MILLION DOLLAR BABY
(Million Dollar Baby)

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REGIA:    
Clint EASTWOOD

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2004   -   Drammatico

DURATA:  137'

INTERPRETI:
Hilary Swank, Clint Eastwood, Morgan Freeman, Jay Baruchel, Mike Colter, Lucia Rijiker, Brian F. O'Byrne

SCENEGGIATURA:
Paul Haggis
(dai racconti di F.X. Toole)

FOTOGRAFIA:
Tom Stern

SCENOGRAFIA: 
Henry Bumstead

MONTAGGIO: 
Joel Cox

COSTUMI: 
Deborah Hopper

SUONO:
Bub Asman - Alan Robert Murray

MUSICHE: 
Clint Eastwood

Trama

Un trainer sulla soglia della terza età allena, riluttante, una ragazza pugile sola e determinata. La sorte sarà loro complice e avversaria…

Recensioni

 

 

 

Dopo l’acclamato Mystic River, Clint Eastwood si riconferma grande narratore di dilemmi morali, sempre più crepuscolari e sottilmente imbricati nel tessuto del dibattito occidentale contemporaneo. L’inconfondibile voce rotta, lo sguardo impenetrabile ed un corpo che esibisce i gloriosi segni del tempo con una fierezza ed una mascolinità ineguagliabili, Eastwood esibisce un’altra costola spezzata e dolorante degli Stati Uniti: la divisione sotto la stessa bandiera in materia di fede, diritto e democrazia. Un atto d’amore controverso e pungente avvolto nello storytelling vellutato e struggente di cui “occhi di ghiaccio” – nelle doppie vesti di regista e attore protagonista – sembra voler continuare a riscrivere la Storia. Un film che rasenta la perfezione nel suo essere, allo stesso tempo, palinsesto di un codice tradizionale e disincantato veicolo per tematiche attuali e controverse. Stupendi ed essenziali la fotografia, il décor, ed il montaggio. Ben dirette, compatte e brutali le scene di lotta. Ironici e sopra le righe gli scambi di battute fra Eastwood e la sua grande “spalla” (definizione quasi oltraggiosa) Morgan Freeman. Appropriata Hilary Swank e il suo corpo robusto, flessibile e cesellato. Il difetto più grande che si può riscontrare è il nucleo dedicato alla famiglia della dotata atleta, che sembra eccedere nella sua stereotipata caratterizzazione e fossilizzarsi in un macchiettismo in cui Eastwood è scivolato altre volte – in tutta coscienza – e che rischia purtroppo di distrarre dalle qualità più introspettive della pellicola. Ad ogni modo, un film raccomandato a chi ama i sapori forti e tradizionali e non ha paura di commuoversi e di riflettere.

Alberto Zambenedetti


Gli dèi non si alzano in piedi

È difficile commentare un film che ha suscitato in noi forti emozioni; in particolare quando si nutre un pregiudizio negativo verso le opere che fanno della sofferenza un elemento centrale ed esibito, robusto essendo il sospetto di un suo uso strumentale, ricattatorio, per la naturale empatia e identificazione emotiva che talune situazioni drammatiche sono in grado di sollecitare nello spettatore.
Eastwood sembra essere consapevole di questo rischio, e cerca di porvi rimedio con l’espediente dell’anticlimax, affidato all’ironia dei dialoghi che fanno corona ai momenti anche più toccanti o disperati: espediente che quasi sempre funziona egregiamente, va detto, sì che nello spettatore il groppo d’emozione si scioglie in una smorfia amara e sorridente.
Tuttavia, pur sempre di un espediente si tratta. Intendiamo dire che il regista americano non ha conservato l’asciuttezza espressiva del sublime Mystic river, e ha virato la tragedia in melodramma, provvedendo di volta in volta – cioè episodicamente e per così dire dall’esterno, non strutturalmente – a correggerne il turgore patetico, sottolineato per contro da certe insistenze di scrittura (da confrontare con la straordinaria freddezza dello sguardo di Chéreau in Son frère, che pure ci risparmia assai poco sia in quanto a psicodrammi famigliari, che a sofferenza e umiliazione nella malattia della dignità dei nostri corpi).
Col limite suddetto, e ove si eccettuino gli ingombranti interventi della voce off di Morgan Freeman nel ruolo di narratore, il film è per ogni dove ammirevole: il respiro disteso della narrazione, lo stile che ancora una volta respinge la dominante retorica dell’anticlassico, il rispetto per i personaggi, l’altezza dei nodi tematici e la maniera limpida, lontana da cerebralismi o virtuosismi e anche perciò tanto più efficace, della loro messa in scena.
Caratteristiche, tutte queste, che siamo soliti lodare nel cinema di Eastwood, anche se non tutti i risultati possono ovviamente essere collocati al medesimo livello, e che si impongono all’attenzione pure in Milion dollar baby.
L’impianto allegorico, lo sport e le sfide che esso propone, sarebbe in verità alquanto logoro; ma è anche straordinariamente conforme all’aggressivo individualismo che è parte integrante dell’identità americana, e non a caso è stato sfruttato dal cinema U.S.A. centinaia di volte, con immancabile successo ed esiti variabili.
Qui viene utilizzato al meglio per servire la storia dell’anziano e solitario allenatore, gravato da un irresolubile senso di colpa nei confronti della figlia che rifiuta ogni contatto con lui (e le ragioni di tale conflitto, superflue nell’economia del film, molto opportunamente sono taciute), al quale il caso offre una seconda occasione. Eastwood è infatti troppo disilluso e troppo interessato al valore di un’umanità piegata dalla sconfitta, alla quale sola viene dischiusa la visione delle cose, per rimanere soggiogato da quell’ideologia assai vicina al darwinismo sociale che legittima lo stato di fatto risultante dai rapporti di forza, e tale da affascinare anche registi decisi a contestarla (com’è il caso di Stone: si pensi a Ogni maledetta domenica e, per certi versi, ad Alexander).
Lo scenario è ancora una volta quello di una storia famigliare, anche se i ruoli sono vicari e non biologici, con Freeman a fare da “madre” diplomatica e sottile mediatrice. Nel film precedente, il nucleo famigliare si rivelava un gorgo micidiale che abbatteva ogni remora morale, o un fallimentare tentativo di salvezza dalle proprie ossessioni, o ancora un rassicurante rifugio nel quale inabissare la propria responsabilità nei confronti degli “altri”. Qui, se viene meno la proiezione sociale e politica del dramma privato – la sequenza finale di Mystic river è un esplosivo atto d’accusa contro il paese che volle farsi giustizia da sé, e che trionfa mandando al sacrificio non solo i nemici presunti colpevoli ma anche i propri figli – rimane intatta la sua altissima carica etica, il cui segno viene però addirittura rovesciato. Così come ritorna il tema della fede e del rapporto con la religione.
Con grande acutezza, Eastwood traccia una corrispondenza tra la richiesta della religione – e dei suoi ortodossi rappresentanti – di un’obbedienza scevra da dubbi o domande, e l’analoga richiesta fatta dall’allenatore all’atleta e dal padre alla figlia. Ma solo nella messa in discussione delle antiche verità e nella libertà può vivere un rapporto autentico tra padri e figli; né gli uni possono pretendere di legare gli altri a sé con la minaccia della sfiducia o della punizione. Il rischio della disobbedienza, dell’infedeltà, dell’eresia non deve essere evitato, ma bisogna anzi corrervi incontro: è questo il movimento innaturale che l’amore, come la boxe, richiede. Si può perfino affermare che il tradimento di chi amiamo è il suo dono più prezioso, perché significa che il nostro amore non ha soffocato la sua libertà.
Il prezzo può essere altissimo, per tutt’e due; così, la figlia nuova e ritrovata viene aiutata dal padre, inizialmente contrario perché bloccato dalla propria paura esattamente come altri sono accecati dalle proprie ambizioni, a perseguire un sogno alla fine del quale v’è il buio della morte. A lui resterà un ulteriore carico di sofferenza, un nuovo senso di colpa dal peso forse insostenibile.
È qui che si colloca l’altro grande tema del film, lo straziante dilemma etico dell’eutanasia. Rinunciando a verbose operazioni di propaganda ideologica, Eastwood concentra tutto in poche battute: la vita immobile della ragazza dopo l’incidente; la terribile richiesta d’aiuto; il dialogo col sacerdote; il gesto d’amore e di morte, d’amore e perciò di morte, compiuto dal vecchio padre verso la figlia che proprio quel gesto gli aveva chiesto; l’eco di un sorriso, e poi più nulla; Eastwood che si allontana, curvo e disperato; il volto di Freeman che emerge dall’ombra.
In questa parte del film v’è un momento a nostro avviso cruciale. Nel confronto col sacerdote, questi sa unicamente ripetere glaciali parole di dottrina: “non devi fare nulla; sta a Dio aiutarla”. La risposta di Eastwood è bruciante – “è a me che ha chiesto aiuto, non a Dio” – e svela con un solo, nudo tratto la falsa coscienza di quelle parole, che dietro l’invito all’obbedienza al precetto nascondono la facile scelta dell’irresponsabilità. La replica del sacerdote lo conferma: “se farai ciò che ti chiede, te ne sentirai per sempre in colpa”. È vero, la scelta e la colpa sono inestricabili: possiamo salvarci dalla seconda solo delegando ad altri la prima. Ma, facendolo, pensiamo a noi stessi, alla tranquillità della nostra coscienza, non a chi ci ha chiesto aiuto.
Il dilemma, forse poco cattolico ma intriso di religiosità, non conosce risposte soddisfacenti. Poco prima, avevamo visto Eastwood pregare invano per la salvezza di una persona amata, come chiunque di noi credente o no ha fatto almeno una volta nella vita. Dio è muto, la risposta spetta unicamente all’uomo, ogni volta. Il prezzo che ci viene estorto può essere insopportabile, ma dobbiamo essere disposti a pagarlo se solo vogliamo essere uomini vivi, e non miseri automi volti all’affermazione di sé; se vogliamo davvero essere per gli altri, per l’altro. Il vecchio Clint lo sa, e amiamo ogni solco della sua faccia perché ha saputo raccontarcelo da par suo.

Hans Ranalli

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Occhi di ghiaccio tiepido

Clint continua nella sua messinscena dal sapore classico, trattando per ossimoro tematiche di infuocata attualità; in perizia formale ha pochi rivali, nella tenuta narrativa anche (oltre due ore fluide e compatte), il cast è lustro per gli occhi – e la splendida Swank si conferma ancora ad alti livelli -  ma stavolta qualcosa scricchiola alla radice. Il film ha un inizio, uno svolgimento ed un finale preciso: la sequenza silenziata in cui la million dollar baby incappa nel tragico incidente. Da lì in poi, l’eutanasia di un regista: svolte narrative di grigia piattezza (la paralisi ed il confronto famigliare), spettri vaganti ognuno con il proprio MARE DENTRO (gli applausi mentali come le visioni di Sampedro nella recente sciocchezzuola di Amenabar), didascalia superflua e quasi offensiva nella sua prevedibilità, la pedante voice off come colpo di grazia, quella luce fredda negli occhi del mito che si riduce a faro del naufragio. Occupato stabilmente il trono di grande vecchio nel cinema Usa, il regista appare qui ingarbugliato sulla sua stessa idea di partenza, pronto a spararla a tutto campo senza adeguato filtro scenico; e se a MYSTIC RIVER, uscita imperfetta ma infinitamente stimolante, si potevano muovere critiche di ordine generale MILLION è l’opera di un pugile suonato che propugna una causa, fa la voce grossa sventolando una bandiera (esplicite sono le pugnalate alla “cattiva chiesa”) ma si perde sciattamente nel giro a vuoto. O meglio: rasentando consapevolmente lo stereotipo Eastwood si getta a corpo morto nell’emozione, è un romantico (nel senso inglese del termine) che vuole toccare le corde dell’animo ma risolve in modo spudorato – il pettinato dejà-vu smorza l’impatto del narrato e si stende su tutto, ora virile e composto (un dialogo interiore tra due dinosauri), ora apertamente patetico (la parola sillabata sul letto di morte). Un sipario epistolare di basso carato abbandona la ferita ancora aperta e sanguinante.
Che poi il pensiero insinuato dall’autore (stavolta “anziano” per davvero) sia sacrosanto e pienamente condivisibile (o meno), è una stimolante discussione da salotto domestico e/o aula parlamentare; al cinema ci piace(rebbe) soltanto vedere il film, che non si affievolisca insieme all’intervallo.

Emanuele Di Nicola

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L'arte del "secondo piano"

Quando un amico oggi mi ha chiesto di cosa trattasse l’ultimo film di Clint Eastwood, mi sono trovato un poco in difficoltà nel dare una risposta sensata. Ieri sera i commenti più frequenti degli spettatori all’uscita della sala erano: “bello ma tristissimo” oppure “ma chi me l’ha fatto fare?”. Infatti questo film si può definire meglio con le emozioni che suscita piuttosto che con il suo contenuto: un padre senza figlia, segnato da una colpa indicibile e imperdonabile, una figlia senza padre, un manager senza campioni una potenziale campionessa che cerca un maestro, l’incontro tra due anime che si attraggono come calamite, complementari nelle loro manchevolezze ma accomunate dalla sofferenza e dall’emarginazione nel mondo e nella boxe. Un flash sul mondo degli ultimi in un America povera e talvolta meschina. L’eutanasia. Il significato della fede. In questo film c’è tutto questo ma la grande arte del “vecchio” Clint  e la completa mancanza  di intenti didascalici ci permettono di affrontare temi tanto seri quasi con leggerezza senza risposte facili o moralismo a buon mercato, perché tutto ciò fa semplicemente da contorno ad una storia d’amore bellissima e straziante come poche nella storia del cinema. L’angoscia domina gli spettatori e le lacrime scorrono in sala, anche se inframmezzate da molti sorrisi.. A differenza di Meggy  Clint ci stende all’ultimo round ma…ne valeva la pena.

Carlo Tonazzi


Clint, l’ultimo aedo dell’etica classica

“Million dollar baby” non è soltanto il film con cui Clint Eastwood ha trionfato all’ultima edizione degli Oscar. Non ne parliamo perché è il film dell’anno, secondo la giuria degli Academy Awards, o perché abbia soffiato a “The Aviator” di Martin Scorsese l’ambita statuetta di Miglior Film. Quella di Eastwood è un’opera davvero diversa da tutto il resto della produzione statunitense recente. E’ una perla di purezza in un business, come quello cinematografico a stelle e strisce, dove ciò che risplende è plastica ruffiana ed ipocrita o “trendy”, che poi significa la stessa cosa. Pur rientrando pienamente nella produzione di Eastwood circa l’aspetto tecnico e l’asciuttezza narrativa, dove “una parola è poca e due sono troppe”, “Million dollar baby” è qualcosa di più, è una tragedia realistica raccontata in modo letterario, ma senza retorica. E’ un dramma amaro, senza speranze, senza “happy ending”, senza possibili interpretazioni dietrologiche mosse da inguaribili ottimismi. E’ un film duro e vero come lo è la  protagonista, fuori e dentro il ring; e come lo sono i personaggi interpretati da Clint Eastwood e Morgan Freeman, che è anche la voce narrante che ci conduce in modo lucido e rispettoso lungo la vicende della pugilessa e del suo allenatore. Lei una ragazza di provincia, cameriera dall’età di 13 anni, lui un ex pugile che nonostante le sconfitte e le delusioni continua a vivere con coerenza e determinazione la sua vita sul ring, da anziano allenatore di pugili che ottengono la gloria subito dopo averlo mollato.
All’inizio del film Freeman-narratore ci spiega che il pugilato è soprattutto rispetto, che non è solo questione di cuore, coraggio o determinazione. Quello stesso rispetto che ha Eastwood nei confronti del cinema. Lui che viene dai western di Leone e dai polizieschi di Siegel. Lui che fu simpaticamente canzonato come “l’attore che ha due sole espressioni: con e senza il sigaro”. Eastwood regista è un artista che rispetta il cinema; che non strafa, mai. Il suo ultimo film è una lezione di “medietas”, nel valore stoico del termine. Una prova notevole di moderazione, senza scadere nel melodramma per lacrime facili; senza restare vigliaccamente privo di morale, quella morale della favola il cui valore etico è alla base della letteratura classica. Assolutamente coerente e tremendamente coraggioso, dopo un film come “Mystic river”, Eastwood è riuscito a ritrarre un’allegoria della condizione umana -  quella del pugilato - portando avanti, inesorabile, una durissima condanna. La condanna del sistema americano, dell’avidità, della prepotenza che nasce dalla paura, della vigliaccheria sotto forma dell’ipocrisia, dell’assenza di amore. Non c’è spazio sul suo ring per chi è incapace di amare, smidollato, incoerente e senza onore. La protagonista, in un cast davvero ottimo, è davvero perfetta per lo scopo. Con un semplice sorriso sa essere femminile, piena di passione e di tenerezza; eppure ci turba e ci lascia di stucco quando sul ring in brevissime sequenze di colpi manda al tappeto le sue avversarie, con una furia controllata di rara potenza. Lei, la bravissima Hilary Swank - giustamente premiata con l’Oscar -  è una ragazza con un solo obiettivo: diventare una pugilessa. Per sfidare sul ring la sua vita, che l’ha sempre bastonata senza pietà. Ma non è la solita storia del riscatto sociale, il sogno del “self made man” che vince il titolo mondiale ed è acclamato da tutti, quella che ci mostra Eastwood è la parabola esistenziale di due individui “nudi e puri”, mossi da coerenza e bontà d’animo. Puniti da una vita che sembra fare il tifo per tutto il resto dell’umanità, quella cattiva, subdola, disonorevole. In poche sequenze il regista riesce a delineare nitidamente i personaggi negativi, condannandoli senza appello. Ciò che è duro da mandare giù, per lo spettatore, a parte il sogno infranto, il tragico incidente che funge da snodo narrativo o l’epilogo privo di ogni ottimismo, è che la protagonista ama una famiglia composta da esseri abbietti, la feccia della società. Una famiglia che ripaga l’amore di lei con opportunismo, cinismo, avidità. Altro personaggio negativo è quello del sacerdote, che non aiuta l’anziano allenatore - che ha una figlia a cui scrive lettere che gli tornano indietro, mai lette – a trovare le risposte giuste. Un cattolico osservante che va a messa tutti i giorni da 23 anni alla ricerca di quelle risposte esistenziali che tutti hanno il diritto di ottenere, a dispetto della loro bontà o vericidità. Il sacerdote incarna l’ipocrisia di chi è senza coraggio con l’alibi del dogma. Di riflesso la pellicola è un invito alla fede, secondo la consueta ma sempre sorprendente maestria di Eastwood di mostrarti un solo rovescio della medaglia. Lasciando la banale, meccanica conseguenza dell’azione sbagliata lontana dallo schermo. Lui mostra le azioni dei protagonisti. Il messaggio, la presa di posizione etica dell’autore sta nel non mostrato, nel non detto. Sta fuori dallo schermo, perché dentro le nostre coscienze.
“Million dollar baby” è un film educativo, nonostante la sua brutale perché realistica violenza, nonostante sia il racconto asciutto, rigoroso di una vita spezzata da una parte - quella della protagonista, e di una vita priva di speranza dall’altra - quella dell’allenatore. E’ educativo perché ci mostra un eroismo che non fa più tendenza ormai. Quello della vita di tutti i giorni. Che è una continua sfida, al nostro onore, alla nostra coerenza. Per questo, come ripete continuamente l’allenatore alla pugilessa, “non bisogna mai abbassare la guardia”.

Adolfo Spezzaferro


L'etica dell'ombra e della penombra

Eccolo l'ultimo Eastwood, allenatore di boxe che ha conosciuto il mondo suo malgrado, distaccato, ruvido, maschilista e cinico come sempre ma questa volta anche capace di mostrare aldilà della corteccia nichilista di chi avverte la grevità della vita e non sa come risolverla, un senso del pudore ed una tenerezza non comune nel cinema contemporaneo, di aprirsi a squarci di compassione e romanticismo che non lascerebbero indifferenti neanche le pietre ed, in definitiva, di imprimere nella storia del cinema una delle interpretazioni più partecipate e sofferte di sempre.
E' innanzitutto questo "Million Dollar Baby", una struggente riflessione sull'amore assoluto, su quell'amore disinteressato che non si estingue con la morte ma rende immortali per l'irriproducibilità e l'incorrutibilità del suo percorso attraverso le pieghe e gli ostacoli dell'esistenza. Ma è anche un doloroso apologo sul male, sul suo misterioso, inspiegabile e deplorevole introdursi nella realtà fino a sgretolarla del tutto, annichilendo l'uomo. 
La boxe funge da pretesto allegorizzante per poter mettere in scena un vero e proprio saggio filosofico di rara purezza - in cui la funzione narrativa non risolve mai anche quella esplicativa - 
sulle categorie che dominano l'esistenza e la religione, soffermandosi in particolare sull'analisi dei rapporti interpersonali e sullo scontro tra dogma ed esperienza: la colpa, il perdono, la fiducia, la fedeltà, la lealtà tutto ciò viene ripreso da Eastwood con una stile lirico e sacrale, classico al limite dell'astrattismo, pregno di una tensione etica che invano si cercherebbe in altri registi americani e che, per dirla con Bresson, lascia autenticamente trasparire emozioni oltre la patina e le incrostazioni delle immagini. 
I pugni della protagonista che palesano da subito la reazione con cui si oppone agli schiaffi della vita, il gioco di luci, la fotografia con i suoi chiaroscuri che riproducono quel limbo esistenziale ("tra il nulla e l'addio") in cui si trovano ad interagire i personaggi, l'uso dei piani come tentativo di scarnificare le maschere che ogni uomo indossa, i dialoghi in bilico tra l'ironia (intesa come unica difesa rispetto alla crudeltà della vita) ed il silenzio (inteso come unica possibilità di comunicazione), tutto concorre a fare di questa pellicola un assoluto capolavoro, una di quelle opere che resterà per sempre, indelebile, nella memoria collettiva. Da vedere e rivedere all'infinito. 
Scagli la prima pietra chi non ha versato neanche una lacrima.

Nicola Boccia


Due esistenze ai margini s’incrociano in una palestra di pugilato, dando vita a profonde affinità elettive dove entrambe ritrovano se stesse.
Cresciuta in un nucleo familiare squallido e disgregato, Maggie (interpretata con rara sensibilità da Hillary Swank) è una ragazza che dalla vita ha avuto solo umiliazioni e amarezze, ma che crede profondamente in quello che fa e persegue con ostinata determinazione l’occasione per affermare il suo talento pugilistico. Frankie è un allenatore disincantato ma dotato di grande umanità, che giorno dopo giorno si scontra con l’ottusità e la corruzione del suo ambiente, tormentato dal ricordo di una figlia perduta e mai più ritrovata.
L’incontro arricchirà entrambi di un sentimento di amicizia per una volta autentico, darà a Maggie l’occasione per far emergere la sua incredibile grinta e per accorgersi di non essere più sola, mentre permetterà a Frankie di ritrovare e riscoprire in lei la figlia smarrita nei ricordi.
Il film di Clint Eastwood, giustamente premiato dall’Academy con una pioggia di Oscar, ti prende alla sprovvista con la sua carica di umanità, ti coglie di sorpresa con i suoi impietosi e lividi ritratti di esseri umani alla deriva, che non lasciano spazio al sentimentalismo o a facili soluzioni moralistiche.
Clint delinea malvagi a tutto tondo, senza remissione, in una feroce denuncia non soltanto dei meccanismi corrotti di alcuni ambienti sportivi, ma anche della facciata ipocrita e perbenista dietro cui si nascondono insospettabili ministri di Dio, nonché dei feroci egoismi che permeano anche le persone all’apparenza più familiari.
Toccante la sequenza in cui Maggie guarda con malinconico rimpianto una bambina che tiene in braccio il suo cagnolino, vedendo in lei lo specchio dell’esistenza felice che il destino le ha per sempre negato. Profondo e magnetico lo sguardo di Morgan Freeman, che aggiunge alla sua immensa carriera un altro ruolo da antologia. Grandissimo anche lo stesso Clint, che avrebbe ben meritato un ex-æquo con Jamie Foxx per la categoria di miglior attore protagonista.
Un plauso al resto del cast, che riesce a delineare in maniera convincente e mai stereotipata caratterizzazioni estreme senza speranza di redenzione.

Un film sul pugilato ma non solo, su come la disciplina sportiva possa trasformarsi in lezione di vita. Tenero, amaro, disincantato. Da non perdere assolutamente.

Annalisa Ghigo


Alberto
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