FERRO
3 - LA CASA VUOTA
(Bin Jip)
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REGIA: KIM Ki-Duk PRODUZIONE: Sud Corea - 2004 - Drammatico DURATA: 95' INTERPRETI: SCENEGGIATURA:
Kim Ki-Duk SCENOGRAFIA: Chung Sol-Art MONTAGGIO: Kim Ki-Duk COSTUMI: Koo Jea-Heon MUSICHE: Slvian |
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Siamo tutti case vuote |
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E’ ovvio che un film come BIN-JIP, se paragonato
alle prove precedenti dell’autore, soprattutto le prime (non abbiamo
ancora visto la penultima fatica del regista premiata a Berlino con
l’Orso d’argento), può apparire un’operazione calcolata (accusa
rivolta anche al bellissimo PRIMAVERA…) e un esercizio furbo volto a
compiacere il pubblico occidentale (che ha infatti applaudito entusiasta)
e diciamo pure che questo dubbio non mi sento di respingerlo del tutto,
però… Però, al di là di queste riflessioni, che devono essere
comunque incardinate in un discorso più ampio che va a ricomprendere la
considerazione della svolta operata dall’autore nei suoi ultimi lavori
in cui la violenza – tema prediletto - più che agita viene contemplata
e subita, mi risulta molto difficile non soggiacere al fascino di questa
pellicola, all’idea del regista che, secondo alcuni debole o troppo
scarna, mi pare alla fine reggere per tutta la sua durata non cedendo il
passo BIN-JIP a nessun calo di tensione, anzi riuscendo coerentemente a
variare il tono in coda e a chiudersi con bello slancio. Non riesco a
condannare un cineasta solo perché ha messo da parte il suo pessimismo più
esplicito (cosa vera fino a un certo punto: si pensi alla spietata pallina
da golf che, rompendo il parabrezza, ferisce involontariamente una donna e
al conseguente sgomento del protagonista, stilizzato ribadire un discorso
che è ben lontano dall’esaurirsi, a quanto pare) soprattutto se la
tenerezza di questa muta storia d’amore appare così naturale e
coinvolgente; non riesco a non plaudire all’improvvisa svolta
scopertamente fantasmatica del film (Non è dato di sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà,
scrive Kim Ki-duk); non riesco a non vedere in quest’opera l’ennesimo
esempio di quanto il cinema asiatico (di cui non sono mai stato un
cultore) sia davvero molto molto più avanti di quello occidentale, sempre
più ridotto a formuletta o ripiegato su un (nobile quanto si vuole)
schematismo autoriale (altri straordinari titoli dell’Est la Mostra ci
ha regalato). Kim Ki-duk, che con poche, decise pennellate, ci dà una
splendida figura di ribelle (che è anche un po’ spirito della casa,
angelo custode) e, nella forma quasi romanzesca della fuga d’amore, un
breve apologo contro la narcotica tranquillità borghese (è questo il
vero film antagonista della Mostra, altro che Guido Chiesa…), è davvero
un sublime intagliatore di spazi, un regista di altissimo stile, un fine
creatore di metafore che sembra aver sposato felicemente la leggerezza
senza tradirsi. Luca Pacilio Invisibile Il “Ferro 3” del titolo è la mazza da golf meno utilizzata dal giocatore, che impolverata nell’apposito contenitore testimonia la lontananza da casa; ma è anche il simbolo di un primo incontro teneramente folle, trasformato in ripetizione ossessiva come strana dichiarazione d’amore. Un miracolo di spazi e di sguardi, che cala l’asso nella potenza dell’antitesi: il luogo fisico della Casa, fulcro esistenziale di una borghesia panciuta e violenta, è finalmente dominato dall’uomo che al turbine delle vacue parole prodotte da una crisi di coppia oppone il rumore del silenzio, semplicemente. La comprensione tra amanti viene affidata ad un rapporto di complicità restituito attraverso particolari e docili minuzie, in un crescendo filmico presto emozionante; il timido sfiorarsi dei piedi è il simbolo di una cinepresa ostinatamente platonica, l’accoppiamento fisico è regalato all’intuizione (niente sesso, soltanto un briciolo di onanismo) come se fosse anch’esso invisibile. In questo conatus verso il sentimento, da parte di uno spettro forse sfinito dalla solitudine, il regista solo apparentemente rinuncia alle suggestioni predilette; la sua cosmologia della violenza è sotterranea ma egualmente presente, rarefatta ma chiaramente ineludibile. Esplode un cinema tremendo, che esaltando appieno la scelta silenziosa del protagonista ammazza ogni possibile commento: la pallina da golf sulla testa della donna per scalfire la materia cerebrale, il teorema di violenza domestica suggerito e quindi doppiamente doloroso. Di progressiva perfezione l’evoluzione del protagonista: egli, spezzando l’idillio con la Casa nel delinearsi di quello con la Donna, non ha più ragione di proseguire nelle sue occupazioni e si abbandona all’arresto. Sarà la fine del viaggio verso l’invisibilità, il suo pieno compiersi tra le pareti di una cella carceraria; si dissolve il sogno di comporre la violenza (la sepoltura del cadavere) mentre subirla non fa più male (il prigioniero malmenato), l’uomo invisibile è ormai totalmente estraniato mentre lo spettatore non è mai stato così in empatia. Ciò che non si vede (l’occhio...) è più che mai presente: con dolce ironia ed impeccabile eleganza la pellicola approda all’ultima sequenza, un ritorno alla Casa primaria che tradisce netta circolarità. Kim Ki-duk sotto l’ombrello del film minore firma ad oggi il suo capolavoro: infine appoggia delicatamente sul piatto la contrapposizione ultima e devastante. Il pugno e la carezza, come sempre, in profonda antitesi: Lui non è più neanche un personaggio ma pura pantomima, silenzio ma dialogo dei sensi, un bacio fantasma che appiana i lividi del vivere. Non è dato sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà.Emanuele Di Nicola Silence… on tourne Una rete: al di là, una statua
muliebre di gusto neoclassico. Una violenza invisibile increspa la rete
senza scalfire la calma della siderale figura. L’essenzialità di questa
prima inquadratura riassume al meglio il più recente incanto di Kim
Ki-duk, uno dei film più densi e commoventi affacciatisi sui nostri
schermi negli ultimi tempi. Lungi dal limitarsi a un raffinatissimo
esercizio di stile (regole del gioco: pochi personaggi, un pugno di
location, azione lineare, dialoghi ridotti all’osso), il regista fa di
FERRO 3 un’opera a più livelli di lettura, separabili in sede analitica
ma indissolubilmente connessi sul piano testuale e, soprattutto,
magnificamente risolti dal punto di vista cinematografico. Stefano Selleri Quel che conta non sono le parole, ma ciò che accomuna. La stessa percezione della realtà, lo stesso desiderio di sconfiggere la solitudine instaurando un rapporto elementare e magnifico che non ha bisogno di niente, perché ogni necessità è appagata dalla naturalezza, che sovente è distrutta dal nostro stile di vita, che ricerca il possesso (che sia la ricchezza o un’altra persona non fa differenza) che annienta il desiderio con cumuli di parole, ragionamenti, riflessioni, che tolgono spazio e tempo all’amore. Lei scappa da casa e segue lui, che l’aspetta in silenzio sulla sua moto. Insieme, per scelta e non per caso, vivranno la loro passione che giorno dopo giorno maturerà fino a diventare un frutto pronto ad essere colto. Vivrebbero così in eterno, ma la società che li circonda non può (non vuole?) comprenderli. Bisogna diventare invisibili per riuscire ad amare in questo mondo, diventare fantasmi per stare vicino alla persona desiderata senza che nessun rumore possa giungere alle nostre orecchie. Basta dire “ti amo”, le altre parole sarebbero superflue, inutili, fastidiose. Ferro 3, ci riporta sulla via del minimalismo, alle nostre origini, al principio di tutto. Due persone, la loro storia, la volontà che rende possibile tutto perché sospinta dal più grande dei sentimenti. Un cinema capace di far sorridere, riflettere, commuovere, con una semplicità e naturalezza che il cinema occidentale sembra aver smarrito per strada. Una piccola lezione di cinema. Matteo Catoni Dalla Corea con eccessivo clamore Dopo i fasti veneziani, e grazie al premio alla regia conquistato, arriva nelle sale l'ultimo film di Kim Ki-duk, autore coreano molto amato nei festival internazionali (suo anche l'Orso d'Argento a Berlino per "Samaritan Girl") e solo negli ultimi tempi distribuito in Italia. La violenza, spesso gratuita, degli esordi ("L'isola", "Address unknown") si e' evoluta in uno stile piu' morbido, ma resta elemento centrale della sua visione e percorre trasversalmente anche l'ultima opera, insieme a un pessimismo ingentilito da una tenera storia d'amore. L'aspetto piu' irritante di "Ferro 3", gia' presente anche in "Primavera, Estate, Autunno, Inverno ... e ancora primavera" e' la forte connotazione morale del racconto, con il bene e il male chiaramente distinti e riconoscibili, nonostante qualche macchia (l'omicidio involontario con l'inseparabile mazza da golf) che pero' non lascia traccia. I due protagonisti, infatti, vengono subito connotati come vittime di una societa' malata e incapace di comunicare e il loro mutismo, affascinante ma forzato, appare come un disperato tentativo di tornare all'essenza delle cose abbandonando la vacuita' delle sovrastrutture, un ultimo baluardo per fronteggiare la grettezza del mondo. Ma l'approccio giudicante del regista banalizza i personaggi e sfora nella retorica; ad esempio nel rifiuto parziale della tecnologia (la lavatrice) per ritornare ai "bei tempi" in cui si lavava a mano. Il punto di vista di Kim Ki-duk, drastico e non per forza condivisibile, non disdegna virate surreali (imbarazzanti le incursioni della guardia nella cella e le discutibili capacita' mimetiche del protagonista) e passa attraverso siparietti didascalici non cosi' illuminanti, in cui i personaggi vengono piegati al messaggio da veicolare. Si incontrano cosi' famiglie litigiose in cui i bambini giocano con pistole, fotografi marpioni e mariti caricaturali di rara cattiveria. Il tutto mentre si consuma un amore puro e, ovviamente, incompreso, che cerca la poesia ma inciampa in eccessivi schematismi. La discontinuita' di certe soluzioni narrative e', pero', sostenuta da un apprezzabile andamento stilistico e da alcune belle idee: il vuoto di case temporaneamente disabitate riempito da un silenzio garbato, la semplicita' di gesti e sguardi empatici a dare voce al linguaggio del cuore, la scorrevolezza con cui il racconto si lascia seguire, il superamento degli argini di qualsiasi "genere" e una intensa sequenza conclusiva. La necessita' di una didascalia finale ("non e' dato sapere se il mondo in cui viviamo e' sogno o realta'"), per spiegare la possibile coesistenza di diversi livelli narrativi, non depone a favore della tesi sposata dal film: e' infatti la parola (scritta, ma pur sempre parola) a dover chiarire cio' che le immagini, evidentemente, non sostanziano a sufficienza. Perfetto suggello di un film decisamente sopravvalutato in cui idee interessanti, ingenuita' e un piglio arrogante travestito da pacatezza convivono in equilibrio precario. Luca Baroncini |
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Assordanti silenzi pieni di vuoto Kim Ki-duk firma con “Ferro 3” il
suo nuovo capolavoro. Silenzioso, caratterizzato da lunghissime sequenze
in cui domina l’assoluta assenza di dialogo, l’ultimo lungometraggio
del geniale regista coreano è una riflessione sottile, delicata e allo
stesso tempo tagliente, sull’amore, sul suo ruolo all’interno
dell’esistenza umana, sulla forza di questo sentimento. L’intera
pellicola si basa sul parallelismo fra uomo e oggetto: la protagonista,
prigioniera di un matrimonio in cui domina la violenza, vive un’attesa
che la proietta verso il momento nel quale potrà finalmente allontanarsi
da una realtà triste come quella nella quale si trova, aspettando che
qualcuno riempia quella sfera affettiva che momentaneamente appare vuota,
così come la casa, all’interno del proprio ambito inanimato, riflette
questo desiderio di partecipazione alla vita. Ci troviamo dunque di fronte
all’attesa surreale ed onirica di una casa che attende di essere
abitata, di una cornice vuota che con l’inquietante monocromia del fondo
sembra aspettare che una fotografia le dia vita, a quella di un oggetto
rotto di essere riparato dalle mani estranee e allo stesso tempo premurose
di un “inquilino di passaggio”. Kim Ki-duk si insinua nel circuito
contorto e spesso incomprensibile della psiche umana: esattamente come
nelle recondite vie dell’animo, gli equilibri sono precari, il confine
fra realtà e sogno è assai labile (Non è dato sapere se il mondo in cui viviamo è sogno o realtà),
numerose sensazioni si rincorrono in un’intricata ragnatela di
percezioni, eccezionalmente riportate dal regista negli eleganti
fotogrammi. Il film, per certi versi, assume un valore quasi inquietante:
la maggior parte delle azioni che trovano spazio all’interno della
narrazione sono surreali, improponibili nella società di tutti i giorni
eppure portano ad un avvicinamento progressivo al completo raggiungimento
di una condizione di serenità; essendo tutto ciò il semplice frutto di
un sogno complesso quanto la vita reale, ma decisamente più malleabile,
sembra quasi che la pellicola venga coperta da una leggera patina di
malinconia volta verso un qualcosa di irraggiungibile. Questa però è
solo un’impressione, in quanto il cuore pulsante dell’opera sembra
essere una delicata ed impalpabile speranza, volta alla raffigurazione di
un possibile progresso all’interno della propria vita. Kim Ki-duk
inserisce una taciturna angheria, un malessere interiore presente sebbene
non palesemente evidente: la prigionia della protagonista diventa
l’apice della rappresentazione soave di una crudeltà inserita nel
contesto vitale. All’oscurità e alla cupezza di certe situazioni si
contrappone un cristallino utilizzo della luce, incantevole mezzo
attraverso il quale allontanarsi dalla materialità quotidiana, con un
percorso quasi riconducibile all’idea di “luminosità pura” intesa
come spazio universale sviluppata da Plotino. La violenza, elemento
caratterizzante del primo cinema del regista coreano, sebbene sia
affrontato in maniera meno marcata rispetto al passato, resta comunque
presente, costante all’interno della pellicola: sequenze brutali
costellano il corso del film, dalle malefiche palline da golf che
sfrecciano funeste fino all’episodio che vede protagonista un bambino
omicida. Priscilla Caporro |
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Luca Pacilio 7½ |
Emanuele |
Manuel |
Stefano Selleri 10 |
Daniele Bellucci 9 |
Niccolò Rangoni 8 |
| Matteo Catoni 8 |
Luca Baroncini 6 |
Alberto Zambenedetti 9½ |
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