LA PICCOLA LOLA
(Holy Lola)

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REGIA:    
Bertrand TAVERNIER

PRODUZIONE:  Francia   -   2003   -   Comm./Dramm.

DURATA:  128'

INTERPRETI:
Isabelle Carré, Jacques Gamblin, Bruno Putzulu, Maria Pitarresi, Philippe Said, Anne Loiret, Gilles Gaston-Dreyfus

SCENEGGIATURA: Tiffany Tavernier - Dominique Sampiero

FOTOGRAFIA: Alain Choquart

SCENOGRAFIA: Giuseppe Ponturo

MONTAGGIO: Sophie Brunet

COSTUMI: Eve-Marie Arnault

MUSICHE: Henri Texier

Trama

Una giovane coppia francese arriva in Cambogia per adottare un bambino. Sarà un’impresa.

Recensioni

 

 

 

Mai senza una figlia

Partendo da un libro scritto dalla figlia Tiffany con Dominique Sampiero, Tavernier mette in scena l’odissea di Pierre e Géraldine, decisi (soprattutto lei, almeno all’inizio) a (in)seguire il miraggio di un’adozione internazionale: lungo la loro via crucis, analoghi pellegrinaggi della speranza frustrata, svariati livelli d’incompetenza e corruzione amministrativa, parecchie tracce del traumatico passato prossimo cambogiano. L’argomento è avvincente, gli interpreti ottimi (ma il doppiaggio cassa ogni sfumatura, induce gli occidentali a rinunciare ai rispettivi accenti – si può solo intuire, ad esempio, il contrasto fra la coppia italiana Marco/Sandrine e gli altri francesi ospiti dell’albergo – e fa parlare i locali come tanti cugini di Charlie Chan), la regia sobria e capace di buone intuizioni (il rapido prologo, l’allestimento della cameretta che fa da contrappunto alla ricerca del bimbo, le confidenze audio che, da diario un po’ svenevole, si fanno decisiva arma contrattuale). Nonostante tutto, però, il film non convince fino in fondo, avvilito da dialoghi spesso ai limiti del fumettone (“in Cambogia sorridiamo tutti, ma abbiamo il cuore in pezzi”), tanti, troppi caratteri sopra le righe che non sanno uscire dalla macchietta, scenate psicologiche che rasentano lo stridulo (e l’inutilmente esplicativo: i tormenti di Géraldine), sporadici quadri di pubblicitaria eleganza (la doccia della famigliola appena formata) che stridono con l’essenzialità brutale, ancorché tinta di tenerezza e umorismo, del disegno generale. Un’occasione (in parte) perduta.

Stefano Selleri

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Spazio lettori

 

 

Ruggine

Una Cambogia alluvionata, sferzata dalle piogge monsoniche, fangosa, schiaffeggiata dall’incessante abbattersi al suolo di miliardi di gocce, è lo scenario nudo e diretto che fa da sfondo all’ultimo film di Bertrand Tavernier, LA PICCOLA LOLA. Inutile dire che affrontare il tema delle adozioni senza cadere nella sdolcinatezza fosse assai complesso: ebbene il regista francese riesce a schivare l’ostacolo e a trascinare lo spettatore nella visione cruda della vicenda dei due coniugi alla ricerca di un bambino da adottare. Si incrociano nel corso della pellicola le situazioni più differenti, si alternano diversi stati d’animo, e se da un lato questo aspetto fa sì che la natura del lungometraggio risulti multiforme, dall’altro capita che alcuni elementi non specificatamente narrativi appaiano superflui, un’ulteriore aggiunta volta ad impietosire ancora di più lo spettatore alle prese con un terribile calcolo di problemi sociali. Nulla da eccepire però, quando si tratta di realizzare l’affresco complesso e spesso crudele della situazione cambogiana: al dramma di un paese flagellato dalle guerre si aggiunge la presenza delle mine, in quei campi che la popolazione è costretta a coltivare per riuscire a racimolare un minimo di denaro sufficiente per sopravvivere, la povertà assoluta, la corruzione onnipresente, dettata da una mancanza di mezzi che va oltre ogni limite di sopportazione. La banalità non è di casa e in numerose sequenze tensione e disperazione sono palpabili: l’atmosfera però non è mai eccessivamente appesantita, grazie proprio a quel continuo evolversi dello stile narrativo: quando il dramma si fonde nella commedia, gli aspetti più dolorosi vengono affievoliti. D’altra parte non si assiste certo ad una semplificazione di realtà complesse: ogni aspetto viene analizzato con cura, con sgomenta partecipazione. Le sequenze sono spesso ripetitive, come un filo che si sovrappone in una matassa ed ingigantisce ad ogni giro la sensazione di angoscia e impotenza, circolari, continue, incessanti: rispecchiano al meglio quella che deve essere la vita frenetica, stressante e frustrante di chi si ritrova a combattere su mille fronti una battaglia per la salvezza della vita di una piccola creatura . E’ il diario sussurrato dai due protagonisti in un registratore, cronaca di sentimenti disperati e di pathos grazie alla quale la coppia trasporta le proprie emozioni su un nastro ogni qualvolta ne sente il bisogno, per “farsi conoscere” e riuscire a creare una sorta di “mappa affettiva” che possa condurre il futuro figlio a quella che è la realtà dei suoi genitori adottivi, con le loro ansie, insicurezze e speranze, che costituisce l’intervallo affettivo più importante nel film: un amore differente da situazione a situazione si va a contrapporre a quella che è la brutalità di un luogo dove i sentimenti sembrano ormai sepolti a causa delle eccessive difficoltà (concetto celebrato con la banale, mediocre affermazione: “In Cambogia tutti noi sorridiamo, ma il nostro cuore è spezzato”). Il racconto, non si fa mai pesante: seppur intervallato da momenti di dubbio valore, il complesso narrativo mantiene intatta la sua compattezza decisa, la sua capacità di arrivare al cuore dello spettatore senza affidarsi a facili giochetti. Il sentimento, in tutte le sue più molteplici forme, positive o negative che siano, diventa dunque il vero pilastro di un film che perde ogni artifizio quando l’obiettivo segue con tenera tristezza i movimenti di un bambino di pochi mesi malato di aids, quando si perde negli occhietti a mandorla di gruppetti di bambini che cercano nello sguardo occidentale un futuro e una famiglia nella quale è offerto l’amore che ogni bambino dovrebbe avere.
Particolarmente toccante quella sorta di denuncia che Tavernier lancia nei confronti della superficialità con le quali vengono affrontate le adozioni internazionali in una società globale così fortemente plutocratica: basta infatti aprire il portafoglio ed estrarre dollari a profusione per vedere il proprio caso risolto con minime difficoltà. Gli americani rappresentano nel film l’avidità commerciale, i padroni della situazione: addirittura si riducono a non scegliere un bambino solo perché “non sorride a sufficienza”.
Doloroso ma delicato, LA PICCOLA LOLA mostra gli aspetti più complessi e difficili di un’adozione internazionale lasciando però che lo spettatore possa anche innamorarsi di quell’ambientazione sociale, di quello specifico contesto narrativo: complice quindi una fotografia meravigliosa, capace di esaltare le mille sfumature di grigio che rendono il paesaggio cambogiano così particolare e splendido pur nella povertà del paese, e una rappresentazione della popolazione locale che, pur picchiettata da alcuni personaggi al limite dello stereotipo non perde mai nella sua integrità quella forma di umano realismo, di palpitante calore affettivo.
Puro e semplice nonostante qualche inevitabile artifizio, l’ultima opera di Tavernier è dunque la descrizione di una lacerazione dell’anima, la cronaca bisbigliata di ansie e di gioie, di speranze spezzate e poi ricostruite, un film pronto ad abbandonarsi appieno allo spettatore, qualora questo decida di salire in sella ad un motorino vecchio e arrugginito e perdersi fra le strade di una Cambogia piovosa, circondato dalle mille realtà di una popolazione martoriata.

Priscilla Caporro


La ricerca di un figlio

Panoramica di montagne verdi francesi, parte la segreteria telefonica facendo capire che Pierre e Gèraldine non sono in casa e poi l’aeroporto di Phnom Penh in Cambogia.
Così si apre il film di Bertrand Tavernier; lo spettatore non sa nulla dei due protagonisti e viene subito catapultato nella loro vicenda.
Il primo piano di una giovane donna bionda, dalla pelle chiara, sembra una ragazzina spaurita che si guarda velocemente attorno, nelle vie affollate di Phnom Penh. Affianco a lei c’è un uomo alto, magro, dall’espressione più matura e decisa, è suo marito. Pierre e Gèraldine arrivano in Cambogia con un sogno, una speranza: trovare un bambino da adottare.
Il loro viaggio non si esaurisce dalla Francia alla cittadina cambogiana, continua in una peregrinazione estenuante tra orfanotrofi, strade, case, uffici amministrativi, campagne. A fare da sfondo alla loro vicenda, come quella di altre coppie e famiglie alla ricerca di un figlio, c’è la Cambogia con le sue “malattie”. Una Cambogia battuta dalle piogge della stagione estiva e dalla miseria che spinge alla vendita di bambini, alla corruzione, a traffici illeciti.
Fin da principio si ha la sensazione di essere compagni nel percorso di Pierre e Gèraldine, non solo nelle difficoltà burocratiche ed economiche del meccanismo di adozione ma anche nel significato di essere genitori.
Gèraldine, interpretata da Isabelle Carrè, mostra una fragilità che è solo apparente, nasconde una forza materna commovente che la spinge, insieme a Pierre, ad affrontare tutti gli ostacoli che la separano da Lola, tutti i no istituzionali che sembrano portarle via l’ultima speranza di diventare madre. La donna parla a questo figlio ancora immaginario, registrando i suoi pensieri con un registratore che porta sempre con sé, in messaggi che appaiono richiami disperati; lo cerca nelle strade, nel volto di ogni bimbo che incontrano, immaginandosi la vita futura con quell’ennesimo piccolo mostratole dagli assistenti degli orfanotrofi e infine negatole.
Jacques Gamblin invece impersonifica Pierre che rappresenta la parte razionale della coppia, una finta razionalità che l’uomo deve sfoderare per impedire a Gèraldine di mollare tutto sfiduciata, per mantenere la calma di fronte all’ipocrisia e alla corruzione dei funzionari amministrativi dei centri d’adozione.
Pierre sa che non dovrà solo preoccuparsi di Lola ma anche sostenere Gèraldine, darle forza ed eliminare i suoi timori.
Tavernier affonda le mani in un tema delicato e profondo, mettendo in evidenza non solo gli aspetti poetici di una coppia che si avventura in un paese straniero pur di diventare genitori, ma anche le difficoltà, i meccanismi più sordidi legati al mondo infantile.

Silvia Badon


Stefano
Selleri
6

Daniele
Bellucci

Luca
Pacilio
5

Emanuele
Di Nicola
6
   
           
 

 

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