’integrità che temono possa venir indebolita, contaminata dai trasgressori, dai peccatori, dai traditori.
Il protagonista si aggira incerto, col suo fucile in spalla, per le vie e nella sua casa. L’ha aggredito il dubbio – condiviso dai propri famigliari, da un bambino, da una donna compassionevole e morente, e infine da numerosi abitanti del villaggio – di essere uno strumento di ferocia, anziché di giustizia. Non a caso dirà, a chi pretende di trovare ogni risposta nel Libro, Se tutte le risposte sono là, anche le mie domande ci devono essere; “le mie domande”, ossia i dubbi.
Non conosceremo la colpa della donna. Molto opportunamente: non si fa questione di proporzionalità fra delitto e sanzione, ma dell’impersonalità di una regola che si erge sugli individui e li schiaccia per difendere il gruppo da un nemico terreno o infernale. Così ci viene sempre ripetuto; anche per motivare il sequestro di un film, sì che il suo autore è costretto a ricrearlo per quanto può dal materiale di lavoro scampato al censore: esattamente quello che è accaduto a Silenzio fra due pensieri.
La m.d.p. scruta ostinatamente il volto dell’uomo, sempre più a disagio nel ruolo di esecutore di comandi; all’inizio una lenta panoramica circolare ci aveva rivelato, con la secchezza di uno schiaffo, il suo ruolo di carnefice; più tardi, una ugualmente lenta carrellata orizzontale accomunerà il suo tormento alla serena, orgogliosa determinazione della sua vittima predestinata (Nessuno commette peccato, ella dirà a chi la interroga sulla sua colpa).
L’anonimo e accurato gesto omicida compiuto all’inizio – imbracciare l’arma, mirare, fare fuoco; come una macchina – quel gesto non potrà essere ripetuto, dopo che egli avrà udito le parole della donna che deve sposare, che deve ammazzare: Non ti vergognare; il fucile non si vergogna, e non riconosce il bene dal male. La rinuncia del protagonista alla funzione di giustiziere e la sua semplice ed eversiva azione finale costituiscono per lui una straordinaria conquista, che tuttavia segnerà il suo destino.
La densa materia è distillata in una forma fredda, controllata, asciutta, che ricorda l’altissimo voltaggio dei piani sequenza di Eden (capolavoro misconosciuto di Gitai), pur con una dilatazione dei tempi così azzardata da rischiare sovente lo svuotamento della tensione; lontano dal sorriso malinconico e paradossale de Il voto è segreto, Silenzio… esprime ancora una volta l’acuto disincanto sulle sorti di una società invischiata nella soffocante stretta della teologia, che pretende di dettare le sue regole astratte e immote, disumane, al consorzio civile. Giusto per smentire l’aforisma secondo cui le opere che il Potere è in grado di capire vengono giustamente censurate.

Hans Ranalli

Spazio lettori

 

 

 


Stefano
Selleri

Matteo
Catoni

Daniele
Bellucci

Hans
Ranalli
7
   
           
 

 

Homepage                         Prime visioni                         Archivio