UN BACIO APPASSIONATO
(Ae fond kiss)

Scheda
Trama
Recensioni
Commenti
Spazio lettori
Voti

 

REGIA:    
Ken LOACH

PRODUZIONE:  Gb/Bel/Ger/Ita/Spa   -   2004   -   Drammatico

DURATA:  104'

INTERPRETI:
Atta Yaqub, Eva Birthistle, Shamshad Akhtar, Ahmad Riaz, Shabana Bakhsh, Ghizala Avan, Pasha Bocarie

SCENEGGIATURA: Paul Laverty

FOTOGRAFIA: Barry Ackroyd

SCENOGRAFIA: Martin Johnson

MONTAGGIO: Jonathan Morris

COSTUMI: Carole Miller

MUSICHE: George Fenton

Trama

Glasgow. Il tormentato idillio di Roisin, professoressa di musica in una scuola cattolica, e Casim, dj figlio d’immigrati pachistani.

Recensioni

 

 

 

Butterfly Kiss

Romeo e Giulietta in chiave coeva e multietnica: lui schiacciato dal peso della tradizione familiare e religiosa, lei più combattiva ma comunque vittima di bigotte prevaricazioni. Un eventuale dio non è un ostacolo (la conversazione spagnola), lo sono parenti amici e sacerdoti, ma l’amore (innanzitutto per se stessi) saprà imporre le proprie ragioni. AE FOND KISS (citazione di una poesia di Robert Burns che descrive un congedo erotico) inizia bene, con una scanzonata galleria di scene(tte) in cui ambienti e figure emergono tramite pennellate di rapida essenzialità: i conflitti culturali si colorano di farsa (la tortura elettrica del cane invasore), le schermaglie romantiche sono irrobustite da sprazzi di sensualità giocosa e ferina e da ammalianti contrappunti sonori (la serenata all’incontrario), una sapiente trama di allusioni e silenzi restituisce in modo quasi fisico le ipocrisie e i veleni quotidiani (la visita propedeutica al fidanzamento). Ben presto, però, appaiono evidenti le debolezze della scrittura di Paul Laverty (lo stesso di SWEET SIXTEEN): i personaggi secondari sono poco più che macchiette, l’invadenza cattolica assume sfumature caricaturali, temi potenzialmente interessanti (la decolonizzazione indiana) sono evocati e subito abbandonati. Anche la regia perde vigore e lucidità, dirottando il film verso un happy end da commedia (sedicente) sofisticata: gli amanti riuniti tubano al pianoforte, in un esorcismo della dolorosa visione proposta dal prefinale (una sequenza forte che Loach non riesce a sfruttare come potrebbe/dovrebbe).
Il film è l’ultimo dello scenografo Martin Johnson, storico collaboratore di Loach, ed è dedicato alla sua memoria.
Incomprensibile la scelta di distribuire nelle sale italiane una versione ibrida, quasi completamente doppiata e solo in minima parte sottotitolata: un pasticcio confusionario, oltre che (al solito) di una piattezza a dir poco punitiva. Si consiglia a scatola chiusa la visione dell’originale, anche a costo di attendere il DVD.

Stefano Selleri

Commenti

 

 

E’ curioso che il film di Loach esca sulla scia di un film stilisticamente e produttivamente molto differente (MATRIMONI E PREGIUDIZI della Chada) ma tematicamente molto simile, toccando entrambe le pellicole il nodo della difficoltà dei rapporti, amorosi e non, tra persone appartenenti a culture ed etnie diverse. E non è paradossale che il versante della commedia matura e impegnata (quella di Loach), in ambiente british (scottish, per la precisione), perda la partita contro quello dell’ibrido film indiano, tutto ammicchi e colori sgargianti (lì si  mescolano i registri culturali anche strutturalmente e si propone una Bollywood godibile all’occhio occidentale,  permettendosi il film persino uno sfrontato, e coerentemente kitsch, specchiarsi metafilmico – la scena nella sala cinematografica -),  che fa del romanzo della Austen ORGOGLIO E PREGIUDIZIO uno spunto da manipolare per arrivare al traguardo di un’opera  più ambigua nelle conclusioni, nell’impostazione ideologica, meno predicatoria e più (involontariamente?) problematica di questo programmatico e ovvio UN BACIO APPASSIONATO. Risultato: al film della Chada “segue dibattito”, a quello di Loach l’educata e soddisfatta “buonanotte”.
Riprovaci Ken.

Luca Pacilio

Spazio lettori

 

 

I tentacoli culturali

Ken Loach: minatore dell’animo umano e dei rapporti e dei conflitti dell’uomo con la società. Un film, che sulla propria locandina italiana vede campeggiare la scritta “Una commedia romantica”. Strano abbinamento, certamente interessante, intrigante: quale può essere il risultato della somma fra due addendi così diversi, fra uno dei registi che con maggior trasporto, realismo e allo stesso tempo delicatezza hanno portato sul grande schermo i drammi quotidiani di intere fasce di umanità e un genere cinematografico così distante da quello che ha scandito la sua carriera? Una sottile aura di “anomalia” avvolge l’ultimo lavoro di Loach sin dalle premesse assunte nei confronti di un avvicinamento fra due stili così distanti. Dinanzi ad un opera così innovativa nell’ambito della filmografia del regista di Nuneaton è facile comprendere che la strada del pregiudizio sia estremamente accessibile. Ed è proprio il pensiero per la preclusione mentale che, come in un incantato puzzle, ci proietta verso l’universo brulicante de UN BACIO APPASSIONATO e alla romantica e combattuta storia d’amore fra un ragazzo musulmano di origine pakistana e una professoressa cattolica irlandese. Ci troviamo al cospetto di una bella vicenda di amore che supera i confini religiosi e sociali, che traligna dalle imposizioni della società d’origine, qualunque essa sia; è una timida e allo stesso tempo sorridente dichiarazione di ricerca di libertà nei confronti di tutti quei vincoli tipici delle comunità abbarbicate a tradizioni ataviche. Quando però sopraggiungono i titoli di coda, al momento di trarre le proprie prime impressioni, di fermare quelle che sono le istintive reazioni alle immagini, improvvisamente ci si ritrova quasi persi di fronte a quanto si è appena visto: questo non perché sia un film sconvolgente, che colpisce per la sua profondità o per la sua capacità di sezionare l’esistenza dei suoi protagonisti come era accaduto sovente nei precedenti lavori di Loach. Si rimane sbigottiti di fronte al perfetto contrario di qualunque aspettativa: invece di rimanere piacevolmente sorpresi da un esito imprevisto della pellicola, da un repentino cambio di rotta, ci si ritrova insoddisfatti da un contesto che sembra sempre incompleto. I vari spunti che la pellicola metteva a disposizione sono osservati con una superficialità sinceramente deludente; a sporadici momenti di poesia vanno ad opporsi sequenze nelle quali la caratterizzazione dei personaggi precipita nel mondo degli stereotipi. La dolcezza della storia d’amore brutalmente violentata dalla drammatica realtà delle imposizioni sociali, che avrebbe certamente fornito degli splendidi appigli di analisi del sentimento e della sua capacità di modellarsi e contemporaneamente di rimanere forte ed inattaccabile, viene invece costretta nella gabbia scomoda della rappresentazione rapida e veloce, forse allo scopo di fare apparire il tutto più vivo e diretto: il risultato invece si avvicina più alla freddezza mascherata dalla passione che a questo soave ed inebriante sentimento.
UN BACIO APPASSIONATO è una commedia romantica che pur di raggiungere l’happy end continua ad effettuare brusche virate fra una sequenza e l’altra, e risulta essere un film ibrido che nella maggior parte del suo cammino zoppica: non inciampa mai rovinosamente, riesce sempre a mantenere, sebbene instabilmente, il suo equilibrio. Ma fondamentalmente non convince.

Priscilla Caporro


Il coraggio di scegliere

Ritornano l’ambientazione scozzese di Glasgow e la tematica sociale dei film di Ken Loach, come in “Sweet sixteen” e in “My name is Joe”, ma, a differenza di questi ultimi, in “Un bacio appassionato”, si tratta un tema scottante e che, nella nostra attualità, è sulla bocca di tutti.
Che significato ha oggi guardare il film di Loach nel panorama mondiale ed europeo? Si tratta solo di una commedia romantica a lieto fine, come è stata definita?
È vero, alla fine l’amore trionfa ma più che una leggera storia d’amore si può intravedere un sapiente impasto di dramma e ironia.
La pellicola mette in scena i problemi del multiculturalismo, dell’intolleranza, della difficile integrazione delle popolazioni straniere in Occidente.
Queste tematiche aleggiano nella relazione di Roisin, giovane insegnante di musica in una scuola cattolica, e Casim, affascinante dj di origine pakistana. I due si conoscono per caso, si piacciono subito e cominciano a frequentarsi; fin qui tutto funziona, i protagonisti sembrano una coppia come tante altre.
Invece Casim e Roisin devono affrontare un problema più grande di loro che potrebbe anche separarli, ed è qui che il film di Loach acquista spessore.
Secondo la tradizione musulmana pakistana della famiglia di Casim, il ragazzo dovrebbe sposare una cugina, musulmana, figlia di immigrati come lui.
Il conflitto allora è tra testa e cuore, tra libertà e tradizione, tra famiglia ed emancipazione.
I genitori di Casim vivono in Occidente da quarant’anni ma l’integrazione non è mai avvenuta completamente; costringono se stessi e i loro figli a vivere nel recinto chiuso delle loro usanze, senza accettare una qualsiasi apertura verso l’esterno e quindi alcun compromesso.
Vivono nella speranza di poter ricreare il loro pezzettino di Pakistan in un paese che li ha accolti ma che ha altre regole e altri sistemi di relazioni sociali.
I figli però non sono nati in Pakistan e non l’hanno mai conosciuto, se non attraverso i racconti e le tradizioni della famiglia, sono nati in Occidente e cresciuti a contatto con ragazzi e stile di vita occidentali. Sono orgogliosi di essere musulmani, rispettano e osservano la loro religione ma da cittadini europei, con uno sguardo più aperto a quello che il resto del mondo può offrire.
La ribellione ha inizio, prima con Casim e poi con la sorella minore, contro un sistema famigliare che limita la libertà personale, che imbriglia i propri sogni ed impedisce ai giovani di scegliere autonomamente per il futuro.
Significativa è, per questo, la scena in cui la sorella di Casim mostra a Roisin, da lontano, la sua famiglia impegnata  nell’”appuntamento al buio” tra il giovane e la cugina venuta dal Pakistan per sposarlo. Il messaggio è chiaro: Roxanne non accetta la visione delle cose della ragazza scozzese, le vuole imporre la propria e convincerla che quello sia il giusto corso degli eventi.
Molto apprezzabile, da parte del regista, è la scelta di mostrare il bigottismo e la chiusura culturale non solo da una parte, quella Orientale e sempre giudicata, ma anche dall’altra, quella Occidentale e giudicatrice. Roisin non può lavorare nella scuola cattolica, dove ha fatto pratica per tanto tempo e viene valorizzata per la sua competenza lavorativa, per la mancanza di un documento che attesti la sua ferrata fede cristiana; il documento non le viene rilasciato perché la donna non rientra nei “canoni” richiesti, cioè perché è divorziata e convive con un ragazzo di un’altra religione.
Allora che differenza c’è tra le due parti in questione?
La nostra giovane coppia è abbandonata su tutti i fronti, non trova sostegno in alcun punto di riferimento. Deve puntare solo sul proprio coraggio nel difendere la libertà di scelta.

Silvia Badon


Stefano
Selleri
5

Daniele
Bellucci

Luca
Pacilio
5

Emanuele
Di Nicola
   
           
 

 

Homepage                         Prime visioni                         Archivio