| Recensioni
|
In video veritas – Alt(r)e tensioni del
cinema
Se casca il mondo, allora ci spostiamo
Se casca il mondo, sarà perché ti amo
Ci voleva l’irrefrenabile fenomeno
dei teen horror e il revivalismo di un genere caduto quasi in
disgrazia (senza dimenticare l’assordante brusio di critica e pubblico
intorno al caso) per far capire alla distribuzione italiota (crasi degli
aggettivi “italiana” e “idiota”) che forse sarebbe giunta l’ora,
a distanza di due anni e rotti, di acquistare una pellicola come Haute
tension (?).
Dietro la banalità di un titolo che potrebbe confondersi con mille altri
di blockbusteriana assonanza si cela un’opera di terrificante vigore
visivo in grado, finalmente, dopo interminabili lustri di esondante
sciatteria frammista a sperimentazioni ammiccantemente
metacinematografiche, di elargire sonore e feroci scudisciate
all’ansiogena e disattesa volontà di vedere dell’occhio tradito
dell’horrorofilo d.o.c., restituendo un senso autentico all’area
semantica del termine orrore.
Alexandre Aja elegge la tranquillità apparente della campagna francese
come scenario in cui immergere l’inattesa tragicità del quotidiano,
giocando ab initio abilmente con l’inquietudine del presentire
legata al topos delle superfici profonde: il paesaggio rurale è già
nel nostro immaginario (cinematografico, letterario etc.) presago di
catastrofi. La sicurezza delle canzonette ascoltate alla radio (nel corso
del film Aja opererà su ben altre distorte sonorità) nell’abitacolo
dell’auto che condurrà le due ragazze verso l’ignoto (i Ricchi e
poveri disvelano anche la scoperta intenzione cinefilica da parte
dell’autore di rifarsi a una cinematografia nostrana d(’)annata con I
corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino in bella
vista per gran parte del film, e quel Giannetto De Rossi curatore della
truclenza degli effetti è lì apposta per avallare qualsiasi tesi
si muova in questa direzione, senza per questo dimenticare lo slasher
di matrice hooperiana; espressione comunque di un citazionismo che non
vuol essere motivo sterilmente referenzialista, bensì elemento di
appagata e divertita funzionalizzazione diegetico-visiva) accostata al
raccapriccio scenico di una testa mozzata (con agghiaccianti incursioni
necrofile) genera subito un cortocircuito che ci introduce, mediante un
notevole disorientamento delle percezioni, in un film costruito
precipuamente sull’“effetto rottura”, e in questo senso la lauta
messe di smembramenti comincia a configurarsi come galleria di
grandguignolesche immagini dal senso altro dal puro e semplice gusto
onanisticamente orrorifico della carneficina; (la ricerca del)l’estremo
è presente, ma è altro(ve). La rappresentazione dell’orrore riesce ad
inabissarsi ulteriormente toccando livelli di secondo grado quando Aja
escogita un côup de théatre stupefacente che fa appunto
cortocircuitare l’unità di senso narrativo fino ad allora faticosamente
(e sanguinosamente) raggiunta, una sorta di fase dello specchio lacaniana
grazie alla quale, sola, possiamo riconoscere, attraverso sbalestramenti
progressivi/regressivi del racconto, il corpo/immagine di Marie, come corpus
diegetico del film. Il video della telecamera installata nello store del
benzinaio è depositario della verità delle immagini e dei corpi
disseminati nel film. L’aprés côup o agnizione di questo evento
ci informa che la realtà messa in scena è non altro che messa in delirio
fantasmatica di una mente disturbata che a partire da una nevrosi
derivante dall’amore d’oggetto non può far altro che allucinare il
reale. Sembra quasi, straordinariamente, la verità sul cinema. Haute
tension è il gioco estremo delle immagini dissociate dall’istanza
schizofrenica di chi guarda (anche L’uomo senza sonno di Brad
Anderson aveva fatto meraviglie in questo senso). Lo svelamento tardivo
innesca un meccanismo perverso di attraversamenti illogici e di passaggi
che sconfinano nell’onirico e nel simbolico di una realtà non tale ma
immaginata, distorta, psicologizzata dal principio di piacere e di morte
(“non permetterò a nessuno di mettersi tra noi due” ripete
mantricamente Marie all’inizio e alla fine del film, circolarmente,
poiché il film, come il mantra, nella maggiorparte dei casi è un
cerchio, ossessivo come il circuitare ripetuto del pensiero fisso di
esclusione per eliminazione nei confronti dell’amata Alex nella psiche
devastata dell’inquietante compagna d’università). Alt(r)e tensioni. Je est un autre. Il cinema tende ad altro, il cinema è (l’)altro.
Ancora la tematica della schisi, dello sdoppiamento, delle identità che
si perdono tragicamente,
splendidamente, nelle tutt’altro che bucoliche suggestioni
paesaggistiche del midì francese, e che non si ritrovano, certo,
nella tetra e angosciosa notte fallocentrichicida (la bella è una donna,
la bestia mostruosa l’uomo) finale, o nell’ancor più angosciante e
gelida asetticità manicomiale.
Mauro
F. Giorgio
Alexandre il Grande (baro)
Due ragazze decidono di passare il fine settimane in
campagna, nella casa isolata di una delle due. Il programma prevede relax,
chiacchiere in famiglia e ore di studio. Un maniaco che si aggira nella
zona tramuterà i placidi propositi in puro orrore. Sembra la stessa,
trita, situazione di sempre, ed in effetti lo è, ma il pregio del
talentuoso regista francese, il giovane Alexandre Aja, è di dimostrare
come una situazione oggettivamente paurosa sia in grado, comunque, se ben
condotta a livello cinematografico, di terrorizzare, facendo vacillare
ogni certezza. E la regia si dimostra abilissima, nonostante l'assenza di
qualsiasi originalità, nel flirtare con tempi, spazi ed effetti sonori,
che contribuiscono ad alimentare l'atmosfera senza limitarsi ad improvvisi
sbalzi di volume. Tutti i luoghi comuni vengono rivisitati, dal
nascondiglio nell'armadio o sotto il letto, fino all'ennesima fuga nei
bagni con tanto di apertura delle porte ad una ad una, ma il bello è che
si trepida sempre insieme alla protagonista (la brava Cecile de France,
nuova icona, fin dal cognome, del cinema d'Oltralpe) perché, grazie anche
alla sceneggiatura, abbiamo le sue stesse scarne informazioni e la sua
stessa voglia di uscirne il più possibile illesi. Il maggior pregio del
film è proprio nel ritornare alle fondamenta del "genere"
(sangue e brividi) abbandonando i fronzoli, le battutine, i lunghi e vuoti
dialoghi anticamera del massacro, la citazione fine a se stessa, e le
troppe improbabilità dei moltissimi emuli dell'horror che stanno
invadendo gli schermi in questi anni. Sarebbe bastata questa rozza ma
efficacissima essenzialità per consentire al film di distinguersi.
Purtroppo Aja ci mette anche un brutto colpo di scena che, pur non
rovinando il film, lo riduce a mero esercizio di stile, e finisce con il
prendersi gioco dello spettatore. Il problema è che il gioco è ben
condotto, e avvince, ma le carte sono truccate.
Luca
Baroncini
Il ritorno
del gore
Il
film di Alexander Aja si inserisce chiaramente nel filone dell’horror
patinato degli anni 2000: confezione impeccabile dal punto di vista
tecnico, perfetta combinazione dei meccanismi della paura. In questa
prospettiva il film pesca a piene mani dai più grandi successi degli
ultimi anni, la cui funzione principale è quella di “happening intorno
al concetto di paura” (per dirla con le parole di Renato Venturelli).
Gli elementi dell’horror contemporaneo ci sono tutti: doppia identità,
binomio sesso-morte, dualismo voyerismo-esibizionismo.
Dal punto di vista strettamente tecnico è da notare la fotografia
impeccabile (ormai è uno standard acquisito anche dal livello medio-basso
della produzione), ma soprattutto gli effetti speciali di make-up curati
dal veterano del cinema horror italiano e internazionale Giannetto De
Rossi. Anche la regia di Aja si colloca sul livello della media delle
produzioni di questo tipo: si muove con una certa disinvoltura, e gioca
con lo spettatore nella costruzione e de-costruzione della tensione. Non
c’è nulla di nuovo, dalle figure ai procedimenti: si va dalla
pedissequa riproposizione dei luoghi simbolo della tradizione della paura
(campo di grano, bosco isolato, villa solitaria), alle soggettive alla
Dario Argento, passando attraverso la narrazione per accumulo di dettagli
fino al colpo di scena finale.
Il genere di appartenenza è lo slasher puro e semplice. Aja cita
apertamente i suoi modelli di riferimento (Carpenter e Argento). La scena
in cui la protagonista si nasconde nell’armadio ad ante della camera è
un evidente omaggio al finale di Halloween in cui la giovane Jamie Lee
Curtis sceglie lo stesso tipo di nascondiglio.
Il film si fa notare nel piattume della produzione horror degli ultimi
anni (Dark Woods, Darkness) se non altro per due motivi. Primo, è uno dei
pochi film il cui la protagonista è la pura e semplice messa in scena
della violenza e degli squartamenti senza nessuna concessione al
politically correct (donne nude comprese); secondo, ripropone il tema
dell’amore saffico tra le protagoniste come nei vecchi film gotici di
Antonio Margheriti e Jess Franco, cosa non da poco in un momento culturale
in cui la messa in scena della donna come oggetto (del massacro o del
sesso) è stata praticamente vietata a Hollywood e dintorni.
La storia ovviamente in questo genere di film è solo un pretesto per
mettere in sequenza una serie di morti violente più o meno elaborate, e
in questo Aja ci mette un po’ di mostarda (più sangue della media e
ottimo make-up). Per il resto si segnala la brava (e soprattutto bella)
protagonista femminile Cecile De France, nuova pulzella del cinema
francese.
Massimiliano
Troni
|