LA CADUTA
(Der Untergang)

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REGIA:    
Oliver HIRSCHBIEGEL

PRODUZIONE:  Germania   -   2004   -   Drammatico

DURATA:  150'

INTERPRETI:
Bruno Ganz, Alexandra Maria Lara, Juliane Kohler, Corinna Harfouch, Thomas Kretschmann, Ulrich Matthes, Heino Ferch, Christian Berkel

SCENEGGIATURA: Bernd Eichinger
(dal libro di Joachim Fest)

FOTOGRAFIA: Rainer Klausmann

SCENOGRAFIA: Bernd Lepel

MONTAGGIO: Hans Funck

COSTUMI: Claudia Bobsin

MUSICHE: Stephan Zacharias

Trama

Adolf Hitler e la sua masnada, stanchi di vivere nel bunker, festeggiano il compleanno del Capo, rimpiangono il tempo non lontano in cui dominavano il mondo, e finalmente si tolgono di mezzo.

Recensioni

 

 

 

Bunker del tramonto

Il nostro splendido ideale sta tramontando, assieme a tutto ciò che di bello, di lodevole, di nobile e di buono io abbia conosciuto nella mia vita. La vita che verrà dopo il Führer ed il Nazionalsocialismo non è più degna di essere vissuta, e dunque ho portato anche i bambini con me. La vita, dopo di noi, non sarebbe degna di loro, ed un dio misericordioso mi comprenderà, per aver voluto io stessa la loro salvezza!

(dalla lettera di Magda Goebbels al figlio di primo matrimonio, 28 Aprile 1945.)

La caduta di un potente ha sempre costituito un tema ghiotto, per scrittori e cineasti. Quando poi questi è un criminale che ha condotto un paese al delirio collettivo, un intero continente alla catastrofe, e varie minoranze – politiche, etniche, religiose, sessuali – dappresso all’estinzione, la tentazione è irresistibile, poiché al tema del tramonto solitario e penoso, talvolta patetico, di un paranoico (secondo la diagnosi insuperata di Elias Canetti) cui si rivela d’improvviso il grado della propria follia, si somma quello della tragedia epocale, del nullo valore degli individui nell’atroce gioco del potere, della pericolosa passività delle masse di fronte alle seduzioni degli stregoni che ne sanno toccare i punti deboli (i soliti: avidità, orgoglio nazionalistico, moralismo, ansia di purezza, volontà di potenza).
Gli ultimi giorni di Hitler erano stati oggetto, trent’anni orsono, di un discreto film di Ennio De Concini (Alec Guinness era il Führer) che presenta, pur nella differente statura, pregi e difetti analoghi a quelli dell’opera di Hirschbiegel, segno di quanto sia difficile governare una materia così incandescente ovviando alle mille trappole che essa presenta. Tra i pregi, la chiarezza narrativa, per cui veniamo a sapere chi siano i vari personaggi, quale sia stato il loro ruolo nel regime, cosa si apprestino a compiere e quale sarà il loro destino (tramite dei quadretti finali con didascalia che sanno tanto di documentario per la televisione, dalla quale peraltro il regista proviene e alla quale è augurabile che torni).
Ma questi eccessi didascalici sono anche uno dei limiti del film: infatti, per poter illustrare la storia al pubblico, l’autore utilizza tutti gli espedienti atti all’uopo, noti da sempre alla retorica di calibro medio-basso: dalla preterizione all’introduzione di personaggi-portavoce ma superflui nell’economia della narrazione, alla formulazione di dialoghi del tutto improbabili in cui un personaggio racconta o ricorda a un altro cose che quest’ultimo sa benissimo. L’effetto, come si può immaginare, è di impiombare il film, nel quale pure non mancherebbero i momenti avvincenti.
Agli eccessi didascalici si accompagnano quelli pedagogici: il personaggio del nazista buono che spiega tutto a tutti ogni volta che gli si presenta l’occasione, e ovviamente il personaggio – anzi due, per soprammercato – che si redime scoprendo l’orrore della guerra quando gli ammazzano amici e parenti, o l’orrore del nazismo quando le bombe gli piovono sulla testa. Meglio tardi che mai.
Infine, per un malinteso senso di fedeltà alla verità storica, vi sono personaggi non solo inutili sul piano narrativo o drammatico, ma anche su quello didascalico o pedagogico (Fegerein, Greim, Reitsch) e posti in mezzo alla storia, immaginiamo, solo perché avendo fatto la loro comparsa nel bunker il regista non si è sentito di omettere una loro comparsata nel film.
Come si vede, il problema di fondo è proprio questo: Hirschbiegel fa della cronaca, non della Storia. Vuole fornire un quadro il più possibile esatto di quei giorni, e fornisce perciò una sommatoria di vedute e di eventi; ma manca di capacità di visione, e non offre di conseguenza nessuna lettura di quel quadro, a parte un generico sentimento di orrore buono per tutte le occasioni.
Il segnale più vistoso del fallimento dell’operazione è l’inconsistenza del personaggio cui viene affidato un punto di vista privilegiato, la giovane ragazza infatuata del Führer, a cui fa da segretaria, e confidente di Eva Braun: un po’ piange e un po’ strilla, un po’ trasecola e un po’ corre di qua e di là. Ella dovrebbe incarnare la stessa comunità tedesca, per oltre dieci anni sedotta dall’omino coi baffi; il tema arduo, l’abdicazione a ogni responsabilità e l’affidamento di un intero popolo a uno sciamano nel quale si proiettarono frustrazioni e paure, vanità e istinti distruttivi, viene così risolto nel modo più semplicistico e autocommiseratorio – per la malinconia della tramontata grandezza, prospettiva nella quale si distingue il personaggio particolarmente irritante di Albert Speer – volendo farci credere alla favola di una nazione di beoti inconsapevoli che fu turlupinata dal Dulcamara di turno. Favola bella che anche in Italia conosciamo pur troppo.
L’ambizione del regista e del suo soggettista, lo pseudo-storico e para-liberale Joachim Fest, era quella, nientemeno, di “capire il male insito in ognuno di noi”. Missione incompiuta. Per scoprire una capacità di vedere la Storia, ossia un modo di pensarla e di concepire l’Uomo che la abita, consigliamo di rivolgersi altrove: a Chaplin, a Rossellini, a Syberberg, a Sokurov, che conoscono il coraggio della scelta e il genio dello stile, e hanno saputo inventare il vero e portare alla luce il tragico verminaio del Terzo Reich e la disperazione del suo crollo.
Dubbio malizioso: ci viene risparmiata la vista della coppia imperiale appena suicidatasi; questa scelta non dipende certo da generica pietas, dato che subito dopo non ci viene risparmiato l’assassinio dei sei bambini sei della nidiata Goebbels da parte della loro squisita mamma, donna Magda. Non vorremmo, allora, che dipendesse da un senso di implicito rispetto verso il corpo sacro del sovrano; ciò rafforzerebbe i sospetti di “oggettivismo ai limiti dell’indifferenza” lanciati da Wenders all’opera del collega.
Nota positiva: un certo tono grottesco – anch’esso accomuna il film a quello di De Concini – trapela in taluni momenti: i generali dello Stato maggiore che si ubriacano quando sono in anticamera, ma si presentano compunti e serissimi di fronte al Gran Capo; il momento in cui tutti, nel bunker, parlano solo di come suicidarsi (veleno o sparo? Colpo di revolver alla tempia o in bocca?) e Hitler addirittura intrattiene galantemente sul tema le signore; il notaio che, per poter celebrare il matrimonio con la Braun, con l’immutabile meccanicità burocratica degli onesti carnefici di Hitler chiede al Führer un documento d’identità.

Nota cronistica: in prossimità dell’uscita in sala si è ventilato, forse a scopo pubblicitario, il rischio di un’umanizzazione del personaggio di Hitler, che avrebbe potuto creargli qualche “simpatia” (sic). Nulla di ciò: se umanizzazione c’è stata, la sottospecie alla quale il dittatore viene iscritto è quella della marionetta nevrastenica, mentre la sua compagna finisce nella categoria delle oche giulive; non pare dunque che sotto questo aspetto i paventati timori avessero fondamento. Semmai, il delirio psico-nazista è di maniera – pur trattandosi, almeno con Bruno Ganz, di maniera eccelsa.

Hans Ranalli

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La Caduta...

...è più che altro una Fiction (nel senso televisivo del termine) su i dintorni degli ultimi giorni del Dittatore che più di ogni altro incarna per noi la negatività in quanto tale.
Degno di una fiction per vari motivi:
1)Le piccole sottotrame e l'affollamento di personaggi storici e altri assolutamente secondari è tipico dei film storici televisivi. Nel finale infatti non manca una scheda particolareggiata dei destini di tutti, dai generali alla aiuto segretaria, che il regista ha deciso di presentarci durante le 2 ore e 20 della pellicola.
2)DUE ORE E VENTI?? Perchè non tagliare qualche decina di minuti, veramente non necessaria, nè dal punto di vista della trama, nè da quello funzionale alla storia. Hitler, di cui si vorrebbe descrivere la caduta, muore circa 30 minuti prima della fine della pellicola...
3)La chiarezza narrativa sfacciata, con trucchi narrativi utili a spiegare al telespettatore chi siano i vari personaggi e quale sia il loro ruolo... peccato che ripetendo alla lunga la cosa si trascende in un certo semplicistico schema, in cui i gerarchi nazisti diventano macchiette sul palco, dove entrano per presentarsi, fare il loro numero ed uscire soddisfatti.
4)La location principale è molto bella, cinematograficamente, eppure la regia non riesce mai a rappresentare visivamente l'ambiente claustrofobico della cancelleria... E quando ci riesce, commette l'errore di reiterare la scena, così chiunque entri nel bunker subisce un black out appena girando l'angolo... 
Sulla recitazione non c'è molto da dire... Ganz è istrionico nella giusta misura quando serve e teatrale a sufficienza per rendere memorabile la sua interpretazione di un Hitler in progressivo disfacimento psicofisico, la mano sinistra colta in un tremore costante, la schiena che si incurva, la palpebra che vela lo sguardo... Gli altri funzionano abbastanza bene, con menzione speciale per i due coniugi goebbels (Corinna Harfouch, Ulrich Matthes) che sostengono discretamente il ruolo... L'attrice che interpreta la pseudo protagonista invece convince meno di altri... molto lineare, mai un sussulto, una particolarità, mentre Juliane Köehler è poco più di una ballerina da film holliwodiano.
Storicamente parlando il film è superficiale, a larghi tratti banalizzante e ripetitivo, nei primi 60 minuti la questione ebraica non è nemmeno nominata, e viene in ogni caso affrontata solo di striscio o postumamente (frammento intervista messo a coda dell'opera). Non è vero che la figura di Hitler ne esca umanizzata... Ma privandola della portata infernale della shoa e della politica dello spazio vitale (accennata molto, molto di sfuggita) ne semplifica i lineamenti, tanto che per lunghi tratti crediamo che il film possa persino avere una chiave di lettura universalistica nei confronti delle dittature in genere, attraverso lo specchio della fine della dittatura nazista e della devastazione di berlino che Hitler (e Goebbels, nonchè diversi gerarchi) perseguono anzichè limitare; a favore di questa possibile lettura, ad esempio, il riferimento a Stalin (fatto dallo stesso Hitler) e la frase di Goebbels (spero di ricordarne le parole esatte) "non abbiamo costretto il popolo tedesco, esso ci ha affidato le chiavi del potere ed ora deve porgere la gola alla lama"... frase che svela di fatto la connessione tra dittatura e tragedia sociale di un popolo, che il film sembra volerci mostrare... Facendo fuori però, per larga parte della pellicola, la tipicità della tragedia nazista, che ne fuoriesce, per alcuni aspetti edulcorata.
Se non avesse messo in scena Hitler sarebbe un film che si dimentica in fretta, invece la complessità del tema trattato garantisce a questa produzione un posticino nella storia del cinema.

Alessandro Iskra


Gli ultimi 12 giorni di Hitler e dei suoi generali filtrati attraverso lo sguardo attonito e spaventato della segretaria personale del Führer, Traudl Junge, sulla cui biografia [Bis zur letzten Stunde/Fino all’ultima ora] oltre che sul romanzo di Joachim Fest, si dipana la regia dell’artigiano Hirschbiegel, improntata su stilemi televisivi.
Un film angosciante, a tratti agghiacciante, connotato da un senso di pesante ineluttabilità, da un’atmosfera plumbea e claustrofobica che incombe sui rifugiati nel bunker berlinese, scavando nelle loro nevrosi e nelle loro meschinità. Sentendosi ormai sconfitto, il dittatore perde il contatto con la realtà, persistendo nell’impartire ordini ormai vuoti di significato a generali e ufficiali in perenne stato di tensione e di rivalità, pronti a scagliarsi l’uno contro l’altro come belve in gabbia.
Bruno Ganz interpreta il non facile personaggio con enorme maestria, delineandone le fobie e le pulsioni autodistruttive e il rigetto verso il proprio popolo, visto come traditore della causa del Reich. Tuttavia l’enorme carica umana del grande attore spesso traspare dalla maschera, umanizzando la figura dello spietato despota e inducendo alla compassione per colui che ci appare in molte sequenze spogliato della crudele immagine dittatoriale con cui ha tristemente segnato la storia, reso infine nelle vesti di uomo sconfitto, malato e sull’orlo di una follia senza ritorno.
La sceneggiatura traccia profili perfettamente delineati e ben caratterizzati da tutto il cast, cui va il merito di aver interpretato con sapiente rigore le varie modalità di reazione alla catastrofe da parte di ciascuno dei protagonisti.
Chi, come il comandante delle SS Hermann Fegelein [Thomas Kretschmann] tenta vigliaccamente di salvare se stesso dalla rovina patteggiando in segreto la resa con gli alleati, chi come Albert Speer [Heino Ferch] è lucidamente cosciente della fine e prende con rispetto le distanze dal Führer, chi come il bambino fedele all’ideologia nazista difende strenuamente le posizioni dell’ultimo distretto militare, fino a quando i nazisti uccidono i suoi genitori, chi come il fanatico Joseph Göbbels [Ulrich Matthes] resta fedele a Hitler fino alla morte, chi come la giovane segretaria Traudl Junge [Alexandra Maria Lara] ammutolisce e osserva disorientata l’ineluttabile precipitare degli eventi ma poi trova la forza di reagire allo sfacelo e di mettersi in salvo, chi come Eva Braun [Juliane Köhler] si rifugia nella frivolezza per non guardare in faccia la realtà. 
Il film di Hirschbiegel assume quindi i connotati di cronaca storica - vissuta alternando la partecipazione per le vicende umane al rigetto per la follia aberrante che le anima – diviene istantanea verosimile di un declino annunciato [e anche in questo caso la traduzione italiana del titolo svilisce ahimé il significato originale] operando la fotosintesi di una situazione che precipita di attimo in attimo, fotografando in un drammatico crescendo il delirio collettivo che permea i partecipanti al macabro ritrovo. 
Hirschbiegel riesce a delineare la fredda e determinata follia con cui gli artefici del Nazionalsocialismo restano fedeli fino alla morte al loro leader, cui sono completamente assoggettati e al quale si rapportano come sudditi sottomessi a un decadente feudatario, coerenti all’aberrante ideologia in cui credono ciecamente fino al punto di sacrificare la propria vita e quella dei loro figli.
Il regista Oliver Hirschbiegel non riesce a liberarsi completamente dai retaggi e dalle impostazioni registiche proprie dello stile televisivo e confeziona un’opera di indubbio valore storiografico e d’impianto documentaristico, che tuttavia sul piano artistico – se si esclude l’interpretazione di tutto il cast - risulta assai piatta e poco significativa.

Annalisa Ghigo


Hans
Ranalli
5

Alberto
Zambenedetti
8

 

     
           
 

 

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