LEMONY SNICKET - Una serie di sfortunati eventi
(Lemony Snicket's A series of unfortunate events)

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REGIA:    
Brad SILBERLING

PRODUZIONE:  U.S.A.   -   2004   -   Fant./Avv.

DURATA:  113'

INTERPRETI:
Jim Carrey, Emily Browning, Liam Aiken, Kara Hoffman, Shelby Hoffman, Meryl Streep, Billy Connolly, Dustin Hoffman, Luis Guzman, Timothy Spall, Cedric the Entertainer

SCENEGGIATURA: Robert Gordon
(dal romanzo Un infausto inizio di David Handler)

FOTOGRAFIA: Emmanuel Lubezki

SCENOGRAFIA: Rick Heinrichs

MONTAGGIO: Michael Kahn - Dylan Tichenor

COSTUMI: Colleen Atwood - Donna O'Neal

MUSICHE: Thomas Newman

Trama

I tre orfani Baudelaire, dopo l’incendio che ha ucciso i loro genitori, vengono affidati al maligno Conte Olaf; costui è pronto a farli fuori per mettere le mani sul loro cospicuo patrimonio.

Recensioni

 

 

 

Dirty Harry Potter

Tratto dal romanzo Un infausto inizio di David Handler, primo tassello di Lemony Snicket (serie culto che in America ha affiancato Harry Potter di JK Rowling nella classifica delle vendite), Brad Silberling torna alla fiaba per grandi e piccini (CASPER) dopo la parentesi drammatica di MOONLIGHT MILE. Il film è volutamente impastato con ingredienti dal sapore gotico: dalla splendide musiche di Thomas Newman (quello della sigla di SIX UNDER FEET) fino alle oscure scenografie di Rich Heinricks (SLEEPY HOLLOW), passando per il consueto laboratorio di effetti speciali targato Industrial Light & Magic. Ma proprio questo suo puntare sulla “goticità” del progetto, abbandonandosi ad essa quasi a corpo morto, costituisce presto un limite per LEMONY: il narrato è spesso accattivante ma fine a sé stesso, più affannato nel ritagliarsi la propria etichetta che badare alla sostanza (ogni dimora è puntualmente crepuscolare, ogni stravaganza punta sul grottesco). Tutto sommato una catena di trovate (legate soprattutto alle strane qualità degli orfani) azzecca l’accento scanzonato che si vorrebbe dominante, salvo poi operare una repentina inversione per abbandonarsi ad infausti ammiccamenti popolari (le parentesi smielate di amore fraterno, che si rivelano micidiali in almeno due passaggi); se il tono sospeso da fiaba nera è comunque mantenuto per l’intera durata con discreta gratificazione per l’occhio, viene purtroppo infestato al suo interno da improvvisi capitomboli di stile. Su tutti: l’uso strumentale di cui Jim Carrey è vittima e carnefice. Chiamato ad incarnare il ruolo di supercattivo (e relativi travestimenti...) l’attore, ormai consacrato ai massimi livelli del cinema contemporaneo (Weir, Gondry), opera un frustante ritorno alle origini modulato su smorfie sguaiate ed impudica plastica facciale; dai tempi di ACE VENTURA il Carrey (s)b(r)uffone mi pare abbia esaurito le frecce al suo arco e tale esibizione, non trovando spiegazione logica, è da leggersi esclusivamente come una mossa commerciale volta a rivitalizzare un villain altrimenti inesistente. Meryl Streep è tutta un’altra storia: di nuovo superiore al copione che accetta, tratteggia una zia Josephine paranoico-compulsiva rischiarata dal consueto carisma scenico. I tre pargoli si disimpegnano con disinvoltura, imbrigliati talvolta in soluzioni già viste (l’alfabeto dei mugugni è cosa vecchia sin dal bastardissimo SOUTH PARK) ma in realtà unica impalcatura narrativa possibile. Una spassosa curiosità: la piccola Sunny Baudelaire è interpretata da due attrici diverse, le sorelle gemelle Kara e Shelby Hoffman che si danno il cambio nel corso della pellicola.
Mentre la successione di sfortunati eventi porterà lo spettatore ad una gradevole seconda lettura supernatural della pellicola, lo sbadatissimo finale spalanca le porte al prossimo episodio; possibile che ogni storia, di questi tempi, debba essere sfigurata dal to be continued? In ogni caso con questo film si assesta un sonoro pestone nel sedere di Harry Potter, con cui Silberling si è dilettato a giocare d’antitesi, più divertito che divertente, più ammiccante che problematico. Più studiatamente grotesque che realmente riuscito.
Il momento migliore di LEMONY – non c’è partita - sono gli straordinari titoli di coda (una lunga, irriverente, leziosa, suadente folgorazione), spesso rovinati dalla sfortuna di vivere in un Paese incivile; le luci in sala si accendono prima della fine effettiva del film, solleticando nello spettatore quell’istigazione alla violenza di cui tanto si ciancia a sproposito.

Emanuele Di Nicola

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Spazio lettori

 

 

I soliti orfanelli

Che sia difficile riportare sullo schermo un progetto letterario è un dato di fatto: così è. La situazione si fa ancora più complessa se il libro in questione è una serie di culto per giovani lettori che ha sbancato negli Stati Uniti ed in altri angoli del pianeta. Stiamo parlando in questo caso della fortunatissima serie di David Handler “Lemony Snicket: una serie di sfortunati eventi”, riportata sul grande schermo da Brad Silberling con un risultato incerto e a tratti vistosamente zoppicante: il film infatti, pur tentando disperatamente di riprodurre le atmosfere oscure del testo, finisce per far perdere la magia a tutto l’insieme, con un esito che risulta scialbo, slavato e privo di tutti gli aspetti più interessanti del testo che comunque non forniva particolari spunti di briosità. Costruito secondo caratteri gotici, colorato di sfumature che spaziano su una vasta gamma di tonalità scure e cupe, UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI trova la propria spinta vitale decisiva nella cura delle scenografie, nel trucco dei personaggi e nel meticoloso utilizzo di effetti speciali computerizzati: particolarmente riuscita relativamente a questo, la sinergia fra tradizione cinematografica e innovative tecniche di riproduzione visiva. Gli effetti speciali nonostante non risultino mai particolarmente invadenti, sono indubbiamente incomparabili con le descrizioni accuratissime e fantasiose rintracciabili nei tre libri  (“Un infausto inizio”, “La stanza delle serpi”, “La funesta finestra”) da cui è tratta la sceneggiatura: gli sporadici guizzi di originalità che si facevano largo fra le pagine di Handler vengono costantemente appiattiti dall’inevitabile eccessiva concretezza delle sequenze. Jim Carrey, indossati nuovamente i panni dell’attore con la mobilità facciale più sviluppata di Hollywood, e abbandonato lo stile che lo aveva distinto in ETERNAL SUNSHINE OF THE SPOTLESS MIND di Gondry, conferma comunque quel dato evolutivo che sta segnando la sua carriera: sembrano ormai lontani gli anni della comicità demenziale che lo aveva fatto adorare o detestare dal pubblico. Ad arricchire il cast troviamo i nomi della sempre bravissima Meryl Streep e di un Dustin Hoffman che ancora una volta troviamo a interpretare una presenza nella platea teatrale: dopo essersi calato nei panni del produttore degli spettacoli di James M. Barrie nello smielato e banale NEVERLAND eccolo nuovamente scendere fra le poltrone stavolta decisamente meno sontuose di un macabro e spettrale teatrino nel quale si celebra una singolare cerimonia nuziale. Particolarmente importante al fine di conferire all’intera pellicola un carattere inquietante e carico di sfortuna è lo sviluppo di una fotografia accurata, che va a sottolineare le tinte più scure e che si illumina soltanto della luce soffusa che si fa largo dall’intrico di nuvole basse. Luoghi dai nomi stravaganti (il Lago Lacrimoso, la Grotta Gridona…) che non sembrerebbero ispirare particolare pena, vengono avvolti dal fascino incommensurabile di atmosfere che conducono in una dimensione dai contorni grotteschi. Il paragone con le altre pellicole fantastiche di recente realizzazione è inevitabile, così come lo fu in passato per i libri “d’ispirazione”: la narrazione risulta un po’ piatta, le trovate originali sono assai rare e l’intero impianto subisce continui scossoni a causa di evidenti carenze strutturali. Nonostante ciò però, UNA SERIE DI SFORTUNATI EVENTI, così come la serie letteraria da cui è tratto, risulta gradevole, sicuramente incapace di fornire spunti particolarmente accattivanti o di rapire lo spettatore grazie a trovate eccezionali, ma di fronte ad una favola pura, semplice e “al contrario” non resta altro da fare che spalancare gli occhi e tornare un po’ bambini di fronte allo sbrigliarsi di una fantasia un po’ banale e impaludata.

Priscilla Caporro


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