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Bunker
del tramonto
Il nostro splendido ideale sta tramontando, assieme a tutto ciò che di
bello, di lodevole, di nobile e di buono io abbia conosciuto nella mia
vita. La vita che verrà dopo il Führer ed il Nazionalsocialismo non è
più degna di essere vissuta, e dunque ho portato anche i bambini con me.
La vita, dopo di noi, non sarebbe degna di loro, ed un dio misericordioso
mi comprenderà, per aver voluto io stessa la loro salvezza!
(dalla
lettera di Magda Goebbels al figlio di primo matrimonio, 28 Aprile 1945.)
La
caduta di un potente ha sempre costituito un tema ghiotto, per scrittori e
cineasti. Quando poi questi è un criminale che ha condotto un paese al
delirio collettivo, un intero continente alla catastrofe, e varie
minoranze – politiche, etniche, religiose, sessuali – dappresso
all’estinzione, la tentazione è irresistibile, poiché al tema del
tramonto solitario e penoso, talvolta patetico, di un paranoico (secondo
la diagnosi insuperata di Elias Canetti) cui si rivela d’improvviso il
grado della propria follia, si somma quello della tragedia epocale, del
nullo valore degli individui nell’atroce gioco del potere, della
pericolosa passività delle masse di fronte alle seduzioni degli stregoni
che ne sanno toccare i punti deboli (i soliti: avidità, orgoglio
nazionalistico, moralismo, ansia di purezza, volontà di potenza).
Gli ultimi giorni di Hitler erano stati oggetto, trent’anni orsono, di
un discreto film di Ennio De Concini (Alec Guinness era il Führer) che
presenta, pur nella differente statura, pregi e difetti analoghi a quelli
dell’opera di Hirschbiegel, segno di quanto sia difficile governare una
materia così incandescente ovviando alle mille trappole che essa
presenta. Tra i pregi, la chiarezza narrativa, per cui veniamo a sapere
chi siano i vari personaggi, quale sia stato il loro ruolo nel regime,
cosa si apprestino a compiere e quale sarà il loro destino (tramite dei
quadretti finali con didascalia che sanno tanto di documentario per la
televisione, dalla quale peraltro il regista proviene e alla quale è
augurabile che torni).
Ma questi eccessi didascalici sono anche uno dei limiti del film: infatti,
per poter illustrare la storia al pubblico, l’autore utilizza tutti gli
espedienti atti all’uopo, noti da sempre alla retorica di calibro
medio-basso: dalla preterizione all’introduzione di personaggi-portavoce
ma superflui nell’economia della narrazione, alla formulazione di
dialoghi del tutto improbabili in cui un personaggio racconta o ricorda a
un altro cose che quest’ultimo sa benissimo. L’effetto, come si può
immaginare, è di impiombare il film, nel quale pure non mancherebbero i
momenti avvincenti.
Agli eccessi didascalici si accompagnano quelli pedagogici: il personaggio
del nazista buono che spiega tutto a tutti ogni volta che gli si presenta
l’occasione, e ovviamente il personaggio – anzi due, per soprammercato
– che si redime scoprendo l’orrore della guerra quando gli ammazzano
amici e parenti, o l’orrore del nazismo quando le bombe gli piovono
sulla testa. Meglio tardi che mai.
Infine, per un malinteso senso di fedeltà alla verità storica, vi sono
personaggi non solo inutili sul piano narrativo o drammatico, ma anche su
quello didascalico o pedagogico (Fegerein, Greim, Reitsch) e posti in
mezzo alla storia, immaginiamo, solo perché avendo fatto la loro comparsa
nel bunker il regista non si è sentito di omettere una loro comparsata
nel film.
Come si vede, il problema di fondo è proprio questo: Hirschbiegel fa
della cronaca, non della Storia. Vuole fornire un quadro il più possibile
esatto di quei giorni, e
fornisce perciò una sommatoria di vedute e di eventi; ma manca di capacità di visione, e non offre di conseguenza nessuna lettura di quel quadro, a parte un generico sentimento di orrore
buono per tutte le occasioni.
Il segnale più vistoso del fallimento dell’operazione è
l’inconsistenza del personaggio cui viene affidato un punto di vista
privilegiato, la giovane ragazza infatuata del Führer, a cui fa da
segretaria, e confidente di Eva Braun: un po’ piange e un po’ strilla,
un po’ trasecola e un po’ corre di qua e di là. Ella dovrebbe
incarnare la stessa comunità tedesca, per oltre dieci anni sedotta
dall’omino coi baffi; il tema arduo, l’abdicazione a ogni
responsabilità e l’affidamento di un intero popolo a uno sciamano nel
quale si proiettarono frustrazioni e paure, vanità e istinti distruttivi,
viene così risolto nel modo più semplicistico e autocommiseratorio –
per la malinconia della tramontata grandezza, prospettiva nella quale si
distingue il personaggio particolarmente irritante di Albert Speer –
volendo farci credere alla favola di una nazione di beoti inconsapevoli
che fu turlupinata dal Dulcamara di turno. Favola bella che anche in
Italia conosciamo pur troppo.
L’ambizione del regista e del suo soggettista, lo pseudo-storico e
para-liberale Joachim Fest, era quella, nientemeno, di “capire il male
insito in ognuno di noi”. Missione incompiuta. Per scoprire una capacità
di vedere la Storia, ossia un modo di pensarla e di concepire l’Uomo che
la abita, consigliamo di rivolgersi altrove: a Chaplin, a Rossellini, a
Syberberg, a Sokurov, che conoscono il coraggio della scelta e il genio
dello stile, e hanno saputo inventare il vero e portare alla luce il
tragico verminaio del Terzo Reich e la disperazione del suo crollo.
Dubbio malizioso: ci viene risparmiata la vista della coppia imperiale
appena suicidatasi; questa scelta non dipende certo da generica pietas,
dato che subito dopo non ci viene risparmiato l’assassinio dei sei
bambini sei della nidiata Goebbels da parte della loro squisita mamma,
donna Magda. Non vorremmo, allora, che dipendesse da un senso di implicito
rispetto verso il corpo sacro del sovrano; ciò rafforzerebbe i sospetti
di “oggettivismo ai limiti dell’indifferenza” lanciati da Wenders
all’opera del collega.
Nota positiva: un certo tono grottesco – anch’esso accomuna il film a
quello di De Concini – trapela in taluni momenti: i generali dello Stato
maggiore che si ubriacano quando sono in anticamera, ma si presentano
compunti e serissimi di fronte al Gran Capo; il momento in cui tutti, nel
bunker, parlano solo di come suicidarsi (veleno o sparo? Colpo di revolver
alla tempia o in bocca?) e Hitler addirittura intrattiene galantemente sul
tema le signore; il notaio che, per poter celebrare il matrimonio con la
Braun, con l’immutabile meccanicità burocratica degli onesti
carnefici di Hitler chiede al Führer un documento d’identità.
Nota cronistica: in prossimità dell’uscita in sala si è ventilato,
forse a scopo pubblicitario, il rischio di un’umanizzazione del
personaggio di Hitler, che avrebbe potuto creargli qualche “simpatia”
(sic). Nulla di ciò: se
umanizzazione c’è stata, la sottospecie alla quale il dittatore viene
iscritto è quella della marionetta nevrastenica, mentre la sua compagna
finisce nella categoria delle oche giulive; non pare dunque che sotto
questo aspetto i paventati timori avessero fondamento. Semmai, il delirio
psico-nazista è di maniera – pur trattandosi, almeno con Bruno Ganz, di
maniera eccelsa.
Hans Ranalli
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