MILLION
DOLLAR BABY
(Million Dollar Baby)
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Trama |
Un trainer sulla soglia della terza età allena, riluttante, una ragazza pugile sola e determinata. La sorte sarà loro complice e avversaria… |
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Dopo l’acclamato Mystic River, Clint Eastwood si riconferma grande narratore di dilemmi morali, sempre più crepuscolari e sottilmente imbricati nel tessuto del dibattito occidentale contemporaneo. L’inconfondibile voce rotta, lo sguardo impenetrabile ed un corpo che esibisce i gloriosi segni del tempo con una fierezza ed una mascolinità ineguagliabili, Eastwood esibisce un’altra costola spezzata e dolorante degli Stati Uniti: la divisione sotto la stessa bandiera in materia di fede, diritto e democrazia. Un atto d’amore controverso e pungente avvolto nello storytelling vellutato e struggente di cui “occhi di ghiaccio” – nelle doppie vesti di regista e attore protagonista – sembra voler continuare a riscrivere la Storia. Un film che rasenta la perfezione nel suo essere, allo stesso tempo, palinsesto di un codice tradizionale e disincantato veicolo per tematiche attuali e controverse. Stupendi ed essenziali la fotografia, il décor, ed il montaggio. Ben dirette, compatte e brutali le scene di lotta. Ironici e sopra le righe gli scambi di battute fra Eastwood e la sua grande “spalla” (definizione quasi oltraggiosa) Morgan Freeman. Appropriata Hilary Swank e il suo corpo robusto, flessibile e cesellato. Il difetto più grande che si può riscontrare è il nucleo dedicato alla famiglia della dotata atleta, che sembra eccedere nella sua stereotipata caratterizzazione e fossilizzarsi in un macchiettismo in cui Eastwood è scivolato altre volte – in tutta coscienza – e che rischia purtroppo di distrarre dalle qualità più introspettive della pellicola. Ad ogni modo, un film raccomandato a chi ama i sapori forti e tradizionali e non ha paura di commuoversi e di riflettere. Alberto Zambenedetti Gli dèi non si alzano in piedi È
difficile commentare un film che ha suscitato in noi forti emozioni; in
particolare quando si nutre un pregiudizio negativo verso le opere che
fanno della sofferenza un elemento centrale ed esibito, robusto essendo il
sospetto di un suo uso strumentale, ricattatorio, per la naturale empatia
e identificazione emotiva che talune situazioni drammatiche sono in grado
di sollecitare nello spettatore. Hans Ranalli |
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Occhi di ghiaccio tiepido Clint
continua nella sua messinscena dal sapore classico, trattando per ossimoro
tematiche di infuocata attualità; in perizia formale ha pochi rivali,
nella tenuta narrativa anche (oltre due ore fluide e compatte), il cast è
lustro per gli occhi – e la splendida Swank si conferma ancora ad alti
livelli - ma stavolta qualcosa scricchiola alla radice. Il film ha un
inizio, uno svolgimento ed un finale preciso: la sequenza silenziata in
cui la million dollar baby
incappa nel tragico incidente. Da lì in poi, l’eutanasia di un regista:
svolte narrative di grigia piattezza (la paralisi ed il confronto
famigliare), spettri vaganti ognuno con il proprio MARE DENTRO (gli
applausi mentali come le visioni di Sampedro nella recente sciocchezzuola
di Amenabar), didascalia superflua e quasi offensiva nella sua
prevedibilità, la pedante voice off
come colpo di grazia, quella luce fredda negli occhi del mito che si
riduce a faro del naufragio. Occupato stabilmente il trono di grande
vecchio nel cinema Usa, il regista appare qui ingarbugliato sulla sua
stessa idea di partenza, pronto a spararla a tutto campo senza adeguato
filtro scenico; e se a MYSTIC RIVER, uscita imperfetta ma infinitamente
stimolante, si potevano muovere critiche di ordine generale MILLION è
l’opera di un pugile suonato che propugna una causa, fa la voce grossa
sventolando una bandiera (esplicite sono le pugnalate alla “cattiva
chiesa”) ma si perde sciattamente nel giro a vuoto. O meglio: rasentando
consapevolmente lo stereotipo Eastwood si getta a corpo morto
nell’emozione, è un romantico (nel senso inglese del termine) che vuole
toccare le corde dell’animo ma risolve in modo spudorato – il
pettinato dejà-vu smorza
l’impatto del narrato e si stende su tutto, ora virile e composto (un
dialogo interiore tra due dinosauri), ora apertamente patetico (la parola
sillabata sul letto di morte). Un sipario epistolare di basso carato
abbandona la ferita ancora aperta e sanguinante. Emanuele Di Nicola |
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L'arte del "secondo piano" Quando un amico oggi mi ha chiesto di cosa trattasse l’ultimo film di Clint Eastwood, mi sono trovato un poco in difficoltà nel dare una risposta sensata. Ieri sera i commenti più frequenti degli spettatori all’uscita della sala erano: “bello ma tristissimo” oppure “ma chi me l’ha fatto fare?”. Infatti questo film si può definire meglio con le emozioni che suscita piuttosto che con il suo contenuto: un padre senza figlia, segnato da una colpa indicibile e imperdonabile, una figlia senza padre, un manager senza campioni una potenziale campionessa che cerca un maestro, l’incontro tra due anime che si attraggono come calamite, complementari nelle loro manchevolezze ma accomunate dalla sofferenza e dall’emarginazione nel mondo e nella boxe. Un flash sul mondo degli ultimi in un America povera e talvolta meschina. L’eutanasia. Il significato della fede. In questo film c’è tutto questo ma la grande arte del “vecchio” Clint e la completa mancanza di intenti didascalici ci permettono di affrontare temi tanto seri quasi con leggerezza senza risposte facili o moralismo a buon mercato, perché tutto ciò fa semplicemente da contorno ad una storia d’amore bellissima e straziante come poche nella storia del cinema. L’angoscia domina gli spettatori e le lacrime scorrono in sala, anche se inframmezzate da molti sorrisi.. A differenza di Meggy Clint ci stende all’ultimo round ma…ne valeva la pena. Carlo Tonazzi Clint, l’ultimo aedo dell’etica classica “Million dollar baby” non è
soltanto il film con cui Clint Eastwood ha trionfato all’ultima edizione
degli Oscar. Non ne parliamo perché è il film dell’anno, secondo la
giuria degli Academy Awards, o perché abbia soffiato a “The Aviator”
di Martin Scorsese l’ambita statuetta di Miglior Film. Quella di
Eastwood è un’opera davvero diversa da tutto il resto della produzione
statunitense recente. E’ una perla di purezza in un business, come
quello cinematografico a stelle e strisce, dove ciò che risplende è
plastica ruffiana ed ipocrita o “trendy”, che poi significa la stessa
cosa. Pur rientrando pienamente nella produzione di Eastwood circa
l’aspetto tecnico e l’asciuttezza narrativa, dove “una parola è
poca e due sono troppe”, “Million dollar baby” è qualcosa di più,
è una tragedia realistica raccontata in modo letterario, ma senza
retorica. E’ un dramma amaro, senza speranze, senza “happy ending”,
senza possibili interpretazioni dietrologiche mosse da inguaribili
ottimismi. E’ un film duro e vero come lo è la
protagonista, fuori e dentro il ring; e come lo sono i personaggi
interpretati da Clint Eastwood e Morgan Freeman, che è anche la voce
narrante che ci conduce in modo lucido e rispettoso lungo la vicende della
pugilessa e del suo allenatore. Lei una ragazza di provincia, cameriera
dall’età di 13 anni, lui un ex pugile che nonostante le sconfitte e le
delusioni continua a vivere con coerenza e determinazione la sua vita sul
ring, da anziano allenatore di pugili che ottengono la gloria subito dopo
averlo mollato. Adolfo Spezzaferro L'etica dell'ombra e della penombra Eccolo l'ultimo Eastwood, allenatore di boxe che ha conosciuto il mondo suo malgrado, distaccato, ruvido, maschilista e cinico come sempre ma questa volta anche capace di mostrare aldilà della corteccia nichilista di chi avverte la grevità della vita e non sa come risolverla, un senso del pudore ed una tenerezza non comune nel cinema contemporaneo, di aprirsi a squarci di compassione e romanticismo che non lascerebbero indifferenti neanche le pietre ed, in definitiva, di imprimere nella storia del cinema una delle interpretazioni più partecipate e sofferte di sempre. Nicola Boccia Due esistenze ai margini s’incrociano
in una palestra di pugilato, dando vita a profonde affinità elettive dove
entrambe ritrovano se stesse. Annalisa Ghigo |
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Alberto Zambenedetti 9 |
Manuel |
Hans |
Emanuele Di Nicola 5 |
Niccolò Rangoni 7½ |
Daniele Bellucci 8 |
| Luca Pacilio 4 |
Matteo Catoni 8½ |
Luca Baroncini 6½ |
Massimiliano Troni 6½ |
Stefano Selleri 5 |
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