ALEXANDER
(Alexander)
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Vita, amori e morte del prode Alessandro, raccontata dal saggio Tolomeo d’Alessandria: dalla nascita in quel di Pella nel 356 a.C. alla guerra contro Dario III Codomano (la vittoria arrise al macedone per merito principale di Parmenione, capo della cavalleria tessala); dal matrimonio con la battriana Rossane alla decisiva battaglia contro Poro, re dello stato di Taxila, ed i suoi elefanti. Morirà avvelenato, preceduto di qualche giorno dall’amante Efestione. |
| Recensioni
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I coturni non si addicono a Oliver Oliver Stone aveva un sogno: dar corpo alle utopie e
rappresentare le gesta del re di Macedonia Alessandro III. Oliver Stone
finalmente è riuscito a realizzarlo. E’ un regista fortunato Oliver
Stone. Peccato che, stordito dal budget o forse accecato da un delirio di
onnipotenza frutto di un’eccessiva identificazione col megalomane di
Pella, abbia smarrito il lume della ragione e non abbia centrato il
bersaglio, partorendo un topolino travestito da montagna, un tronfio e
prolisso peplum grondante retorica, ideologicamente ambiguo (non
convincono la repentina conversione al sincretismo del personaggio, né la
retorica e trionfalistica celebrazione del suo operato), non abbastanza
brutto per diventare uno scult, non abbastanza kitsch per diventare
un cult. Manuel Billi Le ragioni di un fiasco Il regista più sanguigno di Hollywood e l'uomo più ambizioso che la storia ricordi. Sembrava un incontro inevitabile destinato a fare scintille, invece l'"Alexander" di Oliver Stone si perde tra particolari kitsch, grossolanità e scelte visive di dubbio gusto, senza, tra l'altro, che la complessa personalità del condottiero macedone pungoli con forza lo spettatore. Stone non è mai andato troppo per il sottile, ma la sua veemenza, l'impeto della sua visione, hanno spesso prodotto un cinema viscerale, capace di toccare in modo provocatorio nervi scoperti e di solleticare l'occhio non dimenticando la sostanza. I rischi evidenti di un punto di vista così possibilista, ma ruvido, trovano in "Alexander" un discutibile apice, in cui una logorrea sfinente, sermoni didascalici, personaggi sovraeccitati ed enfatici ralenty si danneggiano vicendevolmente. Purtroppo il trash è sempre dietro l'angolo. Basta il noioso prologo per rendersi conto che qualcosa non funziona. Un nonnino canuto si aggira su un set che pare "Fantasilandia" in chiave gay, con efebi scrivani, maschioni muscolosi, ciondoli rubati a un robivecchi e cieli azzurri con ancora la scia di pixel lasciata dal cursore. La carta geografica a mosaico non sfigurerebbe in una sauna di Igea Marina e il fascino di Anthony Hopkins non può che naufragare in tutto ciò. Il problema è che ogni sequenza, anche la più drammatica, contiene sempre qualche dettaglio fuori posto, in grado di infiacchire il mito. Che sia una barba posticcia un po' storta, un trucco troppo marcato, una vestaglia trasparente modello "Priscilla" sopra l'armatura, una parrucca caricaturale, l'occhio ha tutto il tempo di soffermarsi sulla cartina di tornasole di un baraccone che pare imbastito alla bell'e meglio e in economia (a dispetto dei costi di produzione miliardari dichiarati). Non aiuta l'eccesso di primissimi piani, la cui rapida contrapposizione lascia alla fantasia dello spettatore l'onere di dedurre la dinamica dell'azione: il giovane Alexander è al cospetto della madre Olympia, arriva il padre Filippo II completamente ubriaco e si butta con violenza su Olympia. La sequenza è mostrata attraverso un montaggio frenetico in cui le smorfie degli attori si alternano a serpenti scattanti e dettagli di scenografia; i fotogrammi si succedono nel caos più totale senza che gli eventi arrivino con chiarezza o, perlomeno, con sufficiente capacità di astrazione. Discorso analogo per le scene di battaglia, la cui presunta epicità è rovinata dall'esagerata frammentazione. A peggiorare le cose interviene la fotografia di Rodrigo Prieto, incerta tra cinema verità e telenovela, comunque incapace di rendere credibile la finzione. Per tacere, poi, dell'uso dilettantesco dell'informatica, con effetti digitali, che siano fondali o virate dall'alto, davvero orribili. Anche la sceneggiatura pare soffrire dello stesso difetto che compromette l'impatto estetico del film: la mancanza di organicità. La narrazione si sofferma infatti su alcuni momenti della vita di Alexander e li sviscera allo sfinimento, ma finisce per affiancare eterne scene madri senza averne creato a sufficienza le premesse. La proverbiale voglia di scuotere le coscienze di Oliver Stone non trova quindi adeguato rilievo nel racconto e la necessità di arrivare a un pubblico vasto ammorbidisce anche le possibili provocazioni. Basta vedere come sono trattati i costumi sessuali dell'epoca, con una omosessualità esibita a mò di teatrino ma mai approfondita, tanto che gli incontri tra Alexander e l'amato Efestione scelgono abbracci virili piuttosto che morbidi baci. In mezzo a cotanto, vacuo, fragore gli attori cedono con generosità alla smodatezza dei personaggi: Angelina Jolie è fin troppo in parte come Olympia e Val Kilmer gigioneggia come richiesto dal copione; quanto a Colin Farrell, crede fermamente nel progetto, e si vede, ma pur nell'espressività che lo contraddistingue non ha il carisma richiesto dalla parte e soccombe, come il condottiero a cui dà vita, a un'ambizione smisurata. A sua difesa bisogna però riconoscere che essere credibili con un bulbo ossigenato come quello esibito è impresa, quella sì, davvero kolossal! Luca Baroncini Volontà di potenza I grandi registi inseguono spesso il film della vita, rincorrendolo nell’arco della loro carriera, ottenendo risultati contrastanti sia di critica che al botteghino; vengono alla mente il recente “Gangs of New York” di Martin Scorsese o il grandioso e imperfetto “C’era una volta in America” del nostro Sergio Leone. Esempi di un cinema magniloquente, barocco e per certi versi eccessivo, che sposa la sua ragion d’essere nella visionarietà grandiosa dell’occhio dell’autore che si erge fin sopra il cielo per donarci una visione immensa e soggettiva di un angolo di mondo, di un incrocio di vite, del fluire dell’umana storia. Oliver Stone è regista discontinuo, e probabilmente non all’altezza dei nomi citati in precedenza, ma è indubbio che possieda una sua visione del cinema, e il coraggio di portare avanti con forza il suo modo di intendere l’esistenza, in questo caso la vita e la leggenda d’Alessandro il Macedone. Personaggio controverso e per certi versi enigmatico, Alessandro il Grande era innanzi tutto un visionario, un uomo che inseguiva un sogno, un’utopia irrealizzabile nella sua epoca come nella nostra. La sua idea di unificare tutto il mondo conosciuto sotto il suo regno, fondare tante Alessandrie, città in cui il popolo poteva essere libero di vivere la propria vita, scegliere se viveri da guerrieri o artigiani, politici o contadini, senza distinzioni di razze e di culture, abolendo la differenza tra greci e “barbari”. Un progetto grandioso che poteva giustificare, nella concezione del condottiero, l’utilizzo della guerra, vista come il mezzo per ottenere un nobile fine; il tutto sorretto da un desiderio maniacale ed ossessivo di andare “oltre”. Alessandro voleva con un balzo superare tutte le gesta degli eroi e dei filosofi del passato, lui che aveva il sangue di Achille, voleva essere Prometeo e Ercole, Filippo il Macedone ed Aristotele; ma era mortale, e come tutti i mortali era destinato a salire tanto in alto per poi ricadere fragorosamente. Ascesa e declino di un eroe folle e geniale, crudele e magnanimo, posseduto dal ricordo del padre Filippo, rozzo e violento ma prode guerriero, e dall’assenza/presenza della madre Olimpiade dedita ai culti dionisiaci e all’inganno. In tutto il corso della sua breve vita, Alessandro non riuscirà mai ad emanciparsi da queste due figure, che continueranno ad influenzarlo e a fargli prendere delle decisioni, che per quanto grandi potessero apparire, erano solo figlie della voglia di riscatto che lo attanagliava. Nel corso della storia Oliver Stone si concentra sui passaggi chiave della vita di Alessandro (un Colin Farrell sufficiente ma non eccelso), facendoli raccontare all’anziano Tolomeo (un trasformato e credibile Anthony Hopkins) compagno d’armi nel viaggio infinito che li spinse fin oltre le terre allora conosciute, soffermandosi sul rapporto conflittuale che lo legava ai sui genitori (un Val Kilmer nei panni del guercio Filippo e una troppa siliconata Angelina Jolie nelle vesti di Olimpiade), e sul sentimento eterno che lo legava al suo amico/amante Efestione (un discreto Jared Leto) rendendo esplicito ma mai urlato il loro legame amoroso. Scegliendo di rappresentare soltanto due battaglie (contro Dario III Scià di Persia e contro le popolazioni dell’India), si ha l’impressione che l’azione sia posta in secondo piano rispetto alla crescita e allo sviluppo del personaggio. Gli scontri sono comunque di grande impatto visivo, con un uso ossessivo della steady cam che ricorda lo stile già visto in “Ogni maledetta domenica”, e grazie ad una serie d’inquadrature schizofreniche formano, supportate da un montaggio rapido e convulso, un collage ben congeniato e riuscito, che si pone al di sopra degli standard qualitativi che siamo abituati a vedere (escluso l’inarrivabile “Signore degli Anelli”), incollando lo spettatore alla poltrona. “Alexander”, ben lungi dall’essere un film perfetto e memorabile, è una produzione pienamente sufficiente, e a tratti molto fruibile, anche se penalizzato da alcune scelte non proprio convincenti. Stone non è riuscito a dare omogeneità a questo kolossal, rendendolo in alcune sequenze impalpabile ed insipido (soprattutto nei momenti di “cameratismo” tra i soldati macedoni) e trascurando in qualche modo la recitazione dei suoi attori che in molti casi andavano diretti con mano più esigente. Il progetto che il regista di “Platoon” ha inseguito per molti anni, si risolve in un’opera incompiuta ma grandiosa (nel senso dello spettacolo visivo che il cinema può rappresentare) e sembra arrestarsi sempre nel momento di spiccare il volo; come Alessandro che deve fermarsi alle soglie del mondo che lui stesso sta creando. Matteo Catoni |
| Commenti
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Oliver
Stone non è un regista che ami le sfumature, o i sottintesi. Il coraggio
delle scelte tematiche che, anche in questo film, lo contraddistingue si
accompagna a una pesantezza di tocco irritante, e tale da compromettere
sovente l’esito artistico. Hans Ranalli |
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lettori
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Manuel Billi 4 |
Luca |
Matteo |
Niccolò Rangoni 6½ |
Massimiliano Troni 5½ |
Daniele Bellucci 6 |
| Hans Ranalli 6½ |
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