LA
PICCOLA LOLA
(Holy Lola)
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REGIA: Bertrand TAVERNIER PRODUZIONE: Francia - 2003 - Comm./Dramm. DURATA: 128' INTERPRETI: SCENEGGIATURA:
Tiffany Tavernier - Dominique Sampiero SCENOGRAFIA: Giuseppe Ponturo MONTAGGIO: Sophie Brunet COSTUMI: Eve-Marie Arnault MUSICHE: Henri Texier |
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Trama |
Una giovane coppia francese arriva in Cambogia per adottare un bambino. Sarà un’impresa. |
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Mai senza una figlia Partendo da un libro scritto dalla figlia Tiffany con Dominique Sampiero, Tavernier mette in scena l’odissea di Pierre e Géraldine, decisi (soprattutto lei, almeno all’inizio) a (in)seguire il miraggio di un’adozione internazionale: lungo la loro via crucis, analoghi pellegrinaggi della speranza frustrata, svariati livelli d’incompetenza e corruzione amministrativa, parecchie tracce del traumatico passato prossimo cambogiano. L’argomento è avvincente, gli interpreti ottimi (ma il doppiaggio cassa ogni sfumatura, induce gli occidentali a rinunciare ai rispettivi accenti – si può solo intuire, ad esempio, il contrasto fra la coppia italiana Marco/Sandrine e gli altri francesi ospiti dell’albergo – e fa parlare i locali come tanti cugini di Charlie Chan), la regia sobria e capace di buone intuizioni (il rapido prologo, l’allestimento della cameretta che fa da contrappunto alla ricerca del bimbo, le confidenze audio che, da diario un po’ svenevole, si fanno decisiva arma contrattuale). Nonostante tutto, però, il film non convince fino in fondo, avvilito da dialoghi spesso ai limiti del fumettone (“in Cambogia sorridiamo tutti, ma abbiamo il cuore in pezzi”), tanti, troppi caratteri sopra le righe che non sanno uscire dalla macchietta, scenate psicologiche che rasentano lo stridulo (e l’inutilmente esplicativo: i tormenti di Géraldine), sporadici quadri di pubblicitaria eleganza (la doccia della famigliola appena formata) che stridono con l’essenzialità brutale, ancorché tinta di tenerezza e umorismo, del disegno generale. Un’occasione (in parte) perduta. Stefano Selleri |
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Ruggine Una Cambogia alluvionata, sferzata
dalle piogge monsoniche, fangosa, schiaffeggiata dall’incessante
abbattersi al suolo di miliardi di gocce, è lo scenario nudo e diretto
che fa da sfondo all’ultimo film di Bertrand Tavernier, LA PICCOLA LOLA.
Inutile dire che affrontare il tema delle adozioni senza cadere nella
sdolcinatezza fosse assai complesso: ebbene il regista francese riesce a
schivare l’ostacolo e a trascinare lo spettatore nella visione cruda
della vicenda dei due coniugi alla ricerca di un bambino da adottare. Si
incrociano nel corso della pellicola le situazioni più differenti, si
alternano diversi stati d’animo, e se da un lato questo aspetto fa sì
che la natura del lungometraggio risulti multiforme, dall’altro capita
che alcuni elementi non specificatamente narrativi appaiano superflui,
un’ulteriore aggiunta volta ad impietosire ancora di più lo spettatore
alle prese con un terribile calcolo di problemi sociali. Nulla da eccepire
però, quando si tratta di realizzare l’affresco complesso e spesso
crudele della situazione cambogiana: al dramma di un paese flagellato
dalle guerre si aggiunge la presenza delle mine, in quei campi che la
popolazione è costretta a coltivare per riuscire a racimolare un minimo
di denaro sufficiente per sopravvivere, la povertà assoluta, la
corruzione onnipresente, dettata da una mancanza di mezzi che va oltre
ogni limite di sopportazione. La banalità non è di casa e in numerose
sequenze tensione e disperazione sono palpabili: l’atmosfera però non
è mai eccessivamente appesantita, grazie proprio a quel continuo
evolversi dello stile narrativo: quando il dramma si fonde nella commedia,
gli aspetti più dolorosi vengono affievoliti. D’altra parte non si
assiste certo ad una semplificazione di realtà complesse: ogni aspetto
viene analizzato con cura, con sgomenta partecipazione. Le sequenze sono
spesso ripetitive, come un filo che si sovrappone in una matassa ed
ingigantisce ad ogni giro la sensazione di angoscia e impotenza,
circolari, continue, incessanti: rispecchiano al meglio quella che deve
essere la vita frenetica, stressante e frustrante di chi si ritrova a
combattere su mille fronti una battaglia per la salvezza della vita di una
piccola creatura . E’ il diario sussurrato dai due protagonisti in un
registratore, cronaca di sentimenti disperati e di pathos grazie alla
quale la coppia trasporta le proprie emozioni su un nastro ogni qualvolta
ne sente il bisogno, per “farsi conoscere” e riuscire a creare una
sorta di “mappa affettiva” che possa condurre il futuro figlio a
quella che è la realtà dei suoi genitori adottivi, con le loro ansie,
insicurezze e speranze, che costituisce l’intervallo affettivo più
importante nel film: un amore differente da situazione a situazione si va
a contrapporre a quella che è la brutalità di un luogo dove i sentimenti
sembrano ormai sepolti a causa delle eccessive difficoltà (concetto
celebrato con la banale, mediocre affermazione: “In Cambogia tutti noi
sorridiamo, ma il nostro cuore è spezzato”). Il racconto, non si fa mai
pesante: seppur intervallato da momenti di dubbio valore, il complesso
narrativo mantiene intatta la sua compattezza decisa, la sua capacità di
arrivare al cuore dello spettatore senza affidarsi a facili giochetti. Il
sentimento, in tutte le sue più molteplici forme, positive o negative che
siano, diventa dunque il vero pilastro di un film che perde ogni artifizio
quando l’obiettivo segue con tenera tristezza i movimenti di un bambino
di pochi mesi malato di aids, quando si perde negli occhietti a mandorla
di gruppetti di bambini che cercano nello sguardo occidentale un futuro e
una famiglia nella quale è offerto l’amore che ogni bambino dovrebbe
avere. Priscilla Caporro La ricerca di un figlio Panoramica di montagne verdi
francesi, parte la segreteria telefonica facendo capire che Pierre e Gèraldine
non sono in casa e poi l’aeroporto di Phnom Penh in Cambogia. Silvia Badon |
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Stefano Selleri 6 |
Daniele |
Luca |
Emanuele Di Nicola 6 |
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