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(Fear
of) Drowning by Greenaway – Il cinema (an)nega
La primissima impressione che ho
avuto durante la proiezione dell’ultima opera greenawayana è legata a
una constatazione: un gran numero di persone presenti in sala, la cifra
quantificabile forse si sarebbe attestata intorno alle 92 unità,
guadagnava l’uscita in rapida sequenza. L’episodio avrebbe di certo
catturato tutto l’interesse e(n)to(mo)logico di Greenaway che avrebbe
tratto sicuro godimento nell’enumerare tali individui, nel classificarli
per razza, sesso ed età, nel misurarne secondo paradigmi spazio-temporali
il percorso dall’interno della sala cinematografica al suo esterno, nel
registrarne le motivazioni del loro comportamento.
Potremmo ipotizzare che presumibilmente la pletora di
guastafeste non abbia compreso le regole del gioco greenawayano (che poi,
a ben vedere, sono le regole stesse del cinema, perlomeno di certo cinema:
Vertov, Ejzenštejn, Gance, Godard, von Trier etc., etc.), o che,
compresele, non abbiano avuto la voglia o il coraggio di proseguire. Cosa
ben più detestabile.
L’impressione dunque è che probabilmente lo spettatore medio (il
lettore benevolo mi perdoni la trivialità dell’espressione) non voglia
affidare i propri occhi, e con essi il proprio sentire, alla giocosa
visività e visionarietà dell’eccentrico cineasta. La motivazione più
plausibile è una paura da annegamento anche se altri propugnano
l’ipotesi, tutta da dimostrare, della noia, ingenerata dal presunto
estetismo neobarocco esibito da una costruzione ripetitiva nell’ambito
della struttura filmica. Propendere per la componente fobica (paura
d’annegamento, come sostiene il sottoscritto) significa, in prima
istanza, riconoscere nel progetto (poiché di questo si tratta) Le
valigie di Tulse Luper il desiderio dell’autore di riproporre, o
meglio, ricomporre il sogno della Gesamkunstwerk wagneriana
attraverso il mezzo espressivo più eminentemente “sinestetico” (Ejzenstejn
diceva “il più patetico”)di tutti: il cinema; di realizzare dunque
un’autentica summa cinematografica.
Il cinema di Peter Greenaway si annuncia principalmente come gioco,
ovvero come dimensione ludica nella quale lo spettatore è chiamato a
entrare a patto che però, come prima regola, rinunci alla pretesa di
poter o dover controllare l’oggetto della visione, e rinunci altresì a
voler disporre del dispositivo filmico che a sua volta, invece, già
sempre lo (in)dispone. Lo spettatore, chiamato a partecipare all’evento
ludico che gli si apparecchia davanti agli occhi, diviene sì giocatore,
in quanto può testare, per così dire, la sua vis immaginativa
esercitandosi nel libero gioco delle interpretazioni, ma lo diviene
soprattutto per il fatto che in questo suo percorso ludico, egli è
piuttosto giocato. Dunque gioca ma perché fondamentalmente è giocato. Lo
spettatore è affascinato dall’aspetto più squisitamente estetico (/estesico)
del gioco filmico, così come lo spettatore del teatro elisabettiano era
avvinto visivamente dalle mirabolanti architetture sceniche e
scenografiche di Inigo Jones, e di questa bellezza del gioco intende
scoprirne i meccanismi, il funzionamento (proprio come nella psicologia
del bambino di fronte al giocattolo). Il gioc(attol)o è bello quando crea
fascinazione, rapimento, e lo fa quando funziona, quando possiede una
struttura perfetta, sia essa semplice o complessa. Si dice pure che il
gioco è bello quando dura poco. Ma proprio questo “durare poco”
costituisce l’autentica sfida di Greenaway che invece sembra voler
sostenere l’esatto contrario e cioè che un gioco ben strutturato
dovrebbe dare un godimento di durata illimitata nel suo infinito giocare
(ed esser giocato). E naturalmente la sua sublime inclinazione alla
mitopoiesi, alla cosmogonia, al dispiegamento di universi di senso,
necessita di un tempo enunciativo pressoché illimitato. I suoi pluriversi
di matrice squisitamente borgesiana-calviniana, come è stato già
rilevato, hanno bisogno di una materia dell’espressione (la penna, la
carta, i colori, la tavolozza, la pellicola), di una sostanza
dell’espressione (il catalogo, la tassonomia, l’enciclopedia), e di
una forma dell’espressione (il senso dell’”inquadratura”, le
tecniche di rappresentazione, l’utilizzo delle tecnologie). Una
disciplina “circolare” dei saperi, la ènkyklios pàideia,
appare come la forma più adeguata mediante la quale Greenaway riesce ad
organizzare tutto il materiale a sua disposizione. Il gioco più
interessante per Greenaway è quello che gli consente di esercitare la sua
ossessione di controllo sul reale. Per questo Greenaway/Luper ha bisogno
di inseguire il rassicurante sogno del demiurgo, questa entità nomotetica
che non crea l’universo ma organizza il suo mondo mediante regole e
principi. Ecco perché il gioco di organizzazione filmica non può essere
eterodiretto, pur aprendosi alla possibilità di fuga dal controllo. Ecco
perché idealmente il cinema di Greenaway stipula ab initio un
patto con lo spettatore: “O ci stai o te ne vai”, cosa che non deve
neppure stupire, come l’episodio che, ricordavo, si è puntualmente
verificato sotto i miei occhi.
Tulse Luper si annuncia come figura chiave
dell’intero cosmo cinematografico greenawayano, un fulcro attorno al
quale gira tutta l’estetica del gioco del cineasta britannico.
L’avevamo conosciuto nel 1978 con A Walk Through H, Una
passeggiata attraverso H ovvero la reincarnazione di un ornitologo.
L’avevamo incontrato due anni dopo in The Falls come autorevole
voce nel campo dell’ornitologia che potesse illuminare gli scienziati
sull’inquietante fenomeno dell’EVI (Evento Violento e Ignoto)
responsabile della lenta ma progressiva trasformazione dell’essere umano
in uccello, legata all’incontrovertibile teoria della “Responsabilità
degli uccelli”.
Ma la Storia di Moab, come primo episodio di Le valigie di Tulse
Luper sembrano piuttosto raccontare, grazie anche al personaggio di
Martin Knockavelli, una storia minerale dell’umanità (l’acqua, il
carbone, l’uranio), prima di affrontare il precipuo interesse per
l’elemento aereo (a cui sono indissolubilmente legati il volo, gli
aerei, l’ornitologia). Le valigie di Tulse Luper
si aprono dispiegando l’intera cosmologia greenawayana disposta a
mosaico, sullo sfondo di un’ancestrale ed epocale battaglia per il
dominio dell’orbe terracqueo, una alopèxornitomachia (battaglia
tra uccelli e volpi, nemici giurati. FOX, la volpe, sappiamo essere da The
Falls la Fderazione per lo Sterminio Ornitologico), come nella miglior
tradizione letteraria di battaglie fantastiche, da Luciano fino al
sorprendente fumettista Bruce Talbot.
Non esistono dubbi neppure sul fatto che aprire le valigie di Tulse Luper
significa scoperchiare il vaso di Pandora, ovvero sprigionare ipso
facto forze semiotiche ingovernabili. La paura accennata all’inizio
risiede proprio nella possibilità di annegare nell’abisso dei segni
proliferanti del suo cinema. Gli alfabeti, la numerologia, le simmetrie,
la cartografia, le tassonomie, un pluriverso semantico in cui l’annegare
è dolce ma nello stesso tempo faticoso. L’annegamento è un gioco,
certo (proprio come in Giochi nell’acqua), è il gioco
dell’annegamento nei(/dei) segni nel quale tutto (troppo!) è
dispiegato, sussunto, elucubrato, enumerato, ripetuto all’infinito per
infinite volte. Tutto si tiene e tutto ritorna come nei girotondi e nelle
conte dei suoi film. Dal suo cinema non si esce, se non alla fine, se non
all’inizio.
Il gioco di Greenaway è non altro che l’estremo gioco della
rappresentazione. I 92 oggetti che rappresentano il mondo. Il gioco della
presenza e dell’assenza. Il gioco dell’immagine che si illude e ci
illude di essere la realtà, mentre invece abita nello scarto della
rappresentazione. L’immagine del cinema che rimanda all’oggetto
rappresentato e ponendolo lo nega, poiché magrittianamente l’immagine
della pipa non è la pipa. Il simulacro non è l’oggetto. E tuttavia
l’immagine è ciò che ci consente di illuderci di essere gli architetti
del mondo, in quanto ci consente di ri-produrre la realtà, di ri-figurare
il tempo e lo spazio, di ri-organizzare e ri-strutturare le cose a nostro
unico piacimento. La finzione è una maniera eminente per organizzare il
molteplice dell’esperienza.
Il cinema (an)nega la realtà nel sublime e
paradossale gioco della rappresentazione sovrabbondandola di potenza
segnica, limitandola al noli me tangere della terza dimensione. Chi
non è disposto a giocare, ovvero a mettersi in gioco e a mettere in gioco
il suo vedere, il suo esperire, il suo pensare (essendo lo spettatore
fondamentalmente theoros, vedente-pensante), è invitato a uscire
dalla wunderkammer, dalla sala oscura e perturbante, come tutti i
platonici delle caverne presuntuosamente illuminati.
[Per una volta siamo autorizzati a diffonderci sul
gioco dei v(u)oti, e visto che Luca Pacilio (il matematico Luca Pacioli
rianagrammato) opta per la tetractis, noi adottiamo la doppia
circolarità (allegoria della
perfezione) dell’8, che rimanda anche al simbolo dell’infinito
rovesciato (∞), come infinità del numero, e il ½ della frazione
come opposizione all’intero. Mi piacerebbe evocare pure l’irrazionalità
di una radice quadrata ma ci sono regole alle quali occorre sottostare e
quindi ci fermiamo qui].
Mauro
F. Giorgio
Silenzio, si gioca
Oh, j'adore ça!
Sophie Van Osterhuis, 1938

Qui si cita
a) L'avvenire del cinema, come quello della pittura,
dipende dall'interesse che darà agli oggetti o alle invenzioni puramente
immaginative. L'errore della pittura è il modello. L'errore del cinema è
il soggetto: liberato da questo peso negativo il cinema può diventare il
gigantesco microscopio delle cose mai viste e mai sentite.
b) Il cinematografo (...) ha ereditato tutte le più tradizionali
spazzature del teatro letterario. (...). Tutte le immense possibilità
artistiche del cinematografo sono assolutamente intatte.(...)
Il cinematografo è un'arte a sé. il cinematografo dunque non deve mai
copiare il palcoscenico. il cinematografo, essendo essenzialmente visivo,
deve compiere anzitutto l'evoluzione della pittura: distaccarsi dalla
realtà, dalla fotografia, dal grazioso e dal solenne. Diventare
antigrazioso, deformatore, impressionista, sintetico, dinamico.
Occorre liberare il cinematografo come mezzo di espressione per farne lo
strumento ideale di una nuova arte immensamente più vasta e più agile di
tutte quelle esistenti.

Qui si mostra il gioco e si chiede di accettarne il regolamento
Mauro F. Giorgio sottolinea come il film di Greenaway
si proponga come gioco in cui lo spettatore è chiamato a entrare a
patto che però, come prima regola, rinunci alla pretesa di poter o dover
controllare l'oggetto della visione. La conseguenza di quella che
Giorgio individua come prima regola del meccanismo ludico è che se non la
si accetta, cioè se non si accetta di essere manovrati dal Master ma si
impone alla visione un proprio metro, un proprio canone o, peggio, una
propria aspettativa (ad esempio quella di una trama leggibile o di un
dramma tradizionale o del Greenaway che-fu-e -che-ora-non-c'è-più) si
vivrà un'esperienza di totale impotenza, massima esasperazione, suprema
irritazione. Esaminando il gioco messo in atto in questa occasione mi
viene in mente l'amato Pinter, uno che dell'elusione e dell'antididascalismo
ha fatto Arte (questo contributo sarà denso di citazioni): il pubblico
deve mettersi in testa una cosa fondamentale: che è lì per ricevere quel
che gli si dà e non quello che vuole, frase che si adatta bene (se
non meglio) anche alla fauna critica.
L'accusa rivolta a Greenaway, non da oggi (la Jacobbi su Panorama, lo
diceva già per THE PILLOW BOOK, il film che ha aperto la nuova fase
dell'opera del regista), è di girare "cinema fine a se stesso"
(la variante è "masturbatorio"): premesso che in questo trovo
tutto di bene e nulla di male, abituati, come si è, a un cinema che
viaggia verso obiettivi altri da sé che vanno dal botteghino ad ogni
costo al trattato sociologico, alla pedante narrazione, alla rassicurante
morale fino al famigerato messaggio, un cinema che punti solo ad esaltarsi
e a rivendicarsi come bastevole a se stesso mi pare cosa lodevole ancorché
(\proprio perché) inconsueta (tanto per utilizzare una locuzione che farà
rabbrividire Luigi Garella, per me è questo il "cinema-cinema",
altro che Spielberg); trovo più sincera una bella sega (saga?) per
immagini (cosa c'è di più autentico delle ossessioni?) che certe
operazioni che vanno subdolamente a titillare le zone erogene del pubblico
e che si mettono le ragioni del cinema sotto le scarpe. Alla luce di ciò,
quando Kezich - che coinvolgo in un discorso che concerne il cinema
semplicemente perché mi fornisce suffragio su un piatto d'argento -
afferma "Greenaway gira per Greenaway: ossia per il gusto di farlo"
come se questo fosse un delitto e non un'imprescindibile conditio sine
qua non (scriveva Tzara: L'arte è una cosa privata e l'artista la
fa per se stesso; un'opera comprensibile è un prodotto per giornalisti)
viene da riprendere un argomento che avevo già usato per 8 DONNE E 1\2:
cosa dà davvero fastidio nell'opera di Greenaway? Questo: costringe chi
ne scrive a fare ciò a cui, in troppi casi, non è abituato: parlare di
cinema (e non di politica, impegno sociale, psicologia, drammaturgia,
ragione&sentimento etc.) (1);
come scrisse una volta Alberto Pezzotta (uno dei pochi che critica
Greenaway sul campo specifico della settima arte e non su quello
disagevole della propria incapacità a dire) "è il critico la
pietra di scandalo e non il film".
Personalmente credo che a causa di questo atteggiamento pregiudiziale,
livoroso, a tratti quasi infantile, quando non superficiale, si sia
rinunciato in partenza ad analizzare il film, riparando nel tranquillo e
assai comodo rifugio della "snobistica autoreferenzialità" e,
soprattutto, dell"incomprensibilità" dell'opera, laddove ogni
nuova visione ci dà segnali di senso contrario.
Un tempo ero metodista, poi ho capito il loro metodo e ho lasciato
perdere.
Lo sceriffo Fender, 1934

Qui si precisa che nessun rimborso della quota di partecipazione è
previsto per gli insoddisfatti
Quella dell'incomprensibilità mi pare la solita falsa
questione; della serie "visto che pago pretendo di capire; se non
capisco mi stai derubando [in base a un simile ragionamento su 7 euro di
biglietto almeno 2 sono da attribuire al minimo narrato garantito per cui,
se non mi consente di comprendere, Greenaway mi sottrae indebitamente
3872.54 delle vecchie lire - e già che ci sono chiedo un rimborso per
INFINITE JEST di Wallace che dopo mille e passa pagine - molte delle quali
ho fatto fatica a collocare nel disegno dell'opera - non mi dà neanche la
soddisfazione di un finale (non è proprio così, ma assumiamo che non
l'abbia capito). Come si permette Wallace di scrivere (e non scrivere)
quello che vuole? Come si permette Greenaway di rubare sul peso?]".
Si ritorna a Pinter e alla necessità che il pubblico non detti condizioni
e paghi al buio, prendendo ciò che gli si dà e potendo criticare solo ciò
che gli è dato per quello che è e non per quello che voleva
fosse. Non sono greenawayanamente chiuso rispetto alle storie e alla
narrazione per immagini (il cinema è o può essere un sacco di cose), ma
non mi si venga a dire (a molti lettori preme erudirmi su ciò che è
cinema e ciò che non lo è) che esiste un unico tipo di cinema e che ciò
che non rientra in quel parametro è qualcos'altro. Ben venga allora il
Von Trier del Dogma a ricordarci che, contro quello del suo "voto di
castità", c'è un altro cinema egualmente dogmatico, egualmente
limitato e, cosa ben peggiore, suddito di regole non scritte ma percepite
generalmente come inviolabili (certi integralisti, chissà perché,
riescono a guardare la pagliuzza talebana solo nell'occhio altrui, vero
Mereghetti?).

Qui si invita a giocare solo persone seriamente motivate
Come scrivevo nel primo intervento di questa scheda,
Greenaway in TLS non rinuncia affatto alla storie
ma fa di esse un uso diverso rispetto
al passato, soggiacendo queste, sempre più, alle ragioni delle immagini.
Ma dire che in TLS non ci sia narrazione è un errore: la storia c'è, e
vi dirò, anche piuttosto appassionante, ma Greenaway, ponendo altre
priorità, avendo da sempre la fissa delle griglie e degli schemi,
rifiutando programmaticamente il mero ordine cronologico, la colloca nel
proprio sistema in una maniera che può parere impressionista ma che, in
realtà, risponde a una logica rigorosissima (basti pensare all'episodio
relativo alle valigie 5 e 6 - abiti degli amanti - rinvenute a Ventimiglia
e che si inserisce all'improvviso nell'ambito dell'opera - un aneddoto che
sembra una citazione al contrario de IL PONTE DI SAN LUIS REY di Wilder,
da sempre libro culto del regista - ma che vedrà crollare la sua presunta
incongruità quando si collegherà alle vicende torinesi di Luper, in uno
dei prossimi episodi): ci si trova di fronte a un puzzle che non possiamo
ancora risolvere (ci servono tutti i pezzi, e questi li avremo solo alla
fine del ciclo) e, comunque, alla necessità di far leva su tutti gli
elementi che il regista ci mette a disposizione (regola del gioco numero
due: non accontentarsi del film, connettersi al sito tulselupernetwork
e visitare gli allestimenti, leggere i
libri che usciranno, visionare i cd rom, andare a Francoforte a vedere
l'opera teatrale GOLD. 92 BARS IN A CRASHED CAR
- farsela raccontare o leggerne il testo è parimenti lecito - etc),
riguardarsi il film, tenendo anche presente che TLS si pone come opera
sulla memoria (e sulla sua fallibilità) e sulla Storia come complesso di
versioni di fatti - Non esiste la Storia, esistono gli storici -
(la rutilante ripetizione di alcuni passaggi, la didascalia reconstruction,
i numerosi riquadri che riportano la stessa scena con personaggi diversi o
in posizioni diverse - pensiamo all'arrivo delle Red Foxes
nell'appartamento di Luper e Knockavelli ad Anversa, la scena
dell'irruzione al grido di "Polizia!" in una decina di varianti
- hanno appunto la funzione di restituire questa incertezza) (2).
Troppa fatica? Troppo impegno? Giocare non è obbligatorio, ma non si
rovini il divertimento a chi a questo gioco, il sottoscritto per esempio,
non vuole proprio rinunciare. A Venezia Greenaway disse: mi si può
rimproverare una scelta troppo esclusivista, che troppe cose vengano
nascoste, criptate, ma d¹altro canto ogni informazione è disponibile a
tutti, in qualsiasi momento, in quest'epoca multimediale. Ecco che
THE MOAB STORY si rivela una fucina di spunti, di tracce, di elementi da
ricollegare e che, accanto al piano visivo, si scopre un piano teorico e
paranarrativo tanto complesso quanto coinvolgente; M.F. Giorgio ripercorre
puntualmente le apparizioni di Luper nei film di Greenaway ricordandolo
come esperto del Violent Unknown Event - VUE - in THE FALLS: scorrendo le
pagine di uno dei giornali in cui TL scrive (appaiono in sovraimpressione
nella prima scena ambientata nella stazione di Anversa) riconosciamo
proprio un articolo dedicato al VUE. Un altro esempio: nella prigione di
Moab, Luper comincia a scrivere e a disegnare sulle pareti; la moglie
dello sceriffo gli ha procurato le matite di Ruby (Valigia n.9). Chi è
Ruby? Il film (il solo film, non altro) ce lo dice: Ruby è la sorellina
del Percy, probabilmente uccisa da quest'ultimo (e dalla sua paranoia
sessuale) perché empia, trovata a strusciarsi a un palo (lo stesso al
quale verrà legato Luper). Il fotografo di Moab, probabilmente pedofilo,
potrebbe aver abusato di lei e... (scoprite voi il resto: una vera
telenovela, altro che balle).

Qui si gioca, si scopre il Cospiratore e si chiosa in tono polemico
PG - Gli inglesi hanno inventato la maggior
parte dei giochi, non li praticano, e se lo fanno non sono nemmeno molto
bravi, però sono dell¹idea che se anche gli inglesi non si prendono
molto sul serio prendono i loro giochi molto seriamente.
THE TULSE LUPER SUITCASES è un gioco di cospirazioni: se ci si ferma
al primo strato possiamo limitarci a pensare che tali cospirazioni siano
quelle di cui è oggetto il protagonista e di cui, con le famigerate
prigionie, paga puntualmente il prezzo. Ma facendo un po' di attenzione ci
accorgiamo che le cose non stanno semplicemente in questo modo: forse,
come Tulse Luper, anche lo spettatore è oggetto di una cospirazione,
quella di un film che narra (perché, come abbiamo dimostrato, il film
narra, eccome) ma dice anche di narrare, che è falso dall'inizio alla
fine e che, appena attira lo spettatore in una storia, gliela sottrae
all'istante da sotto il naso, sventolando all'improvviso la bandiera
dell'evidente finzione o della sua possibile falsità (si paventa la
possibilità che molte vicende siano state gonfiate dai racconti che ai
posteri ne ha fatto l'amico Martino). Sospensione dell'incredulità? Roba
per i nostri nonni afferma Greenaway, è più bello baloccarsi
coscientemente con l'artificio. Il Cospiratore non è Van Hoyten (altro
personaggio costante dell'universo del regista: era l'architetto olandese
incaricato di riallestire i giardini di Compton House ne I MISTERI... e
il direttore dello zoo in A ZED & TWO NOUGHTS) o Lephrenic o
Hockmeister, il grande cospiratore è Peter Greenaway (e dunque Tulse
Luper, come credo rivelerà, se mai verrà completato il ciclo, l'apertura
della 92a valigia di cui oggi conosciamo il contenuto - Luper's life -).
Il bello è che dell'identità del cospiratore sembrano informati anche
coloro che appaiono nel film: l'esperto di Luper (3),
Thomas John Imox, mentre discetta sulla figura del protagonista e sulle
sue disavventure, smette i panni del personaggio e squarcia il velo della
rappresentazione, parlando della stazione di Antwerp quale teatro
di ogni sorta di eventi ambigui e misteriosi che forniscono retroscena per
catturare un illusorio ritratto ideale di Luper sulla celluloide. Che
le oscure trame che si ordiscono intorno a Luper servano soprattutto per
raggiungere lo scopo di una rappresentazione filmica Imox - il cui
contributo proviene dritto dritto da un simposio dedicato a Luper dal New
York Brooklyn Museum (sto giocando, attenzione) - ce lo ribadisce quando
afferma che, ad Anversa, per istigare ed assecondare le cospirazioni,
c'erano sempre, all'occorrenza, una serie di elementi utili allo scopo
rappresentativo: un eccesso di donne compiacenti, facce schiaffeggiate,
liquidi per la pulizia, dubbia deontologia etc. Non siete ancora convinti
che lo spettatore stesso sia vittima del complotto greenawayano e
prigioniero nella sala buia in cui sta guardando il film? Ancora Imox
preannuncia la morte di alcuni personaggi (li chiama proprio così) (4)
affermando che per essi non sussiste più motivo per continuare ad
esistere e il riferimento al demiurgo Peter è ovvio quando afferma che
non è chiaro se lo sbarazzarsi di questi indesiderati sia il
frutto di una serie di cospirazioni o di un'unica grande
cospirazione (quella suprema dell'Autore). E quando nella scena
finale del film Van Hoyten progetta con Palmerion l'omicidio di Percy,
definisce quest'ultimo un mostro di cui la storia non sente la necessità
perché, dice, certe creature appartengono al mare, all'obitorio o al
cinema americano (ergo: non a un cinema come quello del quale sono
protagonisti loro).
Tutto questo non lo deduco, non lo inferisco, non lo intuisco: è nel
film, è palese per chiunque abbia occhi per vedere, orecchie per
ascoltare e non il proprio mal di testa da recensire. Incomprensibile?
Incomprensibili sono certe cose che ho letto sul film (lasciamo perdere).
The man is a liability.
Erik Van Hoyten, 1938

Qui si aspetta il proprio turno (tocca al Master)
Prevedo che ci saranno molte prigioni.
Tulse Luper, 1921
Adesso tocca a Greenaway: con la presentazione a Berlino del secondo
capitolo, THE TULSE LUPER
SUITCASES, THE PART
TWO - VAUX TO THE SEA
si completa la parte di Antwerp (in cui si scoprirà, tra l'altro,
perché il sosia di Luper, Floris Creps, viene trattenuto nel deposito
bagagli della stazione e a cosa si riferisce Van Hoyten quando, parlando
del modo di far fuori Percy, preannuncia che sarà messo in un romanzo
russo, un romanzo ferroviario sull'infedeltà - vedi valigia numero
30 - ovvio riferimento agli adultéri della moglie Passion consumati con
Luper e Palmerion) e si aggiungono gli episodi 4 (Vaux, 1940), 5
(Strasburgo, 1941) e 6 (Dinard, 1941). Ma con la prima della Berlinale si
aprono anche seri interrogativi sul futuro di quella che, in tutta
evidenza, non potrà essere una trilogia (gli episodi sono 16 in tutto ed
è difficile pensare che il terzo ne contenga 10). Cosa sta accadendo?
Semplicemente si sta correndo il serio pericolo che il ciclo non veda mai
la sua fine. Con buona pace dei detrattori e degli stessi greenawayani
che, conoscendo i percorsi interrotti del maestro gallese, sanno che
l'incompletezza, l'imperfezione, il fallimento delle aspirazioni sono una
sua costante. I portatori sani di ossessioni vedono costantemente tarpate
le loro ali dagli Uomini e dal Fato: come Mr. Neville, Stourley Kracklite,
i fratelli Deuce, Storey Emmenthal. Come Tulse Luper. Come Peter Greenaway
a cui interessa mettere in moto il gioco e, disinteressandosi della
vittoria, civettare con la sconfitta o con il perenne tre galli, a
nessuno lasciando il privilegio di sancire il definitivo game over.
(1) Talmente peculiare è
questo cinema, tanto personale che diventa difficile anche classificarlo,
sfuggendo, come fa, alle trappole del genere: quando il direttore, a
giugno, mi ha chiesto come doveva classificare LE VALIGIE DI TULSE LUPER
mi veniva da rispondergli "greenawayano"; alla fine ho optato
per "grottesco", etichetta che continua a non convincermi e che
adesso sostituirei volentieri con quella che ho trovato su alcuni
quotidiani ("avventura"): al di là del riferimento alla
sperimentazione, sono convinto, piacerebbe allo stesso autore che a
Venezia ha accettato di buon grado, tenendo conto dell'ampio spettro
citazionistico dell'opera, il parallelo Tulse Luper\ Indiana Jones.
(2) L'esperto di turno dice (lo
sentiamo anche nel trailer): Non si sa bene chi andò ad arrestare
Luper ad Anversa. Segue una ricostruzione.
(3)
Gli interventi degli
esperti (persino la modalità del riquadro utilizzata per inserirli nel
contesto filmico) si rifanno direttamente a quelli di A TV DANTE THE
INFERNO (1988), girato con Tom Phillips, in cui Greenaway si butta nella
sperimentazione elettronica e nella lavorazione computeristica
dell'immagine operando per la prima volta quella scomposizione dei quadri
che diverrà poi una costante da DEATH IN THE SEINE e PROSPERO'S BOOKS
fino alle ultime opere video e cinematografiche.
(4)
Del resto, nel siparietto
in cui Percy impone a tutti gli astanti di leccare il gelato, Martino
Knockavelli chiede esplicitamente se la reiterazione del gesto serva a
creare un personaggio. Ancora: nella scena del teatro, in cui si
attribuiscono i ruoli, si decide che il ruolo di Figura venga ricoperto a
turno (Nigel Terry, che interpreta Esau, ricopre anche questo ruolo nella
doppia - tripla, quadrupla.... - scena dello schiaffo a Sophie).
N.B. - Le due citazioni in calce non sono di Peter Greenaway: a) è di
Fernad Léger; b) è tratta dal manifesto futurista, 11 settembre 1916.
Luca Pacilio
Non torno a casa per cena (e
altre riflessioni)
Sviscerato ormai l’aspetto filmico di THE MOAB
STORY, mi soffermo volutamente su altro, senza alcuna pretesa diversa
dall’umanissima e soggettiva impressione. Si accusa il film di Greenaway
di una certa freddezza, per così dire, “intellettuale” (c’è ancora
chi usa questo termine, per evitare il merito del discorso); ma questo
primo episodio filtra direttamente con lo spettatore, vi entra in
comunicazione alla maniera dei più affermati cineasti (qualche esempio
qui sotto). Forse non viene compreso perché non lo fa banalmente nel contenuto
(il piglio glaciale di cui parla il primo intervento paciliano) ma
esclusivamente (lynchianamente?) nel gorgo sensoriale dell’immagine: è
l’omicidio della vetusta concezione che spaccia pedantemente la visione
per altro da sé. L’immagine
è l’immagine e basta [ma che: tutto deve avere un significato?]
[oppure: cos’è l’immagine? Ogni accordo è conciliante e arbitrario:
“se vuoi puoi essere un ebreo
gallese”]. La locandina ne è un fulgido, devastante (casuale?) esempio:
la Musa Caroline Dhavernas –uno splendore, la sentiremo ancora- protende
la sua mano destra su sfondo nero. Nell’ultima parte del film ritroviamo
la scena: apparentemente essa si protende verso Palmerion, ma in realtà
più verosimilmente lo fa verso il nulla. O meglio: nulla che sia dentro
lo schermo e tutto ciò che inizia da fuori. La mano di Caroline è
diretta verso lo spettatore, in effetti lo accarezza e pare di coglierne
il profumo, quello spruzzato poco prima su rapidi fotogrammi in
successione. Non a caso, forse, le linee del suo personaggio sono
fumettisticamente tratteggiate una ad una, quando questi appare
sculettante nella sua auto in pieno deserto dello Utah; talmente scarso è
l’interesse per la figura in sé (il vacuo, sorpassato personaggio)
che Greenaway la chiama Passion e la veste di rosso senza tenersi niente
dietro le quinte, ostentando tutto il filmato con le mani in alto,
orgogliosamente. Al contrario: massima è l’importanza del suo corpo
(nudo come quello di Luper: come il Novecento spogliato dall’Uranio?),
la sua mimica gestualità carnale – saltella sul letto: un occhio alla
regressione infantile (minorenne?), si sfila il reggiseno per favorire
l’arresto di TL: astuzia di una mente compassata (maggiorenne?). E’
questo un esempio di dialogo diretto con lo spettatore, favorito da
un’interpretazione recitativa splendidamente demolitrice di ogni canone
(i frenetici cambi di ruolo); ve ne sono altri disseminati nel corso di
THE MOAB STORY, vi è il sosia di Luper che implora allo spettatore la sua
liberazione – deve essere a casa per cena, ed altri che lascio
smaniosamente scoprire alla di ognuno pupilla. Una ricorrente
contaminazione subliminale, il cui tralasciato accorgimento nulla sottrae
di fatto alla (non) narrazione, di cui altri illustri esempi girovagano
nella mia mente. Ordinati a casaccio: nello scorsesiano GODFELLAS Ray
Liotta si alza infine dai banchi del tribunale, si piazza spudoratamente
davanti alla macchina da presa e fornisce la chiusa alla sua tribolata
esistenza (“dall’età della ragione…”); il recente SPIDER di
Cronenberg getta lo sperma in faccia allo spettatore dalla mano callosa di
Miranda Richardson (ma che splendida puttana); qualche lustro fa il
crudelissimo VIDEODROME riduceva un alterato James Woods a frustare
l’inquadratura ovvero la platea, assecondandone l’impulso sadomaso. La
nuova pietanza del menu sono le dita sinuose di Caroline: ma queste
compongono soltanto uno sfioramento, per ripagare in chiusura lo
spettatore dell’ipertrofica tortura per immagini [non resisto: di lì a
poco, seduta nella vasca da bagno a gambe aperte verso lo spettatore,
avviene forse il contrario. L’ostentazione del proprio organo genitale
ovvero: la sua offerta simposiale al primo che capita –ma il primo (character
n.1) è soltanto Tulse Luper- , imbrigliato ogni sfogo a causa
dell’inverosimile castità mormone]. Entra quindi in scena la nostra
Valentina Cervi (ormai dichiarata patrimonio nazionale), la secretary
che puntigliosamente decifra e cataloga: Peter Greenaway al femminile?
Solo la sua macchina da scrivere –oltre a questo film- ripercorre nei
fatti la vita di Luper (lo stuolo delle sue colleghe si dichiara vinto)
dimostrando inequivocabilmente che essa è percorribile
– alla faccia di una paventata, fantasiosa incomprensibilità. In
antitesi a Passion, di cui è la reincarnazione speculare e contraria (TL
si porterà a letto tutte e due?), essa diventa la razionalità della
classificazione entomologica. Infatti: mentre Passion rinuncia alla
visione della vita luperiana (scompare lungamente, si sottomette al
marito), Cassie Colpitts è dunque lo spettatore che rimane in sala, non
attende l’oscurità per svignarsela né scende mai a compromessi (non si
cala le braghe al posto di controllo). Una deviazione tra le deviazioni,
naufragata nelle ramificazioni (s)composte di qualcosa mai visto,
stordente, da occhi sbarrati: nonostante i continui provini Greenaway dopo
un intero film ammette di aver sbagliato personaggio (il perfido Percy)
provvedendone alla disinvolta eliminazione. Non ci si stupisce ormai di
nulla, dopo aver incontrato una valigia piena di… holes, buchi: ogni foro per guardarvi dentro, vedere l’abluzione
di una fanciulla nel deserto, scrutare finalmente il mare d’Europa salvo
tornare per cena (il brodo è già a bollire). La dimostrazione che non è
facile uccidere la convenzione: ci prova questo film, questi film, questo
Tulse Luper che è Indiana Jones che è Lazarilo de Tormes che è Peter
Greenaway. Una scheggia impazzita che costringe lo spettatore sul lettino
da dentista alterando il concetto di tempo (il profumato abuso di
Palmerion): e finché le lancette scorrono all’indietro (o si
sovrappongono, o si
immobilizzano) LE VALIGIE DI TULSE LUPER non saranno mai a casa per cena.
Emanuele
Di Nicola
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