OLD BOY
(OldBoy)

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REGIA:    
PARK Chan-Wook

PRODUZIONE:  Sud Corea   -   2004   -   Az./Thriller

DURATA:  119'

INTERPRETI:
Choi Min-Sik, Yoo Ji-Tae, Gang Hye-Jung, Chi Dae-Han, Oh Dal-Su, Lee Seung-Shin, Oh Gwang-Rok, Lee Dae-Yun

SCENEGGIATURA:
Hwang Jo-Yun - Lim Joon-Hyung - Park Chan-Wook

FOTOGRAFIA:
Chung Chung-Hoo

SCENOGRAFIA: 
Oo Seong-Hee

MONTAGGIO: 
Kim Sang-Bum

COSTUMI: 
Ho Sang-Kyung

EFFETTI SPECIALI:
Ee Jung-Soo

MUSICHE: 
Cho Young-Wuk - Shim Hyun-Jung - Lee Je-Soo

Trama

Una volta uscito da una prigionia lunga quindici anni, Oh Dae-Soo va alla ricerca del responsabile del suo sequestro e soprattutto delle ragioni che hanno spinto quest’ultimo a vendicarsi...

Recensioni

 

 

 

Se piangi, se ridi

Se ridi, tutto il mondo riderà con te; se piangi, piangerai da solo. Questa massima ripetuta più volte dal protagonista sintetizza il senso intimo di un’opera, ispirata ad un manga giapponese, la cui originalità risiede, più che nel plot (ennesima disamina sulla genesi dello spirito di vendetta, oltre che ricerca affannosa del senso di un gesto apparentemente gratuito, con tanto di duplice agnizione finale) nella messa in scena, abile intreccio di iperrealismo e non-sense, in cui l’alternanza di lacrime (quelle della giovane cuoca di sushi dalle “mani fredde”, Mi-Do) e di sangue (fatto scorrere dal suo “amante” Dae-Soo) pare dipanarsi non secondo la logica della sorpresa, ma secondo quella della necessità. L’ossimoro del titolo traduce la forma mentis del protagonista, uomo che, paradossalmente fin dal nome, dovrebbe “star bene con gli altri” (Dae-Soo significa questo), prima e dopo la kafkiana reclusione: vi entra vecchio, maturo, alcolizzato,“smemorato” (Old) e vi esce ringiovanito, costretto a ricercare nel proprio passato di piccolo delatore di un collegio cattolico il senso del presente. Ognuna delle quattro mura della prigione privata stimola in lui una “spinta verso”: verso la vendetta, nella parete in cui si allena prendendo a pugni la silhouette del fantomatico sequestratore che ha disegnato; verso l’esterno, la libertà, il sole, la pioggia, la parete con la fittizia finestra, aperta su una distesa verde con tanto di mulino a vento; verso l’altro, la parete dell’ingresso, unico legame con l’altro da sé impersonato da colui che, quotidianamente, gli porta il cibo; verso la riscoperta di sé, nella parete in cui è appeso una sorta di “ritratto di Dorian Gray”, sempre meno dipinto, sempre più specchio in grado di riflettere le “rughe”, le piaghe dell’anima.
Park Chan-Wook, giunto al secondo capito del trittico sulla vendetta iniziato con lo splendido Sympathy for Mr. Vengeange, non teme la contaminazione anzi, pare auspicarla, così come sembra ignorare i pericoli che, in operazioni rischiose come questa, sono sempre in agguato (in tale furia stilistica, il regista almeno in due occasioni si fa prendere la mano, rischiando il cattivo gusto come nel riferimento a Silvia Plath, lettura preferita di una futura giovane suicida…).
 
Tuttavia, le scelte stilistiche adottate (primissimi piani, grandangoli deformanti, voce off, anticipazioni sonore, efficaci interazioni tra flashback/passato e “presente”, dialoghi da programma di divulgazione scientifica, motivati dal fatto che nei quindici anni di prigionia l’unico contatto col mondo esterno del protagonista è stato giusto un apparecchio televisivo) non hanno nulla della gratuità di molto cinema orientale “di genere”, oramai fotocopia di se stesso, iterazione infinita del già visto, ma sono giustificate ed inglobate in uno sguardo profondamente coerente gettato su un mondo surriscaldato, concitato, in cui ogni atto d’amore pare blasfemo o provocato da strani meccanismi derivanti dall’arte dell’ipnosi.
Nella proliferazione di atti estremi – polipi vivi divorati in un sol boccone, denti estratti con metodi che neanche il Laurence Olivier del Maratoneta, mani amputate, bypass con telecomando e lingue tagliate – si coglie in filigrana la disperazione che pare determinare ogni gesto, condizionare ogni movimento: la vendetta non è più un piatto che va servito freddo, ma è una pietanza andata a male, maleodorante, che non libera l’autore dalla pesantezza del gesto che si accinge a compiere, ma che anzi lo lega in maniera ancora più indissolubile ad un passato che vorrebbe dimenticare, e che il protagonista riuscirà a rimuovere solo grazie all’intervento provvidenziale dell’ipnosi, quindi dell’altro. Così il regista: [quello della vendetta] è un tema che mi interessa perché vendicarsi è un comportamento che non ha alcun senso, che non riporta in vita le persone che non ci sono più, eppure che spesso non si può evitare. Pur non avendo senso la vendetta richiede moltissime energie per portare a termine l'azione. Chi si vendica è consapevole del fatto che la sua vendetta non porterà a nulla, ma non è capace di fermarsi. Questa vacuità dell'azione con il dispendio di molte energie è un tema che mi affascina molto dal punto di vista psicologico.
L’immensa solitudine dell’uomo che soffre, il consenso che gravita attorno all’uomo felice: per questo, un sorriso forzato nei momenti di massimo dolore pare l’unica soluzione in grado di permettere al protagonista, novello Edipo, di “essere il proprio nome”, di “stare bene con gli altri”.
Meritatissimo Gran Premio della Giuria al Festival di Cannes.

Manuel Billi


E venne il giorno della vendetta

È folgorante l'impatto del film di Park Chan-Wook. La fascinazione del suo scavare con la macchina da presa nella rabbia dei personaggi permette di mettere in secondo piano i limiti di un soggetto tutt'altro che originale, dove i conflitti assumono le tonalità nerastre degli archetipi classici della tragedia. La verità, a lungo inseguita dal protagonista, racchiude il mistero di quindici anni di prigionia privi di apparente motivo. Il furto di un'esistenza nel vano tentativo di saldare conti con il passato, attraverso un sentimento di vendetta che cambia faccia nel corso della narrazione trasformando la vittima in carnefice. Ma non è la razionalità il giusto parametro per entrare nell'universo grottesco e iper-violento messo in scena da Chan-Wook; il regista coreano riesce infatti ad allontanare lo spettatore dalla sicurezza di confini reali per immergerlo visceralmente nella sua personale visione. Un punto di vista che nella violenza, spesso gratuita, ammicca al pulp di Tarantino (non è un caso il Gran Premio della Giuria allo scorso Festival di Cannes, in cui Tarantino era presidente di Giuria) ma si distingue dalle fotocopie d'oriente che invadono con sempre maggior frequenza gli schermi occidentali, tra l'autorialità di geometrie divenute maniera e le troppe piroette marziali in patina ormai sbiadita. In "Old Boy", invece, la regia assume una valenza quasi narrativa perché scandisce i passaggi del racconto, di per sé bislacchi ma lineari, con grande efficacia. Sono tante le invenzioni che spiazzano (una formica gigante in autobus), disorientano (la traiettoria di un martello pronto a colpire disegnata sulla pellicola), shoccano (un polipo mangiato vivo), stridono (l'incontro iniziale con il suicida), ma finiscono per essere tutti tasselli di uno sguardo d'insieme omogeneo, che non insegue le mode, ma le frulla con maestria. Alcuni momenti, complice la ricca colonna sonora e il perfetto montaggio, incollano alla poltrona proprio per il come, piuttosto che per il perché (ad esempio, le suggestive interazioni del protagonista con il flashback rivelatore), ma non si tratta di mera forma, bensì di un modo assolutamente cinematografico per sostanziare i passaggi della sceneggiatura. Inoltre, nonostante la cupezza dell'universo in cui i personaggi si muovono e il tormento alla base delle loro scelte, non è la grevità il fine ultimo del regista. Non mancano, infatti, inaspettati momenti sdrammatizzanti (il protagonista dal parrucchiere, agghindato con cuffietta per signora). Forse fuori luogo, eccessivi, debordanti, ma lontani da un banale rapporto causa/effetto in cui tutto accade nella scontatezza. E nell'omologazione di tanto cinema contemporaneo, "Old Boy" si distingue come una boccata d'aria fresca. Magari un po' satura di gas, ma pur sempre rigenerante.

Luca Baroncini


La messa in scena della vendetta

Il film è eccezionale dal punto di vista visivo. Le luci, il taglio dell’inquadratura, il montaggio non hanno nulla da invidiare ai grandi maestri del cinema hollywoodiano contemporaneo: d’altronde la confezione patinata impeccabile tradisce chiaramente la destinazione internazionale del prodotto. I meriti tecnici del film sono stati ampiamente ripagati dal pubblico (nella sola Corea del Sud ha totalizzato 4 milioni di presenze) e riconosciuti dalla critica (che lo ha premiato a Cannes nel 2004). Quindi da questo punto di vista nulla da dire.  
Il punto debole di questa categoria di film di solito è la sceneggiatura. Questa volta però la storia non è così banale come ci si potrebbe aspettare. Il film infatti, ispirato ad uno sconosciuto fumetto giapponese, è la storia di due vendette intrecciate l’una nell’altra, con un colpo di scena finale davvero imprevedibile (degno del miglior Christopher McQuarrie). Non mancano dosi massicce di violenza, senza mai scadere nel granguignolesco; e soprattutto di ironia che da una parte depotenzia l’impatto molto crudo di certe scene di brutalità, e dall’altra rivela la vena più ispirata e originale del film rispetto al resto del panorama cinematografico di questi anni.  
L’inizio del film è formidabile, con un montaggio serrato e una serie di figure godibilissime. D’altra parte alcune scene lasciano trasparire un regista molto attento alla costruzione dell’inquadratura, ai limiti dell’autocompiacimento. Non si respira epica e neppure lirica, ma un mix sufficientemente riuscito di entrambe. Certo non è Sergio Leone e neppure Quentin Tarantino, ma la mano di Chan-Wook Park è felice. Il finale invece può far discutere: non tanto per la morale che getta sull’intera storia, quanto per la vistosa distonia che fa emergere tra il messaggio coraggioso e alternativo e la messa in scena al contrario sorvegliatissima dal punto di vista tecnico e formale. Ne risulta il ritratto di un autore talentuoso ma anche furbo.  

Al film sicuramente va stretta sia l’etichetta di horror orientale in stile The Ring, perché di fatto non è un horror in senso proprio: c’è troppa ironia e non c’è tensione ma dramma; sia l’etichetta di thriller patinato in stile Hollywood anni 2000 (quelli dell’ultimo Zemeckis e di M.N. Shyamalan per intenderci). E’ un’opera a sé, un giallo inclassificabile, più vicino al pulp postmoderno di Tarantino e Rodriguez piuttosto che ad ogni altro genere, sia per le dosi massicce di humour nero, sia per una certa estetica della violenza che riesce a trasmettere (oltre che per l’iconografia modaiola), e sia infine per l’eclettismo dello stile. In attesa di una più approfondita analisi delle figure e dei temi dell’opera di Chan-Wook Park, è da segnalare l’uso magistrale dei dettagli e dei movimenti della macchina da presa nella costruzione del racconto (a metà strada tra il registro magniloquente di Leone e il tono sardonico di Shyamalan), e quello dello sguardo in macchina e della voce fuori campo per l’espressione di un coinvolgimento straniante a tratti irresistibile (tra la citazione da Hitchcock e la parodia di Bergman). Menzione particolare per la colonna sonora, all’altezza di riunire pezzi di musica elettronica contemporanea con capolavori della classica.

Massimiliano Troni

Commenti

 

 

Andando in giro a cavar denti

Se te ne vai in giro con un martello in mano la tua vita non può essere proprio tranquilla, non puoi svegliarti la mattina e pensare che la tua esistenza possa scorrere sui binari della normalità. Old Boy è il cinema della stasi e dell’improvviso movimento, del ricordo e dell’impossibilità del futuro. Quattro mura fanno una prigione, ma il mondo in realtà è solo una prigione più grande; questo vale per tutti, ma soprattutto per chi del proprio cammino ha perso quindici anni, ritrovandosi su una strada senza nulla in tasca, se non il bagaglio della propria rabbia, della sete di vendetta che neanche una coltellata alla schiena può scalfire. Old Boy è il cinema della rabbia e del silenzio, dei pugni e del sesso. Andare sempre avanti anche quando il sentiero non puoi vederlo, ma soltanto percepirlo ricercandolo con ostinazione e fermezza, con la mani chiuse a pugno, pronte a distruggere ogni cosa che si presenti davanti al nostro sguardo che in passato ha visto qualcosa di troppo. Fino alla fine e anche oltre, perché sconfiggere la realtà costa caro e lascia segni indelebili, cicatrici tangibili che puzzano di sangue e che non guariranno mai. Old Boy è il cinema delle azioni che è meglio dimenticare, della foresta innevata che solo l’amore anormale può riempire di vita.

Matteo Catoni

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Preconfezione coreana da asporto

Se esiste un patetismo dei sentimenti, per Old Boy di Chan-Wook Park si può invece parlare di un patetismo della violenza altrettanto dolciastro e nauseante.
Le immagini si iniettano concitatamente di primissimi piani, di tagli forzati, sorta di sovraesposizioni della visione da fumetto manga qualsiasi.
Il regista si richiama, a suo dire, a Kitano, ma inutilmente si affanna a ritrovarne la purezza e l’essenzialità. Una delle più crude e coinvolgenti sequenze di Sonatine, per rappresentare la strage compiuta dal protagonista, si limitava a mostrare da lontano i bagliori delle armi da fuoco che come lampi tagliavano il buio.
In Old Boy la violenza è invece sola e semplice pornografia visiva, senza coinvolgimento né poetica.
L’uso del martello come arma di vendetta, le menomazioni fisiche, la sofferenza della carne, sono plastica che arranca, sono (pre)confezione orientale senza lacrima, senza partecipazione in profondo.
Lo stesso tema del suicidio, nei film di Kitano (Hana-Bi su tutti) così teneramente lucido e sospeso in un silenzio nascosto, qui diventa pretesto per una dilatazione lacrimosa del tempo, per una sospensione cinematografica (nel senso deteriore del termine) e fittizia dell’abbandonare la mano che ci regge per abbandonare la vita.
Park si culla nella maniera esteriore e furba del suo cinema, crogiolandosi in effetti digitali stantii e ricercatezze di stile levigate e indolori.
La violenza è solo un diversivo, la trama puerile un terribile ammanco di senso.
Non per niente le sequenze più coinvolgenti e suggestive sono quelle in cui non succede nulla: come le immagini dei grattacieli in costruzione nella periferia coreana, imponenti e altissime torri, quasi un desiderio di cielo ridotto a scheletro di cemento.

Mattia Mariotti


E se la vita fosse un fumetto?

Favola folle e vorticosa sul tema della vendetta –reazione particolarmente in voga ultimamente- OLD BOY non sembrerebbe allontanarsi troppo dai soliti film di matrice orientale basati sui manga: pellicole piene di combattimenti all’ultimo sangue, dialoghi scarni e spesso infarciti di frasi ad effetto, sequenze spettacolari caratterizzate da primissimi piani e fermo-immagine. In OLD BOY invece, si nasconde qualcosa di diverso, di più particolare ed interessante. Molto più letterario di quanto potrebbe sembrare a prima vista, l’intero film che racconta il percorso di vendetta di Oh Dae-Soo, viene costantemente colorato da momenti di pura azione cinematografica pur senza scadere nella brutalità insignificante. Inutile dire che la violenza ricorre continuamente, conferendo però all’opera quel vigore e forza stimolante che fa sì che la trama non si afflosci su se stessa: tutta la pellicola trasuda ferocia e aggressività, ma mai la rappresentazione è fine a sé. Il discorso intrapreso da Park Chan-Wook è schietto ed essenziale, in alcuni tratti anche prevedibile: in contrapposizione a ciò troviamo alcune sferzate all’interno dell’intreccio narrativo che fanno sì che il risultato invece di essere piatto e poco coinvolgente, possa evolversi e mutare forma continuamente. Il ruolo del film nel suo sviluppo diventa dunque paragonabile ai combattimenti all’ultimo sangue che il protagonista si trova ad affrontare: la lotta è sempre dura, concitata e si susseguono momenti dai risultati altalenanti. Il sorriso forzato di Oh Dae-Soo è il confine ideale fra la realtà e la volontà di evoluzione dell’uomo: il protagonista continua a ripetere senza sosta una massima utilizzandola come un mantra esistenziale -se ridi, tutto il mondo riderà con te; se piangi, piangerai da solo-, convincendosi infine di poter “stare bene con gli altri” (come proclamerebbe il suo nome tanto lontano dalla verità dei fatti) se solo si inserisse in prima persona nel complesso sociale con la volontà di “stare bene”. E’ la forza di volontà dunque che conduce per mano gran parte del film, quella stessa capacità di controllo del proprio essere che permette di tagliarsi la lingua senza battere ciglio. Dietro a tutto ciò, si cela il desiderio folle e giustificabile di sapere la verità, di conoscere il perché di una prigionia tanto inconcepibile: sembrerebbe dunque di trovarsi di fronte ad un caso di ricerca di assoluta purezza, raggiungibile anche al prezzo del sangue proprio ed altrui, in virtù di un’inarrestabile bramosia di realtà. Ebbene è qui che si nasconde la vera natura dell’uomo, che vuole vedere solo ciò che fa comodo e preferisce chiudere gli occhi, dimenticare o fuggire via pur di non dover affrontare la vita nella sua completezza. Si chiude qui il cerchio, in una casa-prigione che è lo specchio dell’animo di un’umanità convulsa e schizofrenica, che prima si lamenta dei propri limiti e che poi è incapace di vivere davvero. E così dopo aver dato pugni contro una parete per quindici anni, aver messo in pratica il proprio allenamento più e più volte dopo il suo ritorno nel mondo, Oh Dae-Soo si ritrova frastornato ed impotente di fronte ad un contesto sociale in continua evoluzione, di fronte a realtà controverse che lo inseriscono in ambiti che appaiono troppo grandi anche per lui che sembra pronto a prendere a morsi la vita e strappare i denti dei propri nemici con la grazia di una libellula. Meglio isolarsi, meglio chiudersi dietro la propria maschera, a costo di compromettere i propri ricordi e la propria intera vita.
OLD BOY è questo: una parabola impetuosa e fumettistica che però ci riporta continuamente in quella che è la vita di tutti i giorni.

Priscilla Caporro


Dispiace dirlo, ma Old Boy non è assolutamente da includere nella "nouvelle vague" coreana. Recentemente in una certa parte della critica sta passando l'equazione trash = cinema coreano, equazione semplicistica che sminuisce la carica innovativa e singolare del cinema di Seul. Per smontare ciò basterebbe opporre Kim Ki-duk a Park Chan-wook. Tanto il primo lavora di sottrazione, tanto il secondo di accumulo, costruendo Old Boy come un patchwork di trovate visive che stordiscono lo spettatore ma che alla fine suscitano freddezza nei confronti dell'opera. Park realizza un film che ha gli stessi cliché visivi del cinema hollywoodiano: vorrebbe shockare lo spettatore ma, direbbe Barthes, "lo tratta come il cane di Pavlov". Bisogna ammettere che alcune trovate da fumetto sono esteticamente valide ed emozionanti -vedi la scena in piano sequenza dove affronta con un martello una trentina di avversari- ma l'impressione finale è che sembra di essere dalle parti del Tarantino dei poveri, Rodriguez.
Il film parte bene, l'incipit della sceneggiatura è interessante -rapito sotto casa e imprigionato senza apparente motivo per quindici anni, esce e cerca di consumare la sua vendetta- ma con il proseguo del film viene progressivamente privilegiata la trovata a effetto più che la coerenza narrativa, e lo stesso finale perverso appare solo un'astuzia spettacolare.
Non è un film da dimenticare o da stroncare totalmente -anche perché in giro c'è ben di peggio- ma Old Boy è di una cattedralità plastica vuota e non stupisce che la giuria che l'ha premiato a Cannes abbia avuto come presidente Quentin Tarantino.

Giacomo Abbruzzese


Manuel
Billi

Luca
Pacilio

Daniele
Bellucci
7

Emanuele
Di Nicola
7
Matteo
Catoni
7
Niccolò
Rangoni
Luigi
Garella
7
Hans
Ranalli
Stefano
Selleri
8
Luca
Baroncini
Massimiliano
Troni
7
 
 

 

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