RAY
(Ray)
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REGIA: Taylor HACKFORD PRODUZIONE: U.S.A. - 2004 - Mus./Dramm. DURATA: 152' INTERPRETI: SCENEGGIATURA: James L. White SCENOGRAFIA: Stephen Altman MONTAGGIO: Paul Hirsch COSTUMI: Sharen Davis MUSICHE: Craig Armstrong - Ray Charles |
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Trama |
La vita Ray Charles, uno dei più grandi musicisti del dopoguerra. |
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Non è tutto oro quello che luccica Nella musica di Ray Charles c’era tutta la sua vita, ogni nota che sentiva era un’emozione che lo attraversava, ogni canzone che scriveva un avvenimento che riempiva la sua esistenza; il tutto filtrato da una mente soggiogata da un trauma mai superato (la morte del fratellino alla quale non può che assistere impotente) e dalla dipendenza dall’eroina da cui riuscirà a liberarsi solo in età avanzata. Il taglio narrativo che il regista Taylor Hackford decide di adottare sembra essere quello dell’imparzialità, non omettendo i lati negativi di un artista straordinario, ma estremamente fragile, che ha vissuto l’esperienza devastante della perdita della vista da bambino. Ricorrendo spesso all’uso del flashback, il racconto è sviluppato su due piani temporali (l’infanzia e la carriera), che nel finale si ricongiungono per donare finalmente pace e serenità al nostro protagonista. La cura della messinscena è indiscutibile e le capacità tecniche dl regista sono evidenti, esaltate dalla fotografia di un Pavel Edelman in stato di grazia, che riesce a rendere alla perfezione l’atmosfera che si respirava nei concerti di Ray Charles, da quelli degli esordi nei piccoli club fino a giungere ai tour mondiali, che renderanno questo musicista conosciuto e amato a livello planetario. Naturalmente è impossibile dipingere un quadro completo di quest’opera senza parlare del suo protagonista Jamie Foxx, che svestiti i panni del manniamo tassista, imbocca gli occhiali scuri e diventa il suo personaggio. L’attore di “Colleteral”, chiamato alla prova del fuoco, dimostra d’avere talento caratterizzando il suo ruolo con una fisicità eccezionale che ricalca perfettamente le movenze del cantante di colore, emozionando per la naturalezza con la quale gestisce e fa crescere la sua prestazione. Detto questo sembra impossibile non giudicare questo film come un piccolo capolavoro, eppure, una volta dimenticata la splendida musica che c’intrattiene durante tutta la visione, riflettendo un attimo a mente fredda emergono degli elementi che fanno virare il nostro giudizio verso gli anonimi lidi della piena sufficienza. Alla lunga l’opera perde d’omogeneità, sfilacciandosi in più punti e non reggendo il carico d’emozioni-nozioni che vorrebbe far giungere; il risultato è la frammentarietà d’alcune scelte narrative che cercano di approfondire ogni aspetto della vita dell’artista (dalla battaglia contro la segregazione al suo essere manager, dai ripetuti tradimenti alle sue esplosioni creative) ma che in realtà non possono rendere conto della totalità di un’esistenza unica ed incredibile. A tutto questo bisogna aggiungere un finale che appare affrettato nella sua dinamica e impalpabile a livello di significato, adottando una soluzione a metà strada tra finzione e realtà lievemente imbarazzante. Resterà quindi il ricordo delle splendide sequenze musicali (simili a magnifici quadri in movimento) e della splendida prova di Jamie Foxx, che si candida ad essere uno degli astri nascenti del cinema che verrà. Purtroppo questo non basta a riempire delle lacune che nel corso della visione appaiono sempre più evidenti, e che devono essere necessariamente considerate nel giudizio complessivo di questa produzione. Matteo Catoni |
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Matteo Catoni 6½ |
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