LAST
DAYS
(Last Days)
Scheda
Trama
Recensioni
Commenti
Spazio lettori
Voti
|
Trama |
Gli ultimi giorni di vita di Blake, rockstar a un passo dal suicidio. |
| Recensioni
|
Rock’n Roll Suicide Premesso che non ho ancora visto GERRY, che pare porsi come imprescindibile primo capitolo di questo nuovo corso della produzione vansantiana (il regista cita, tra gli altri Tarr e Tsai) LAST DAYS segue le orme di ELEPHANT, ne replica lo schema applicandolo a una materia diversa ma riproponendone tutti i difetti. Convincerebbe la rappresentazione antinarrativa del flusso della vita (non è un caso che i titoli iniziali manchino, quasi che entrassimo in uno scorrere temporale già in atto) se, di contro, come di fatto avviene, non tendesse a veicolare un dato senso, convincerebbe se lo sguardo avesse – e non ce l’ha - l’indeterminatezza e la distanza necessarie; l’operazione di sottrazione estrema, a tutti i livelli, si attua invece a corrente alternata e ciò decreta, per contro, il fallimento del progetto, il film diventando stilisticamente incoerente; come giustificare altrimenti certi siparietti convenzionali? Come assolvere certi passaggi che, dietro l’apparente asetticità, recano l’impronta pesante della didascalia (la tv che rimanda il video, i discorsi dell’investigatore, il rimbrotto materno, tanto per fare esempi)? Lo stile balbetta, si muove in una direzione che poi viene contraddetta e questa incertezza fa della pellicola un ibrido debole quanto lo era ELEPHANT; come in quel caso LAST DAYS si fa apprezzare per singole sequenze, il che, per un film come questo è dato particolarmente negativo. Van Sant di nuovo va per scomposizione di piani cronologici, per molteplicità di prospettive simultanee, non perfettamente coincidenti, il quadro esaustivo della realtà essendo irraggiungibile, dei fatti in sé non rimanendo traccia, di questi (r)esistendo soltanto versioni parziali e non sempre sovrapponibili, ma lo sforzo per ingabbiare nello schermo le ultime ore di una rockstar a un passo dall’autodistruzione sembra patire un’urgenza che stride col distacco paventato a tratti e che esce fuori dalla pellicola come l’anima nuda di Kurt Cobain dal suo corpo esanime. Luca Pacilio |
| Commenti
|
L’ultimo uomo sulla Terra Una
figura nella foresta: un passo, un altro passo, un altro ancora. Questo
film è il canto del gesto sospeso, stanco, trascinato e ripetitivo; è la
coerente continuazione di un percorso autoriale specifico, se non
irreprensibile certamente fuori dallo schema, nudo e crudo, interiore ed
insieme tangibile, diverso dall’intero marasma filmico dell’epoca
corrente. Gus Van Sant, forgiando un nuovo delicatissimo stile, si ferma a
riflettere nel pianeta della velocità; lo fa attraverso l’esibizione,
minuziosa e consapevole, incorniciando ai massimi livelli l’arte del
mostrare. Non ha paura di ricercare il fragile equilibrio e lo trova
pienamente nella tela del racconto parabolico, emblema di tutti e nessuno,
ispirato al crepuscolo della star ma afflitto dalla piaga della vita vera.
Riprendendo le fila del discorso interrotto in ELEPHANT (due film da due
fatti di cronaca, Columbine e Cobain, sangue degli anni ’90: il regista
è davvero fervente narratore dell’ultimissimo millennio) in questa sede
si prosciuga perfino quella graffetta spiegazionistica come sottile neo
dell’opera precedente (la simpatia dei carnefici per il nazismo)
affidando il tutto alla carnalità del protagonista, l’osmosi con la
natura, la dolorosa crepa nell’anima [solo in un caso appare evidente la
semplificazione: parlo della sequenza omosessuale tra i membri della band,
inessenziale sottolineatura di un maledettismo quasi letterario - una
scena che fa il paio con il bacio degli assassini nella doccia in ELEPHANT].
A testimonianza che la continuità con il sentiero intrapreso non si
limita all’applicazione dell’oliato paradigma, qui Van Sant (al
contrario della “seriosa” opera precedente) ci tiene a recuperare una
squisita specialità: il tenue scetticismo dell’ironia, volto a
stemperare la cronaca della tragedia attraverso corrispondenze di
vivacissimo acume. E’ così che l’emissario delle Pagine Gialle,
vittima forse di uno scambio di persona, avanza quesiti inserzionistici
cui Blake oppone la propria vita personale (Il successo è
un’opinione); è così che il detective sulle sue tracce si esibisce
in una storiella, al limite del barzellettistico, per parodiare la fine di
Cobain. In ogni caso, la scelta della cronaca è sontuosamente rispettata
in una complessa teoria di piani sequenza, circumnavigazione del corpo,
sguardi incrociati e paralleli; ne risulta un realismo intenso e
commovente, dove i coinquilini di Blake si perdono in questioni futili
(una chiacchiera, un’orgia, la strofa di una canzone) rivelandosi sempre
“singoli” e mai davvero “band”, mentre lui appare/scompare alla
finestra, sfiora gli altri come un fantasma e si prepara alla tragedia
(egli sa di morire: perseverando nel paragone, accadeva anche al
Benny di Columbine, dinanzi agli assassini ingessato come un burattino
nella sconvolgente sequenza finale). A questa scelta si inchina anche la
sceneggiatura, ridotta all’osso: gli incontri di Blake non sono mai
“spiegati” ma ripresi in fieri, nel loro essere, allontanando la
parlantina del cinema alimentare per concentrarsi sul nocciolo della
questione (nessuno si presenta o viene mai apostrofato, possiamo solo
ipotizzare chi siano i comprimari: amici, compagni, moglie…), così come
le cose accadrebbero nel reale (il dialogo con una donna – la madre? –
rimane indefinito). Nel rigore della partitura si inseriscono alcune
virate “incredibili”, tra cui il carrello che riprende lungamente
Blake dalla finestra e lo osserva suonare - poi il gesto si arresta ma la
musica continua (No hay banda, non c’è nessuna banda) - sino
allo sconcertante momento ascensionale (è questa una strada talmente ‘a
parte’, tanto inverosimile da sembrare voluta come brusca sterzata di
registro). Emanuele Di Nicola Enunciazione vs. Enunciato Capitolo finale di un'ipotetica "trilogia della rarefazione esistenziale", "Last Days" chiude, malamente, il discorso stilistico iniziato con la secchezza desertica di "Gerry" (2002) e proseguito con l'impassibile pedinamento di "Elephant" (2003). All'ostilità minerale del primo e alla labirintica artificialità del secondo, Van Sant aggiunge adesso una natura umida e gorgogliante, chiaro riparo regressivo dagli attacchi di una modernità insaziabile e rapace. Blake (Michael Pitt), personaggio apertamente ispirato a Kurt Cobain, passa gli ultimi giorni della sua vita in una grande casa nel bosco insieme ad altri quattro ragazzi, farfugliando frasi sconnesse e ciondolando inebetito da una stanza all'altra. La fuga dalle storture della civiltà è tuttavia illusoria: anche qui è la logica economica a regolare i rapporti umani. Chiunque suoni alla grande casa di Blake vuole vendere qualcosa: inserzioni pubblicitarie sulle Pagine gialle, religione porta a porta, la bellezza patinata e volgare di un video musicale letteralmente agghiacciante. Chiunque vuole qualcosa da lui: la partecipazione ad una tournée di soli (?) 84 giorni, le scuse per essere diventato "un cliché del rock and roll", l'ascolto di un demo e l'aiuto "a rendere più personale" il verso di una canzone. Non esiste disinteresse, fatta eccezione per un cucciolo spaurito di gatto che Blake prende timidamente in braccio senza riuscire a calmare, palese riflesso della sua fragilità e chiara proiezione del suo senso di colpa per la figlia lontana. Ma è proprio questo tenore simbolico a non convincere affatto: ogni passaggio narrativo è suscettibile di essere interpretato in chiave allegorica, in parabola morale, in esemplificazione. Il bagno iniziale nel fiume diventa allora una sorta di lavacro, l'intervento della madre si trasforma in pistolotto colpevolizzante, la fuga degli amici in emblema dell'indifferenza giovanile e i commenti televisivi nel consueto vaniloquio mediatico. I dialoghi poi, nell'apparente ed esibita insignificanza, veicolano un senso irrimediabilmente enfatico: il venditore di inserzioni tempesta Blake con una raffica di "d'accordo?" che spostano la comunicazione sul piano del contatto, sottolineandone la sostanziale ipocrisia; i gemelli mormoni si esprimono con un linguaggio di sapore fortemente biblico, precipitando nella caricatura macchiettistica e il logorroico investigatore privato giunge addirittura a darci un suggerimento di lettura dell'intero film, parlando di una pellicola (di una vita?) che prima si cristallizza e poi implode. Ciò non toglie che, come avveniva in "Elephant", "Last Days" possieda un impianto visivo di esemplare asciuttezza e disadorno rigore, merito anche della fotografia di Harris Savides, determinato nel desaturare la materia cromatica, infallibile nel seguire Blake con disperata esattezza e magistrale nel muovere la macchina da presa con implacabili, raggelanti carrellate. Ma al superbo controllo figurativo non corrisponde un altrettanto convincente prosciugamento morale: la sottrazione stilistica non è portata fino in fondo, l'enunciato contraddicendo, clamorosamente e irreparabilmente, l'enunciazione. Un film irrisolto. Alessandro Baratti |
| Spazio
lettori
|
Everything and Nothing "...La celluloide prima cristallizza, poi implode...", l'unica dimensione vitale pare esser quella della natura, dove è possibile rinascere nel grembo di una cascata. Il resto è un mondo sempre più lontano che irrompe nell'idillio a bordo di macchine scassate e rumorose, sulle quali i riflessi delle piante scorrono via dai parabrezza che proteggono discorsi vuoti. Promotori sanguisughe, al pari degli inserzionisti, il lancio giusto o la pubblicità vincente possono condurre il ricambista d'auto o il "ricambista di anime" al successo. Marco Lombardo |
|
Luca Pacilio 6 |
Daniele |
Emanuele |
Manuel Billi 5 |
Alessandro Baratti 5 |
Stefano Selleri 6½ |
| Hans Ranalli 7½ |
Homepage Prime visioni Archivio