OLD
BOY
(OldBoy)
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Una volta uscito da una prigionia lunga quindici anni, Oh Dae-Soo va alla ricerca del responsabile del suo sequestro e soprattutto delle ragioni che hanno spinto quest’ultimo a vendicarsi... |
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Se piangi, se ridi Se ridi, tutto il mondo riderà
con te; se piangi, piangerai da solo. Questa massima ripetuta più
volte dal protagonista sintetizza il senso intimo di un’opera, ispirata
ad un manga giapponese, la cui originalità risiede, più che nel plot
(ennesima disamina sulla genesi dello spirito di vendetta, oltre che
ricerca affannosa del senso di un gesto apparentemente gratuito, con tanto
di duplice agnizione finale) nella messa in scena, abile intreccio di
iperrealismo e non-sense, in cui l’alternanza di lacrime (quelle della
giovane cuoca di sushi dalle “mani fredde”, Mi-Do) e di sangue (fatto
scorrere dal suo “amante” Dae-Soo) pare dipanarsi non secondo la
logica della sorpresa, ma secondo quella della necessità. L’ossimoro
del titolo traduce la forma mentis del protagonista, uomo che,
paradossalmente fin dal nome, dovrebbe “star bene con gli altri” (Dae-Soo
significa questo), prima e dopo la kafkiana reclusione: vi entra vecchio,
maturo, alcolizzato,“smemorato” (Old) e vi esce ringiovanito,
costretto a ricercare nel proprio passato di piccolo delatore di un
collegio cattolico il senso del presente. Ognuna delle quattro mura della
prigione privata stimola in lui una “spinta verso”: verso la vendetta,
nella parete in cui si allena prendendo a pugni la silhouette del
fantomatico sequestratore che ha disegnato; verso l’esterno, la libertà,
il sole, la pioggia, la parete con la fittizia finestra, aperta su una
distesa verde con tanto di mulino a vento; verso l’altro, la parete
dell’ingresso, unico legame con l’altro da sé impersonato da colui
che, quotidianamente, gli porta il cibo; verso la riscoperta di sé, nella
parete in cui è appeso una sorta di “ritratto di Dorian Gray”, sempre
meno dipinto, sempre più specchio in grado di riflettere le “rughe”,
le piaghe dell’anima. Manuel Billi E venne il giorno della vendetta È folgorante l'impatto del film di Park Chan-Wook. La fascinazione del suo scavare con la macchina da presa nella rabbia dei personaggi permette di mettere in secondo piano i limiti di un soggetto tutt'altro che originale, dove i conflitti assumono le tonalità nerastre degli archetipi classici della tragedia. La verità, a lungo inseguita dal protagonista, racchiude il mistero di quindici anni di prigionia privi di apparente motivo. Il furto di un'esistenza nel vano tentativo di saldare conti con il passato, attraverso un sentimento di vendetta che cambia faccia nel corso della narrazione trasformando la vittima in carnefice. Ma non è la razionalità il giusto parametro per entrare nell'universo grottesco e iper-violento messo in scena da Chan-Wook; il regista coreano riesce infatti ad allontanare lo spettatore dalla sicurezza di confini reali per immergerlo visceralmente nella sua personale visione. Un punto di vista che nella violenza, spesso gratuita, ammicca al pulp di Tarantino (non è un caso il Gran Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, in cui Tarantino era presidente di Giuria) ma si distingue dalle fotocopie d'oriente che invadono con sempre maggior frequenza gli schermi occidentali, tra l'autorialità di geometrie divenute maniera e le troppe piroette marziali in patina ormai sbiadita. In "Old Boy", invece, la regia assume una valenza quasi narrativa perché scandisce i passaggi del racconto, di per sé bislacchi ma lineari, con grande efficacia. Sono tante le invenzioni che spiazzano (una formica gigante in autobus), disorientano (la traiettoria di un martello pronto a colpire disegnata sulla pellicola), shoccano (un polipo mangiato vivo), stridono (l'incontro iniziale con il suicida), ma finiscono per essere tutti tasselli di uno sguardo d'insieme omogeneo, che non insegue le mode, ma le frulla con maestria. Alcuni momenti, complice la ricca colonna sonora e il perfetto montaggio, incollano alla poltrona proprio per il come, piuttosto che per il perché (ad esempio, le suggestive interazioni del protagonista con il flashback rivelatore), ma non si tratta di mera forma, bensì di un modo assolutamente cinematografico per sostanziare i passaggi della sceneggiatura. Inoltre, nonostante la cupezza dell'universo in cui i personaggi si muovono e il tormento alla base delle loro scelte, non è la grevità il fine ultimo del regista. Non mancano, infatti, inaspettati momenti sdrammatizzanti (il protagonista dal parrucchiere, agghindato con cuffietta per signora). Forse fuori luogo, eccessivi, debordanti, ma lontani da un banale rapporto causa/effetto in cui tutto accade nella scontatezza. E nell'omologazione di tanto cinema contemporaneo, "Old Boy" si distingue come una boccata d'aria fresca. Magari un po' satura di gas, ma pur sempre rigenerante. Luca Baroncini La messa in scena della vendetta Il film è
eccezionale dal punto di vista visivo. Le luci, il taglio
dell’inquadratura, il montaggio non hanno nulla da invidiare ai grandi
maestri del cinema hollywoodiano contemporaneo: d’altronde la confezione
patinata impeccabile tradisce chiaramente la destinazione internazionale
del prodotto. I meriti tecnici del film sono stati ampiamente ripagati dal
pubblico (nella sola Corea del Sud ha totalizzato 4 milioni di presenze) e
riconosciuti dalla critica (che lo ha premiato a Cannes nel 2004). Quindi
da questo punto di vista nulla da dire. Massimiliano Troni |
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Andando in giro a cavar denti Se te ne vai in giro con un martello in mano la tua vita non può essere proprio tranquilla, non puoi svegliarti la mattina e pensare che la tua esistenza possa scorrere sui binari della normalità. Old Boy è il cinema della stasi e dell’improvviso movimento, del ricordo e dell’impossibilità del futuro. Quattro mura fanno una prigione, ma il mondo in realtà è solo una prigione più grande; questo vale per tutti, ma soprattutto per chi del proprio cammino ha perso quindici anni, ritrovandosi su una strada senza nulla in tasca, se non il bagaglio della propria rabbia, della sete di vendetta che neanche una coltellata alla schiena può scalfire. Old Boy è il cinema della rabbia e del silenzio, dei pugni e del sesso. Andare sempre avanti anche quando il sentiero non puoi vederlo, ma soltanto percepirlo ricercandolo con ostinazione e fermezza, con la mani chiuse a pugno, pronte a distruggere ogni cosa che si presenti davanti al nostro sguardo che in passato ha visto qualcosa di troppo. Fino alla fine e anche oltre, perché sconfiggere la realtà costa caro e lascia segni indelebili, cicatrici tangibili che puzzano di sangue e che non guariranno mai. Old Boy è il cinema delle azioni che è meglio dimenticare, della foresta innevata che solo l’amore anormale può riempire di vita. Matteo Catoni |
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Preconfezione coreana da asporto Se esiste un patetismo dei sentimenti,
per Old Boy di Chan-Wook Park
si può invece parlare di un patetismo della violenza altrettanto dolciastro e
nauseante. Mattia Mariotti E se la vita fosse un fumetto? Favola folle e vorticosa sul tema
della vendetta –reazione particolarmente in voga ultimamente- OLD BOY
non sembrerebbe allontanarsi troppo dai soliti film di matrice orientale
basati sui manga: pellicole piene di combattimenti all’ultimo sangue,
dialoghi scarni e spesso infarciti di frasi ad effetto, sequenze
spettacolari caratterizzate da primissimi piani e fermo-immagine. In OLD
BOY invece, si nasconde qualcosa di diverso, di più particolare ed
interessante. Molto più letterario di quanto potrebbe sembrare a prima
vista, l’intero film che racconta il percorso di vendetta di Oh Dae-Soo,
viene costantemente colorato da momenti di pura azione cinematografica pur
senza scadere nella brutalità insignificante. Inutile dire che la
violenza ricorre continuamente, conferendo però all’opera quel vigore e
forza stimolante che fa sì che la trama non si afflosci su se stessa:
tutta la pellicola trasuda ferocia e aggressività, ma mai la
rappresentazione è fine a sé. Il discorso intrapreso da Park Chan-Wook
è schietto ed essenziale, in alcuni tratti anche prevedibile: in
contrapposizione a ciò troviamo alcune sferzate all’interno
dell’intreccio narrativo che fanno sì che il risultato invece di essere
piatto e poco coinvolgente, possa evolversi e mutare forma continuamente.
Il ruolo del film nel suo sviluppo diventa dunque paragonabile ai
combattimenti all’ultimo sangue che il protagonista si trova ad
affrontare: la lotta è sempre dura, concitata e si susseguono momenti dai
risultati altalenanti. Il sorriso forzato di Oh Dae-Soo è il confine
ideale fra la realtà e la volontà di evoluzione dell’uomo: il
protagonista continua a ripetere senza sosta una massima utilizzandola
come un mantra esistenziale -se ridi, tutto il mondo riderà con te; se
piangi, piangerai da solo-, convincendosi infine di poter “stare
bene con gli altri” (come proclamerebbe il suo nome tanto lontano dalla
verità dei fatti) se solo si inserisse in prima persona nel complesso
sociale con la volontà di “stare bene”. E’ la forza di volontà
dunque che conduce per mano gran parte del film, quella stessa capacità
di controllo del proprio essere che permette di tagliarsi la lingua senza
battere ciglio. Dietro a tutto ciò, si cela il desiderio folle e
giustificabile di sapere la verità, di conoscere il perché di una
prigionia tanto inconcepibile: sembrerebbe dunque di trovarsi di fronte ad
un caso di ricerca di assoluta purezza, raggiungibile anche al prezzo del
sangue proprio ed altrui, in virtù di un’inarrestabile bramosia di
realtà. Ebbene è qui che si nasconde la vera natura dell’uomo, che
vuole vedere solo ciò che fa comodo e preferisce chiudere gli occhi,
dimenticare o fuggire via pur di non dover affrontare la vita nella sua
completezza. Si chiude qui il cerchio, in una casa-prigione che è lo
specchio dell’animo di un’umanità convulsa e schizofrenica, che prima
si lamenta dei propri limiti e che poi è incapace di vivere davvero. E
così dopo aver dato pugni contro una parete per quindici anni, aver messo
in pratica il proprio allenamento più e più volte dopo il suo ritorno
nel mondo, Oh Dae-Soo si ritrova frastornato ed impotente di fronte ad un
contesto sociale in continua evoluzione, di fronte a realtà controverse
che lo inseriscono in ambiti che appaiono troppo grandi anche per lui che
sembra pronto a prendere a morsi la vita e strappare i denti dei propri
nemici con la grazia di una libellula. Meglio isolarsi, meglio chiudersi
dietro la propria maschera, a costo di compromettere i propri ricordi e la
propria intera vita. Priscilla Caporro Dispiace dirlo, ma Old Boy non è assolutamente da includere nella "nouvelle vague" coreana. Recentemente in una certa parte della critica sta passando l'equazione trash = cinema coreano, equazione semplicistica che sminuisce la carica innovativa e singolare del cinema di Seul. Per smontare ciò basterebbe opporre Kim Ki-duk a Park Chan-wook. Tanto il primo lavora di sottrazione, tanto il secondo di accumulo, costruendo Old Boy come un patchwork di trovate visive che stordiscono lo spettatore ma che alla fine suscitano freddezza nei confronti dell'opera. Park realizza un film che ha gli stessi cliché visivi del cinema hollywoodiano: vorrebbe shockare lo spettatore ma, direbbe Barthes, "lo tratta come il cane di Pavlov". Bisogna ammettere che alcune trovate da fumetto sono esteticamente valide ed emozionanti -vedi la scena in piano sequenza dove affronta con un martello una trentina di avversari- ma l'impressione finale è che sembra di essere dalle parti del Tarantino dei poveri, Rodriguez. Giacomo Abbruzzese |
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Manuel Billi 8½ |
Luca |
Daniele |
Emanuele Di Nicola 7 |
Matteo Catoni 7 |
Niccolò Rangoni 7½ |
| Luigi Garella 7 |
Hans Ranalli 7½ |
Stefano Selleri 8 |
Luca Baroncini 7½ |
Massimiliano Troni 7 |
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